Rinchiuso nell’ala del palazzo presidenziale di Niamey, dov’è detenuto da due anni e mezzo, il presidente nigerino Mohamed Bazoum, ha assistito ieri alla naturale scadenza del suo mandato. Bazoum, rovesciato da un colpo di Stato militare il 26 luglio 2023, si è sempre rifiutato di firmare le dimissioni.
Senza processo né verdetto, il politico vive in un isolamento pressoché totale, incarnando una situazione politica e umana senza precedenti nella storia del Sahel. Solo sua moglie è rimasta al sui fianco durante tutto questo periodo di arresti domiciliari.
L’analista Moussa Mahamadou Nazirou, sul portale Saheldafrique, sottolinea che in merito alla scadenza del 2 aprile, sono emerse due posizioni contrapposte. «Per il regime militare, la data è irrilevante poiché la Carta di transizione (approvata sotto la giunta golpista, Ndr) gli garantisce (…) anni al potere. Per gli avvocati di Bazoum, invece, il mandato non può scadere ora perché non è stato possibile esercitarlo dal 2023». Altri temono addirittura che l’ex presidente «possa essere usato come scudo umano contro una potenziale interferenza straniera».
A marzo, l’Europa ha intensificato la pressione con una risoluzione che chiede l’immediata liberazione del presidente deposto, adottata con 524 voti. Niamey ha denunciato con forza questa «ingerenza», scatenando manifestazioni di piazza a sostegno della giunta. «Questa tensione illustra l’incapacità della comunità internazionale di influenzare il destino di Mohamed Bazoum», scrive Nazirou.
Secondo l’analista, la caduta del capo di Stato, un tempo partner chiave nella lotta al terrorismo, ha portato a un deterioramento della sicurezza regionale e a un aumento del traffico di esseri umani nel Sahel. «Questo vuoto politico» prosegue «simboleggia la persistente sospensione delle regole democratiche in una regione in cui nessun attore sembra in grado di ripristinarle»



