Tigray, la “versione” di Isayas

di Stefania Ragusa
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Il presidente eritreo Isayas Afeworki, in una rara intervista rilasciata alla televisione di Stato, si è detto “preoccupato” per la situazione nel Tigray, in Etiopia, e ha aggiunto che l’Eritrea sta «contribuendo (alla pacificazione) in conformità con i nostri obblighi». Nel corso dell’intervista non ha però fatto alcun accenno alla presenza di truppe eritree in Tigray a fianco delle forze armate etiopi nei combattimenti contro le milizie del Fronte di liberazione del popolo del Tigray (Tplf).

Da quando, il 4 novembre, è scoppiato il conflitto, sono girate molte voci sull’impiego di soldati eritrei nella regione settentrionale dell’Etiopia. Il mese scorso gli Stati Uniti hanno chiesto ufficialmente il ritiro immediato delle truppe di Asmara nel Tigray e al confine con l’Eritrea. Ma sia il governo eritreo sia quello etiope hanno sempre negato che reparti eritrei fossero nella regione.

«Noi, più di altri – ha detto Isayas -, abbiamo vissuto il problema (della guerra) per 80 anni. Pertanto, la pace e la stabilità in Etiopia ci preoccupano più di altri». Ha poi aggiunto che Asmara «sta facendo del suo meglio per contribuire alla situazione in Etiopia», sempre però senza specificare quale tipo di contributo stia dando l’Eritrea.

Ha definito “totale follia” il modo in cui il Tplf ha catturato il comando settentrionale dell’esercito etiope a novembre scatenando la reazione delle forze armate di Addis Abeba. «Nessuno – ha affermato Isayas – immaginava che il Tplf avrebbe fatto ricorso a una mossa così sconsiderata senza precedenti per attaccare il Comando settentrionale delle forze di difesa etiopi». Anche se, d’altra parte, questa mossa del Tplf si inserirebbe in una strategia precisa, perché da sempre «il regime del Tplf ha usato le dispute di confine come carta per la destabilizzazione permanente».

La guerra in Tigray, scoppiata il 4 novembre e dichiarata conclusa un mese dopo, ha portato, secondo le Nazioni Unite, almeno due milioni di persone a cercare rifugio in altre regioni dell’Etiopia e più di 60.000 in Sudan. Sempre le Nazioni Unite affermano che circa 4,5 milioni di persone nella regione necessitano di aiuti urgenti.

(Enrico Casale)

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