Tigray, la guerra non è finita

di Enrico Casale
guerra in Tigray Etiopia
Tempo di lettura stimato: 2 minuti

La guerra in Tigray non è finita. Sul terreno continuano, anche se sporadici, i combattimenti tra i soldati dell’esercito federale etiope e i miliziani del Fronte popolare di liberazione del Tigray (Tplf). La situazione umanitaria, secondo l’Onu, è “disastrosa” e richiede interventi urgenti.

Le radici di questo conflitto tra governo centrale e Tigray sono profonde. Bisogna risalire almeno al 2018 per comprendere la ragione dello scontro. È in quell’anno che arriva al potere Abiy Ahmed. Il nuovo premier è un oromo e inizia gradualmente a emarginare i tigrini che, fino ad allora, avevano governato il Paese. Il Tplf lascia così la coalizione di governo e si concentra sulla sua regione. Allo stesso tempo il loro ruolo all’interno della coalizione al governo si fa meno pesante.

Salto in avanti. A settembre del 2020, contro la volontà del governo di Addis Abeba che aveva rinviato le elezioni generali ufficialmente a causa del covid, in Tigray si organizzano elezioni locali. Il Tplf raccoglie la maggioranza dei voti. Iniziano provocazioni reciproche che, il 4 novembre, sfociano in conflitto aperto dopo un attacco del Tplf a una caserma. Dei combattimenti si sa poco. Ai giornalisti non è permesso entrare nella regione. Le truppe etiopi, sostenute dagli eritrei (la cui presenza è stata confermata solo nei giorni scorsi) e dalle milizie amhara, impiegano un mese per occupare il Tigray. Nonostante a fine novembre il premier Abiy dichiari la fine delle ostilità, sacche di resistenza continuano sotto la guida dei vertici del Tplf (nascosti sulle montagne).

L’isolamento crea una situazione umanitaria difficile. “Continuiamo a ricevere notizie riguardanti attacchi contro civili e infrastrutture, inclusi saccheggi e atti vandalici di centri sanitari, scuole, nonché diversi casi di violenza sessuale e di genere, è inaccettabile”, ha detto Stephane Dujarric, portavoce del segretario generale dell’Onu. Le Nazioni Unite, insieme ai partner umanitari, aumentano la risposta e assistono più di un milione di persone. Cresce intanto il numero dei rifugiati. Secondo le autorità di Khartoum, 67.000 tigrini sono arrivati in Sudan ​​dallo scoppio della guerra. La maggior parte donne e bambini.

Continuano ad arrivare anche notizie di massacri avvenuti nei mesi scorsi. La Commissione etiope per i diritti umani (Ehrc) e l’Alto commissario dell’Onu per i diritti umani hanno annunciato un’inchiesta congiunta a seguito di testimonianze su esecuzioni e violenze su civili. L’Ehrc ha fatto sapere che soldati eritrei avrebbero ucciso un centinaio di civili ad Axum a novembre. Ehrc è arrivata a tale conclusione dopo aver effettuato un’indagine sul campo. Quello di Axum non sarebbe però l’unico caso. Uccisioni indiscriminate si sarebbero registrate anche in altri centri e nei campi profughi dove vivevano gli eritrei fuggiti dal regime di Asmara. “Alle vittime e ai sopravvissuti di queste violazioni non devono essere negati i diritti alla verità e alla giustizia – ha detto Michelle Bachelet, Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani -. Il governo deve concedere a osservatori indipendenti l’accesso alla regione, per accertare i fatti e le responsabilità”. Di fronte alle violazioni dei diritti umani anche il G7 si è detto “fortemente preoccupato” e ha chiesto un’indagine indipendente.

Le ultime conferme su massacri indiscriminati ed esecuzioni extragiudiziali le ha fornite un’inchiesta della Bbc: in questo caso il dito è puntato contro militari etiopi. In ogni caso, sul Tigray, Etiopia ed Eritrea sembrano avere interessi coincidenti: una conferma indiretta, il viaggio ad Asmara la scorsa settimana di Abiy per un punto con il presidente eritreo Isaias Afwerki.

(Enrico Casale)

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