di Pierre Yambuya
Frank, Paul, Tolulope: studenti che compilano tesi e saggi per studenti di università anglosassoni. È il mercato invisibile della scrittura accademica in outsourcing. Un’economia sommersa che rivela il divario globale di opportunità, dove l’intelligenza si esporta, ma senza nome né riconoscimento
Nel piccolo appartamento che divide con due amici, nel quartiere di Westlands, a Nairobi, Frank Omar lavora di notte. Sul tavolo, un laptop acceso, un dizionario e una tazza di caffè istantaneo. «Ogni volta che scrivo un saggio per uno studente europeo o americano», dice senza staccare gli occhi dallo schermo, «penso che sto dimostrando che la mia intelligenza vale quanto la loro – solo che io devo venderla per vivere, mentre loro la usano per comprare titoli». Frank Omar parla piano, senza rancore. Sullo schermo del suo portatile a Nairobi lampeggia la finestra di Word: sta correggendo la bibliografia di una tesi in sociologia per un’università britannica. È il suo terzo lavoro della settimana. Nessuno saprà che quelle cento pagine non sono state scritte dallo studente che le firmerà. A ventinove anni, Frank è un “ghostwriter accademico”. Uno scrittore fantasma. Redige saggi, articoli scientifici e persino tesi di laurea per studenti di università britanniche e statunitensi. È uno dei circa quattromila giovani keniani che, secondo stime del Guardian e di Al Jazeera, lavorano in questo settore sommerso ma fiorente. Le loro mani producono conoscenza per altri, in cambio di denaro e anonimato.
Scrittori fantasma
Di giorno, Nairobi è una città rumorosa e in movimento. Ma di notte, nei sobborghi illuminati dalle luci azzurre dei computer, prende vita un’altra metropoli: silenziosa, invisibile, fatta di parole vendute a distanza. Per anni, le cosiddette essay mills – le “fabbriche di saggi” – hanno prosperato in Kenya, Nigeria, India e nelle Filippine. Giovani istruiti, spesso senza sbocchi professionali, offrono online i propri servizi di scrittura a studenti occidentali che vogliono ottenere una laurea senza studiare. Il giornalista americano Dave Tomar ha raccontato questa realtà nel suo libro The Shadow Scholar, descrivendo il suo lavoro segreto di autore fantasma per università statunitensi. Oggi, scrive Tomar, quel fenomeno non è più un’eccezione ma «un ecosistema globale fondato sull’ipocrisia accademica». A Nairobi e Lagos quell’ecosistema è diventato una fonte di reddito stabile per migliaia di laureati. Non c’è contratto, né tutela, ma ci sono clienti paganti – per lo più di Regno Unito, Stati Uniti, Canada e Australia. Le trattative avvengono su Telegram o su piattaforme freelance: uno studente pubblica l’annuncio (“Essay 3000 words, deadline 48 hours”), un ghostwriter africano risponde con una proposta economica.

«Il primo lavoro che ho accettato», racconta Paul, 26 anni, «era un tema di psicologia. Mi hanno pagato cinquanta dollari. Da allora non mi sono più fermato». Nel tempo, Paul è diventato un professionista. Lavora otto ore al giorno, ha clienti fissi, corregge bozze e produce testi impeccabili. «Non mi sento complice di una truffa», dice. «Un ingegnere costruisce case per conto di altri. Io scrivo per chi mi chiede di farlo. È un lavoro come un altro». Che porta soldi e persino soddisfazioni. «Lavorare nell’ombra per uno studente europeo o americano mi dà un certo orgoglio: dimostra che la mia intelligenza vale quanto la loro ed è all’altezza delle migliori università internazionali».
Il volto oscuro della conoscenza
Il fenomeno dei ghostwriters non è confinato all’Africa. In India, nelle Filippine e in Pakistan intere microeconomie digitali si sono sviluppate su piattaforme di freelancing dove il confine tra “assistenza accademica” e frode è labile. Ma in Africa la contraddizione è più evidente, perché qui il divario tra capitale umano e opportunità è enorme. Migliaia di giovani istruiti si trovano costretti a vendere, a basso prezzo, ciò che nei Paesi ricchi viene celebrato come capitale intellettuale. In Kenya la disoccupazione giovanile sfiora il 40 per cento; in Nigeria, milioni di laureati non trovano impieghi coerenti con la loro formazione. Molti giovani, pur avendo studiato in inglese e possedendo ottime competenze digitali, sono esclusi da un mercato che non riesce ad assorbirli. Così, il talento diventa merce, e l’intelligenza – l’unico capitale disponibile – viene esportata, venduta, spogliata del nome.
A Lagos, Tolulope, 29 anni, laureata in economia, ha scritto centinaia di saggi per studenti di Cambridge e di Boston. «Ogni volta che uno di loro riceve una lode grazie a me», dice, «sento di aver vinto anch’io. Ma poi mi ricordo che il titolo è suo, non mio». Le sue parole rivelano il paradosso di un sistema in cui il nord globale acquista competenza, mentre il sud la svende per necessità. È un commercio di conoscenza ineguale, specchio di un mondo dove il valore del sapere dipende da chi può permettersi di pagarlo.
La minaccia dell’IA
Ma qualcosa sta cambiando. Dall’avvento dell’intelligenza artificiale, le richieste si sono drasticamente ridotte. Gli studenti occidentali, invece di affidarsi a un ghostwriter, usano ChatGPT per creare testi “accettabili” in pochi minuti. «Da quando è arrivata l’IA», spiega Frank da Nairobi, «molti clienti non ci cercano più. Alcuni ci chiedono solo di “ripulire” ciò che ha scritto il computer. È come fare da editor a una macchina». L’intelligenza artificiale ha rivoluzionato il mercato, ma non ha risolto il problema etico. Secondo un rapporto Unesco del 2024, oltre il 40 per cento degli studenti universitari nei Paesi anglosassoni ammette di aver usato strumenti di IA per completare lavori accademici. Le università introducono software antiplagio, ma le tecnologie generative si evolvono più rapidamente dei controlli.

in Botswana. Foto: Marc Shoul/Panos Pictures
Per i ghostwriters africani, l’IA rappresenta insieme una minaccia e un nuovo orizzonte. Alcuni – come Tolulope – offrono corsi online su come usare eticamente questi strumenti. Altri cercano di reinventarsi come revisori o consulenti accademici. Ma molti temono che un’intera economia sommersa, nata dal talento e dalla precarietà, sia destinata a svanire.
Le parole degli altri
Per il momento, nei caffè connessi di Westlands o nelle periferie di Ikeja, il suono dei tasti continua. Ogni battitura è una piccola rivincita, ma anche una resa. Frank sorride mentre invia l’ultimo file al suo committente. «Quando scrivo per loro», dice, «mi sembra di fare un esame per me stesso. Vorrei solo che, un giorno, servisse anche a costruire qualcosa qui». A guardare più da vicino, la storia dei ghostwriters africani racconta molto più della crisi del lavoro intellettuale. Parla di una generazione che, nonostante tutto, continua a credere nella forza della conoscenza. «Scrivere per altri», dice Paul, «è anche un modo per restare allenato, per non arrugginirsi. Quando consegno un buon lavoro, immagino di aver passato un esame che non posso sostenere».
C’è un filo sottile che unisce le notti di Nairobi alle biblioteche di Oxford, i dormitori di Lagos alle aule di Harvard. È il filo invisibile di un sapere globale che scorre da sud a nord, senza riconoscimento né firma. Un giorno, forse, Frank Omar smetterà di scrivere per studenti che non conosce. Sogna di aprire una scuola di scrittura accademica, per insegnare ai ragazzi del suo quartiere come usare le parole per costruire il proprio futuro, non quello degli altri. «Finché nessuno ci darà spazio», dice, «continueremo a vendere la nostra mente a chi può permettersela. Ma io sogno il giorno in cui i nostri nomi saranno stampati in copertina». La sua voce si mescola al ticchettio della tastiera. Fuori, Nairobi si risveglia. Le strade si riempiono di luce; i minibus, di studenti e lavoratori. Il file che Frank ha appena inviato volerà oltre il mare, verso un’università prestigiosa. E il suo autore fantasma resterà qui, nell’ombra, a scrivere la prossima storia.
Questo servizio è uscito sul numero 1/2026 della rivista Africa. Per acquistare una copia, clicca qui.



