Kenya, così il caffè torna gourmet con la Cooperazione italiana

di Valentina Milani
caffè

Riportare il caffè keniano, tra i più apprezzati al mondo, agli antichi fasti, il tutto tramite tecniche sostenibili pensate per rendere le piante resistenti ai cambiamenti climatici. Non è cosa da poco la missione che l’Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo (Aics) si è prefissata l’anno scorso quando ha dato il via a un progetto per il rilancio della produzione di caffè gourmet nel Paese dell’Africa orientale.

La coltivazione del caffè in Kenya, prevalentemente di qualità Arabica, risale all’inizio del secolo scorso e per molto tempo ha rappresentato una delle prime voci dell’export nazionale e una fonte costante e affidabile di sostentamento per milioni di famiglie. Tutt’oggi si stima siano sei milioni le persone che per via diretta e indiretta lavorano attorno al caffè. Tuttavia, benché il Paese rimanga uno dei maggiori produttori al mondo con una produzione nel 2020, secondo l’Organizzazione internazionale del caffè, di 775.000 sacchi da 60 kg (circa il 95% dei quali esportati sui mercati internazionali), questa coltivazione ha perso progressivamente importanza negli ultimi trent’anni. Dalle 120-130.000 tonnellate di caffè annue raggiunte negli anni Novanta, la produzione si è stabilizzata intorno alle 45.000 tonnellate. Anche gli ettari coltivati a caffè, soprattutto sugli altipiani centrali, sono scesi da 170.000 a 119.000. Il calo è attribuibile tra le altre cose alla mancanza di innovazione, all’insorgere di malattie alla piante e ai bassi prezzi del caffè rispetto all’aumento dei costi dei beni per la produzione e dei mezzi di sussistenza. In Kenya, secondo i dati dell’Enveritas Global Farmer Study del 2018, il 65% della produzione totale è in mano ai piccoli produttori, che si sono nel tempo impoveriti.

Ora l’iniziativa finanziata dalla Cooperazione italiana e realizzata dalla ong Cefa in partnership con Avsi ed E4Impact, punta a sfruttare il potenziale inespresso del settore coinvolgendo ventuno cooperative in sette contee, per un totale di circa 45.000 coltivatori. “Il nostro impegno nel settore del caffè, eccellenza italiana, è un esempio dell’attenzione che la sede di Nairobi dell’Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo dedica al pilastro Pianeta dell’Agenda 2030, attraverso un approccio “climate smart” che ci consente di valorizzare e rendere sostenibile la filiera del caffè”, afferma il titolare della sede keniana di Aics, Giovanni Grandi. Questi accorgimenti comprendono la corretta potatura e irrigazione, e una concimazione tramite compost, con l’obiettivo di migliorare il rendimento e la qualità delle piante, potenziando allo stesso tempo la loro resistenza ai cambiamenti climatici e alle malattie.

“L’iniziativa si articola però lungo l’intera filiera – continua Grandi – con una prima enfasi nella fase di campo e nella fase finale di branding, passando per la definizione di un adeguato sistema di tracciabilità del prodotto. Siamo molto orgogliosi anche della proficua collaborazione che abbiamo con i partner locali, con i quali lavoriamo in piena sinergia”. L’iniziativa, che durerà tre anni, segue infatti il chicco di caffè dalla pianta alla tazza, garantendo ai coltivatori e alle comunità locali la formazione necessaria per migliorare la coltura e la tostatura, oltre che la gestione delle cooperative e la commercializzazione.

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