di Maria Scaffidi
La scelta di Israele di nominare un ambasciatore nella regione secessionista somala accende nuove tensioni internazionali, inserendosi nel “grande gioco” per il controllo del Mar Rosso tra necessità militari e ambizioni economiche regionali
Non si è fermata davanti al coro di proteste di Mogadiscio e di diversi altri Paesi: Israele ha approvato la nomina del suo primo ambasciatore in Somaliland, pochi mesi dopo aver riconosciuto la regione somala che si è autoproclamata indipendente nel 1991.
Michael Lotem, attualmente ambasciatore economico itinerante per l’Africa, sarà l’inviato israeliano in Somaliland, per il momento non residente. Lotem è stato in passato ambasciatore in Kenya, Azerbaigian e Kazakistan. La sua nomina arriva dopo l’instaurazione di relazioni tra Israele e Somaliland nel dicembre 2025 e la visita del ministro degli Esteri israeliano, Gideon Sa’ar, in Somaliland lo scorso gennaio. A febbraio, il Somaliland aveva annunciato la nomina di Mohamed Haji come suo primo ambasciatore in Israele.
Il riconoscimento da parte di Israele ha suscitato critiche anche da parte dell’Unione Africana e della Lega Araba, le quali hanno entrambe affermato che tale mossa “mina” l’integrità territoriale della Somalia. Anche l’Ue ha criticato la decisione, mentre gli Stati Uniti hanno dichiarato di continuare a riconoscere l’integrità territoriale della Somalia, «che include il territorio del Somaliland».
Situata nel Corno d’Africa, la regione settentrionale del Somaliland si trova dall’altra parte del Golfo di Aden rispetto allo Yemen, dove gli Houthi controllano il territorio, rendendola strategicamente preziosa. Diversi osservatori ritengono che le relazioni con il Somaliland fornirebbero a Israele un migliore accesso al Mar Rosso, consentendogli di colpire più facilmente gli stessi ribelli Houthi.
Non solo una questione di sicurezza
Ma un piede nel Somaliland può avere anche grande rilevanza economica, perché quel tratto di mare su cui si affaccia è lo stesso che porta al Canale di Suez ed è di presidio a una quota importante del commercio globale; e si sposa poi con le mosse che proprio in Somaliland hanno portato avanti gli Emirati Arabi Uniti e l’Etiopia. per motivi diversi entrambi questi Paesi hanno importanti asset nella regione: gli Emirati sono interessati a logistica e sicurezza, hanno investimenti in corso e in programma a Berbera e necessitano di basi di collegamento verso il Sudan, dove sostengono in particolare le Forze di supporto rapido (Rsf), i paramilitari impegnati in un conflitto interno contro l’esercito. L’Etiopia, gigante da oltre 100 milioni di abitanti senza sbocco al mare, ha la necessità di diversificare le sue vie commerciali oltre Gibuti e il Somaliland può rappresentare una significativa valvola di sfogo.
Al contrario – restando in ambito regionale – Algeria, Egitto e Libia, attraverso una nota congiunta firmata con i ministeri degli Esteri di Arabia Saudita, Turchia e Indonesia, avevano espresso nei giorni precedenti una ferma condanna per la decisione di Israele di nominare un inviato diplomatico in Somaliland. Le diplomazie dei sei Paesi firmatari avevano definito l’iniziativa una «violazione flagrante» della sovranità della Repubblica federale di Somalia e un attacco diretto all’integrità del suo territorio. Il comunicato sottolineava il rifiuto di ogni azione unilaterale che possa minare l’unità degli Stati, ribadendo il sostegno incondizionato alle istituzioni di Mogadiscio come unica espressione della volontà del popolo somalo.
Un’altra puntata del grande gioco
Quanto sta avvenendo nel Corno d’Africa, secondo alcuni studiosi, rientra nel più ampio “gioco” che sta rimescolando le carte degli equilibri regionali e globali. Israele sta allargando a più lungo raggio la sua manovra interventista e tutto sembra rientrare in logiche nuove, lontane da quel multilateralismo che si era imposto dopo la seconda guerra mondiale. Come sottolineato di recente nel corso di un evento organizzato dalla rivista Africa dal direttore del Centro Studi Internazionali, Marco Di Liddo, gli equilibri post seconda guerra mondiale così come post crollo dell’Unione Sovietica sono venuti meno.
Da più parti sta emergendo la volontà di cambiare il sistema di governo internazionale con una preoccupante differenza: sempre più Stati pensano di poter raggiungere i propri obiettivi strategici non attraverso la diplomazia ma mediante l’uso della forza.



