Ruanda 1994, il console italiano che salvò le vittime del genocidio

di claudia
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In questi giorni ricorre l’anniversario del genocidio dei Tutsi del 1994 in Ruanda a cui la nostra rivista dedicherà un evento online giovedì 8 aprile. In quella primavera di 27 anni fa, in mezzo ai massacri, ci furono persone “comuni” capaci di azioni straordinarie. Come Pierantono Costa, console italiano in Ruanda, scomparso all’inizio di quest’anno, che riuscì a salvare più di 2.000 persone dallo sterminio. Il ricordo del regista Alessandro Rocca, autore del film-documentario La lista del Console, che presenteremo all’evento di giovedì. Non mancare. 

di Alessandro Rocca

«In mezzo a tanta violenza e sofferenza qualcosa avevo fatto. Solo questo. Questo, e niente di più». Sono le parole di Pierantonio Costa già console in Rwanda dal 1988 al 2003 che ci ha lasciato. Era nato a Mestre il 7 maggio 1939, quinto di sette figli, si trasferì nella Repubblica Democratica del Congo dov’era emigrato suo padre. Ben presto l’Africa lo mise alla prova. Nel 1960 a Bukavu, salvò gruppi di rifugiati congolesi attraverso il Lago Kivu. Trasferitosi nel vicino Rwanda si ritrovò nel ruolo di console durante i cento giorni del genocidio.

In mezzo all’inferno

Tutto inizia il 7 aprile del 1994 quando all’indomani dell’attentato che costerà la vita al presidente rwandese Juvenal Habyarimana, iniziano i massacri il cui bilancio conterà un milione di morti, in maggioranza appartenenti all’etnia Tusti, ma anche Hutu moderati. Tutto questo in soli cento giorni di barbarie e follia.

Mettendosi in gioco in prima persona e utilizzando i suoi soldi e le sue conoscenze, Costa ha salvato la vita a più di duemila persone, occidentali e ruandesi, adulti e bambini. Ha viaggiato dentro e fuori il Paese, ha passato innumerevoli volte i posti blocco, trattando con i miliziani con tutti gli inevitabili rischi per la sua vita. Si è fermato solo quando, passando ancora una volta il confine tra Ruanda e Burundi, gli è stato consigliato vivamente di non tornare indietro, di restare a Bujumbura: sapeva che, in caso contrario, sarebbe stato ucciso. In quell’ultimo viaggio aveva salvato 375 bambini.

Una vita in Africa

Pierantonio è il penultimo di sette fratelli, nasce a Mestre il 7 maggio 1939, studia a Vicenza e a Verona e a quindici anni raggiunge il padre emigrato nello Zaire. A Bukavu, nel 1960, fa la prima esperienza di guerra africana e, con alcuni suoi fratelli, si prodiga per traghettare sull’altra sponda del lago Kivu gruppi di profughi congolesi.
Quando scoppia la rivoluzione mulelista, Pierantonio decide di trasferirsi nel vicino Rwanda, il Paese dalle mille colline, che ha da poco ottenuto l’indipendenza. Il 5 maggio 1965 ottiene il primo permesso permanente di residenza in Rwanda e da allora fino al 1994 risiede a Kigali. Qui ha sposato Marianne, una cittadina svizzera, e ha avuto tre figli. Imprenditore di successo, allo scoppio del genocidio dirige quattro imprese di sua proprietà. Per quindici anni, dal 1988 al 2003, l’Italia gli affida la rappresentanza diplomatica. Nei tre mesi del genocidio, dal 6 aprile al 21 luglio 1994, Costa porta in salvo dapprima gli italiani e gli occidentali, poi si stabilisce in Burundi, a casa del fratello, e da lì comincia una serie incessante di viaggi attraverso il Rwanda per mettere in salvo il maggior numero di persone possibile.

Quanto vale una vita?

Costa usa i privilegi di cui gode, la rappresentanza diplomatica, la sua rete di conoscenze e il suo denaro per ottenere visti di uscita dal paese per tutti coloro che gli chiedono aiuto.

«Decisi che avrei operato così. Mi sarei vestito sempre allo stesso modo per essere riconoscibile: pantaloni scuri, camicia azzurra, giacca grigia. Distribuite nelle tasche – e sempre nello stesso posto – avrei messo banconote da 5000 franchi rwandesi (circa 20 euro), da 1000, da 500 e, infine, da 100 franchi, per essere sempre pronto a estrarre la cifra giusta, senza dover contare i soldi: la mancia deve essere data nella misura giusta, se dai troppo ti ammazzano per derubarti, se dai troppo poco non passi. Nella borsa avrei avuto costantemente con me alcuni fogli con la carta intestata del consolato d’Italia, e sul fuoristrada ci sarebbero state le immancabili bandiere italiane. Quanto alla durata delle incursioni oltre confine, avrei evitato il più possibile di dormire in Rwanda e di viaggiare col buio».  Aiutato dal figlio Olivier, Costa agisce di concerto con rappresentanti della Croce Rossa e di svariate Ong, e alla fine del genocidio avrà perso beni per oltre 3 milioni di dollari e salvato circa 2000 persone.

L’idea del film

Della sua storia e di quelle vicende non ne ha voluto mai parlare, fino all’incontro con il giornalista di Famiglia Cristiana Luciano Scalettari (anche lui sarà presente all’evento di giovedì). Dalle loro chiacchierate nasce il libro “La lista del console“, dieci anni dopo gli avvenimenti. Nel 2010 ho avuto l’occasione di conoscerlo, sempre grazie a Luciano. Avevo letto il libro, tutto d’un fiato, durante un volo che mi riportava per l’ennesima volta in Africa. Ho pensato che quella storia andasse raccontata anche con un film. Con Luciano incontrammo Pierantonio vicino a Bruxelles dove viveva con la moglie Marian. Non era convinto della cosa. Gli pesava tornare su quelle storie, in quei luoghi. Ma qualche giorno dopo mi chiamò e mi disse: «Facciamolo!».

Così tornammo sui luoghi e incontrammo coloro che devono la vita a un uomo che ha saputo essere coraggioso in mezzo al terrore, abbiamo cercato di capire, con le testimonianze dei protagonisti di allora una tragedia che ha creato decine di migliaia di orfani e mutilati, in un paese dannatamente bello nel cuore dell’Africa.

Durante le riprese del film – che verrà presentata all’evento di giovedì –  mi disse: «Le cicatrici dei sopravvissuti hanno colpito l’immaginazione del mondo intero. Ma a Kigali non aiutano la memoria. Qui se porti addosso i segni del genocidio la gente pensa che tu sia stato semplicemente fortunato. Perché sei ancora vivo».

«No ascoltato la mia coscienza»

L’Italia lo ha insignito di medaglia d’oro al Valor Civile e così anche le autorità del Belgio e analoga onorificenza riceverà dal Belgio. Nei cento giorni del genocidio rwandese, Costa, che non è un missionario votato al sacrificio, ma un uomo che si fa guidare dalla sua coscienza, decide di rischiare la sua vita, compiendo azioni straordinarie mettendo semplicemente a disposizione del prossimo la sua umanità e i suoi beni.  «In mezzo a tanta violenza e sofferenza, qualcosa avevo fatto. Solo questo. Questo e niente di più), ma col costante rammarico di aver voluto fare di più. Nel 2008 gli è stato dedicato un alberello nel Giardino dei Giusti del Mondo di Padova e nel 2009 un cippo nel Giardino dei Giusti di tutto il mondo di Milano. Pierantonio Costa è stato tra i candidati al Premio Nobel per la Pace 2011 insieme a Zura Karuhimbi e Yolande Mukagasana. Luciano Scalettari, commentò così: «Secondo me, è un giusto, nel senso che danno a questo termine gli ebrei». A questa affermazione Pierantonio Costa disse: «Ho solo risposto alla mia coscienza. Quello che va fatto lo si deve fare».

(Alessandro Rocca)

GUARDA IL TRAILER DEL FILM-DOCUMENTARIO

LA SUA VITA IN BREVE

  • Nato a Mestre il 7 maggio 1939, Pierantonio Costa si trasferì nella Repubblica Democratica del Congo dov’era emigrato suo padre. Nel 1960 a Bukavu, salvò gruppi di rifugiati congolesi attraverso il Lago Kivu.
  • Trasferitosi nel vicino Rwanda, dove ha ricoperto la carica di console italiano dal 1988 al 2003, riuscì a salvare duemila persone coinvolte nel genocidio avvenuto nel paese nel 1994 mettendo a rischio la sua stessa vita durante i viaggi.
  • La sua storia gli è valsa la nomina per il premio Nobel per la pace del 2011 e la medaglia d’oro al Valor Civile. Spiegando il suo coraggio, Costa ha detto: «Ho solo risposto alla mia coscienza. Quello che va fatto lo si deve fare».

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