«Riportate a casa i nostri figli»: in Kenya si alza un grido per i ragazzi arruolati dalla Russia con l’inganno

di Tommaso Meo

di Annaflavia Merluzzi da Nairobi

Storie simili e uno stesso destino accomunano oltre mille keniani costretti con l’inganno a combattere per Mosca nell’est dell’Ucraina. Ma ora la società civile chiede chiarezza al governo, mentre saluta le prime bare vuote. Un racconto esclusivo

«Riportate a casa i nostri figli, vivi o morti». Il primo grido di giustizia, ieri, si è alzato poco prima delle 13, davanti alla Kenya commercial bank del Central business district, nel cuore pulsante di Nairobi. Lì si sono riunite le madri, sorelle, mogli dei kenyani arruolati con l’inganno e mandati al fronte tra le fila dell’esercito russo.

L’adunata, inizialmente chiamata alle 9, ha subito incontrato minacce e intimidazioni delle forze di sicurezza, che hanno pedinato le donne non appena hanno messo piede in centro. Solo dopo molte ore, sono riuscite a eludere la polizia e cominciare la marcia diretta al Ministero degli Esteri. «Non possono impedirci di manifestare, la Costituzione del Kenya è chiarissima, abbiamo diritto di protesta pacifica e il dovere solo di comunicarlo, non ci serve il permesso della polizia», spiega John Maina, avvocato della Law Society of Kenya e attivista di Vocal Africa. «Il ministro degli esteri è responsabile dei suoi cittadini e dovrebbe negoziare e richiedere il rimpatrio immediato dei nostri giovani, nessun membro del governo sta facendo abbastanza, mentre i nostri fratelli muoiono sotto il fuoco di una guerra che neanche riguarda il nostro Paese», continua l’attivista.

Foto di Annaflavia Merluzzi

Nessuna notizia degli oltre mille giovani kenyani attirati da Mosca con promesse di impieghi redditizi, quasi tutte le storie seguono un copione simile. «Mio figlio era convinto di andare in Qatar a lavorare come autista, o almeno così gli aveva detto l’agenzia di collocamento. Ha scoperto di essere in Russia solo una volta arrivato nel Paese», racconta Emily Wanbul, madre di Simon Ndegua, ragazzo originario della contea di Kiambu. «Siamo riusciti a fare una sola videochiamata con lui a novembre, da allora non sappiamo nulla», spiega Wanbul. Le donne chiedono risposte, «voglio almeno sapere se mio marito è vivo, e se è morto voglio che il suo corpo mi venga restituito», afferma Damaris Mutanda, moglie di Lawrence Kiplangat. L’uomo è partito il 10 ottobre, nel suo caso sapeva che sarebbe entrato nell’esercito perché era un soldato di professione, congedato dopo due anni dalla divisa kenyana. «Da quando è partito sono riuscita a sentirlo solo in poche occasioni, principalmente durante l’addestramento. Una volta arrivato ha trovato condizioni completamente diverse da quelle per cui aveva firmato, e ora è scomparso», racconta piangendo la donna.

Foto di Annaflavia Merluzzi

Mutanda è partita dalla contea di Kericho per partecipare alla manifestazione, «ho viaggiato tutta la notte per arrivare qui, non so più cosa dire ai miei figli, di sei e un anno, quando mi chiedono dov’è il loro papà». A metà percorso la protesta è stata bloccata dalla polizia. Dopo un comizio dell’attivista Fredrick Ojiro che ha ribadito il diritto costituzionale a manifestare, le forze dell’ordine hanno infine concesso al corteo di arrivare davanti al Parlamento.

Mentre camminavano i manifestanti intonavano cori libertari e canti disperati, chiedendo la chiusura dell’ambasciata russa, che finora ha rifiutato di fornire qualsiasi informazione, o misure altrettanto forti per spingere la federazione di Putin a restituire i propri cari. Davanti al palazzo dove si riuniscono Assemblea nazionale e Senato, hanno acceso candele di cordoglio di fianco alle foto dei giovani in divisa. Una delegazione di tre donne, accompagnate da un membro dello staff, è entrata a consegnare una petizione, nella speranza che venga discussa nella prossima seduta parlamentare. Progressi concreti negli sforzi diplomatici con i russi, informazioni precise sullo status e localizzazione dei giovani kenyani, rimpatri in sicurezza, prevenzione assoluta dei reclutamenti futuri, dialogo con le forze ucraine per il rilascio dei prigionieri. Queste, e altre, le richieste presentate nel documento. Soprattutto, un’indagine minuziosa sulle agenzie e persone singole responsabili di aver organizzato o facilitato i reclutamenti.

Foto di Annaflavia Merluzzi

Nonostante l’accoglienza in parlamento, la maggioranza delle donne ha perso le speranze, «se il governo non interviene questi ragazzi sono destinati a morire», afferma ancora John Maina. Per il momento, le poche famiglie che hanno ricevuto conferma di decesso si limitano a fare i funerali in assenza del corpo, per concedersi una seppur mozzata chiusura. Proprio oggi, amici e famiglia saluteranno per l’ultima volta James Kamau Ndung’u, la cui notizia di morte è arrivata ad ottobre, con un memoriale nella casa parentale.

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