di Stefano Pancera
Contro ogni cliché occidentale, i re e i capi tradizionali continuano a guidare l’Africa profonda. Una riflessione sulle radici vere del potere continentale, da Nelson Mandela fino agli “uomini forti” di oggi
Decenni di globalizzazione e modernizzazione non sono bastati a incasellare l’Africa nei cliché interpretativi dell’Occidente: le strutture più profonde del continente continuano a spiazzare gli analisti e a segnare percorsi invisibili del potere nei diversi Paesi africani.
L’ennesima conferma arriva dall’VIII Conferenza biennale dell’Asai (Associazione per gli Studi Africani in Italia), che si è svolta in questi giorni a Pavia. Nonostante il titolo ufficiale fosse «Acque d’Africa. Flussi, destini e contesti», gli organizzatori hanno scelto di aprire i lavori con una presentazione dal titolo quasi provocatorio, affidata a Pierluigi Valsecchi, uno dei più autorevoli africanisti italiani: «L’eterno ritorno dei capi africani».
Così, accanto agli oltre trenta panel e sei sessioni plenarie incentrati sull’acqua come spazio di relazioni sociali, via di comunicazione e fattore di potere, il confronto tra gli africanisti delle migliori università italiane si è concentrato anche sull’analisi contemporanea delle cosiddette “autorità tradizionali” (o capi consuetudinari) africane.
Troppo spesso liquidate come folklore, negli anni Sessanta erano state date prematuramente per spacciate. In realtà sono sopravvissute non solo nonostante la modernità, ma dentro di essa, riaffermandosi come protagoniste del presente.
Per settant’anni si è dato per scontato che le autorità tradizionali fossero reliquie. Lo Stato post-coloniale ne era convinto: avrebbe governato dall’alto, con la burocrazia e il partito, e i capi tradizionali si sarebbero estinti da soli. Non è successo. Anzi, negli anni Novanta, con le ondate di democratizzazione, quei capi sono riemersi come voci di peso. In pratica il capo tradizionale africano (il re, il sovrano locale, l’autorità di lignaggio che incarna la comunità e ne custodisce la terra) si è reinventato mediatore dello sviluppo, negoziatore con gli investitori, custode dell’identità. Queste «autorità tradizionali» che non hanno nulla di folkoristico durano perché sono di fatto come dei dispositivi di traduzione: traducono la propria comunità verso lo Stato e lo Stato verso la comunità.

Il Sudafrica ad esempio riconosce le autorità tradizionali già nella Costituzione del 1996. Il re degli zulu, Misuzulu kaZwelithini, non ha poteri di governo, ma resta una figura di peso nazionale. Lo si è visto nel gennaio scorso, quando il monarca ha riacceso i timori di nuove violenze xenofobe, sostenendo che i migranti africani, anche quelli con figli e legami familiari nel Paese, dovessero lasciare il Sudafrica. In Sudan e in Sud Sudan i capi tradizionali hanno storicamente svolto un ruolo di mediazione tra le loro comunità e le autorità, comprese quelle militari.
La Nigeria ha gli emiri del nord, da Kano a Sokoto, e gli oba yoruba del sud-ovest: enormemente influenti pur senza alcun ruolo esecutivo statale a livello federale, ma con riconoscimento istituzionale in molti stati. Il Botswana ha addirittura una camera, la Ntlo ya Dikgosi, con funzione consultiva nel sistema statale. In Ghana la Costituzione del 1992 riconosce l’istituzione dei consigli tradizionali: al vertice del sistema c’è la National House of Chiefs, organo consultivo, e figure come l’Asantehene, il re degli ashanti, restano una potenza morale e politica.
Capi consuetudinari sono presenti anche in Uganda: il più importante è il regno del Buganda, nel cuore del Paese, guidato dal suo re, il Kabaka. In Benin una legge del 2025 riconosce ufficialmente sedici regni tradizionali, dando loro per la prima volta un quadro giuridico. E poi in una miriade di villaggi dell’Africa occidentale esiste, più semplicemente, lo chef de terre, il «capo della terra»: colui che per diritto ancestrale assegna i campi e arbitra chi può coltivare, e dove.
Mentre i governanti eletti sono spesso percepiti come distanti e corrotti, questi re tradizionali che accedono al ruolo e al trono per successione o per decisione di consigli ristretti continuano a godere di una fiducia diffusa. E qui entra in gioco la suggestione dello specchio. Se il capo tradizionale, con la sua autorità su decine di migliaia di persone, è un interlocutore irrinunciabile per il politico al quale consegna un bacino elettorale, può diventare anche un modello di autorità da imitare?
Il ponte ipotetico tra un capo consuetudinario e un presidente longevo sembra rappresentarsi in certi presidenti “dinosauro” – da Paul Biya, al potere in Camerun dal 1982, Yoweri Museveni in Uganda dal 1986, o Teodoro Obiang in Guinea Equatoriale dal 1979, per citare i casi più noti – come una versione moderna del capo tradizionale.

I segnali più freschi arrivano dallo Zimbabwe e dalla Repubblica Democratica del Congo. A Harare l’ottantatreenne Emmerson Mnangagwa si è appena fatto approvare dal Senato una riforma costituzionale che gli permetterebbe di restare in sella fino al 2030. A Kinshasa, Félix Tshisekedi – eletto nel 2018, rieletto nel 2023 – ha lasciato socchiusa la porta a un terzo mandato: lui dice di non averlo chiesto, ma che lo accetterebbe «se il popolo lo vorrà». E intanto il Parlamento manda avanti una legge che spiana la strada a una revisione della Costituzione per via referendaria.
«Non saprei dire se oggi alcuni leader politici eletti scimmiottino davvero i capi tradizionali», osserva Pierluigi Valsecchi, «più che di una postura, parlerei dell’espressione di una cultura strettamente legata al potere, che talvolta attinge anche a riferimenti di natura sacrale».
«Potrà sorprendere, ma persino il modo di esprimersi di Nelson Mandela richiamava da vicino il carisma di un capo tradizionale. Valsecchi lo conobbe in Sudafrica, nel 1994, dove si trovava come inviato insieme a un gruppo di africanisti. «Mandela non era un uomo di grandi capacità retoriche», ricorda. «Eppure, proprio come un capo tradizionale, diceva poche cose, chiare e dirette».
D’altronde la sua formazione era avvenuta proprio all’ombra di un trono: rimasto orfano di padre da bambino, Mandela era cresciuto alla corte del re del popolo Thembu, che lo aveva accolto sotto la propria tutela e lo aveva educato – nelle intenzioni – a diventare consigliere dei futuri sovrani. Il suo mentore, insomma, era il re dei Thembu.

Forse qualcuno ricorderà Mobutu, il dittatore congolese che negli anni Settanta abbandonò il nome di battesimo, Joseph-Désiré Mobutu, per ribattezzarsi Mobutu Sese Seko Kuku Ngbendu wa za Banga: un nome che, a grandi linee, si potrebbe tradurre come «il guerriero onnipotente che va di vittoria in vittoria senza mai conoscere sconfitta».
Nello Stato moderno e democratico, l’immagine del leader politico finisce spesso per sovrapporsi a quella del padre della patria, anche attraverso la manipolazione della lingua e delle parole. E la sua effigie, esposta ovunque, diventa una sorta di quarta dimensione della vita quotidiana.
Gli uomini forti africani, quelli che dalle prime consultazioni restano poi al potere per decenni, difficilmente si reggono soltanto sui brogli elettorali. La frode spiega come vincono nelle urne, non perché una parte della gente continui comunque a riconoscerli come legittimi. Ma la suggestione dello specchio è deformante. Il capo tradizionale ha radici vere: una comunità che lo riconosce e che talvolta lo sfida. L’uomo forte della politica, quelle radici sembra solo simularle: indossa la modernità e la svuota dall’interno, fino a diventare un capo senza comunità.



