La nuova frattura nella Chiesa Anglicana parte dall’Africa

di Tommaso Meo

di Andrea Spinelli Barrile

Il baricentro della fede anglicana si sposta a Sud: ad Abuja i leader conservatori africani rompono con Londra. La nomina di Sarah Mullally e le aperture sui diritti civili diventano il pretesto per una “decolonizzazione” spirituale che punta a sostituire l’autorità di Canterbury

All’inizio di marzo ad Abuja, capitale della Nigeria, si è consumato un passaggio che potrebbe cambiare volto dell’anglicanesimo mondiale. Oltre 500 delegati tra arcivescovi e leader religiosi da 27 Paesi si sono riuniti per la Conferenza anglicana globale sul futuro (Gafcon). Al termine dell’incontro, sotto il tema «Scegli oggi chi vuoi servire», è stato approvata la Dichiarazione di Abuja, un documento che prelude la formazione di una nuova struttura di governo, il Consiglio anglicano globale, che di fatto sostituirà l’attuale Consiglio dei primati della Gafcon.

A guidarlo sarà l’arcivescovo ruandese Laurent Mbanda, il cui obiettivo è chiaro: riorganizzare la Comunione anglicana perché, a suo dire, le province storiche hanno «abbandonato l’autorità delle Scritture». Per i conservatori riuniti in Nigeria, la Chiesa d’Inghilterra non è più la guida sicura del gregge, ma una provincia che ha smarrito la via.

Il caso Mullally

Il punto di rottura ha un nome e un cognome: Sarah Mullally. Nominata il 28 gennaio 2026 come 106ª Arcivescovo di Canterbury, Mullally è la prima donna nella storia a occupare la massima carica della Chiesa anglicana. Ma per il Gafcon, la sua figura è il simbolo di tutto ciò che va combattuto: non solo per il superamento del sacerdozio maschile, ma soprattutto per l’apertura alla benedizione delle unioni tra persone dello stesso sesso.

Mbanda e i suoi alleati vedono in queste riforme un tradimento della dottrina biblica. La soluzione proposta è drastica: il nuovo Consiglio fungerà da guida per tutte le Chiese conservatrici, che sono invitate a disimpegnarsi formalmente dalle strutture tradizionali di Londra. Di fatto, è la proclamazione di una «vera» fede anglicana che non riconosce più il primato spirituale di Canterbury.

La retorica coloniale e il peso dei numeri

Per comprendere la forza di questa rivolta bisogna guardare alla politica, oltre che alla teologia. Il Gafcon accusa Londra di mantenere un «rapporto coloniale» con le Chiese africane, tentando di imporre visioni progressiste nate in Occidente. Presentare la difesa della tradizione come una forma di resistenza alla dominazione culturale britannica garantisce ai leader religiosi un enorme consenso popolare in Paesi come Nigeria, Uganda e Ruanda.

Tuttavia, l’Africa anglicana non è un blocco monolitico. Mentre il Gafcon eleggeva il proprio «anti-Papa» ad Abuja, la Chiesa del Kenya nominava la sua prima vescova, Emily Onyango, e quella del Sudafrica rinnovava il sostegno a Canterbury. Ma sono eccezioni in un continente dove il cristianesimo viene vissuto in modo letterale e normativo.

Perché il futuro parla africano

Il Gafcon non è solo un movimento ideologico, si basa su un dato di realtà: l’anglicanesimo oggi è africano. Mentre le chiese europee si svuotano, in Africa la demografia esplosiva gonfia le file dei fedeli. Nigeria, Uganda e Kenya sono ormai le province più dinamiche e popolose della Comunione.

Spostando il centro demografico, si sposta inevitabilmente anche il centro del potere. Il Gafcon, nato nel 2008, ha saputo intercettare questo cambiamento strutturale, costruendo un’infrastruttura alternativa pronta all’uso. Oggi, il Sud globale non chiede più il permesso a Londra: rivendica l’autonomia e, forte dei suoi numeri, si prepara a guidare i 95 milioni di fedeli anglicani nel mondo verso una nuova, conservatrice, direzione.

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