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sud sudan

    Foto: Sudan Relief Fund
    NERO SU BIANCO

    Hiiboro Kussala | «Per spegnere i conflitti in Sud Sudan serve sviluppo»

    di Pier Maria Mazzola 20 Dicembre 2019
    Scritto da Pier Maria Mazzola

    Mentre si prepara un governo di transizione e si fa più probabile la visita di papa Francesco in Sud Sudan, il presidente della Conferenza episcopale presenta il proprio Paese. Le sue enormi difficoltà vengono soprattutto dalla recente guerra, ma anche da scelte ereditate dall’era coloniale. «Non sapevamo come si gestisce un Paese». E invoca sforzi fattivi da parte di Usa ed Europa.

    Al termine della preghiera dell’Angelus del 10 novembre scorso, papa Francesco ha annunciato, per il prossimo anno, un suo viaggio nel Sud Sudan. Si compie così un desiderio a lungo coltivato e già espresso lo scorso aprile in occasione dell’udienza al presidente sud-sudanese, Salva Kiir.

    «Il popolo sud-sudanese – ha detto il Papa – ha sofferto troppo negli ultimi anni e attende con grande speranza un futuro migliore, soprattutto la fine definitiva dei conflitti e una pace duratura. Esorto pertanto i responsabili a proseguire, senza stancarsi, l’impegno in favore di un dialogo inclusivo nella ricerca del consenso per il bene della nazione. Esprimo inoltre l’auspicio che la comunità internazionale non trascuri di accompagnare il Sud Sudan nel cammino di riconciliazione nazionale. Vi invito tutti a pregare insieme per questo Paese, per il quale nutro un affetto particolare».

    Un Paese bisognoso di aiuto

    Ma come si presenta la situazione del Sud Sudan dopo otto anni di guerra e di conflitti succeduti alla proclamazione dell’indipendenza del 2011? Ne parla Eduardo Hiiboro Kussala, vescovo della diocesi di Tombura-Yambio dal 2008, presidente della Conferenza episcopale del Sud Sudan, in questa intervista rilasciata negli Stati Uniti alla suora paolina Rose Pacatte, presso la sede dei gesuiti della Loyola Marymount University di Los Angeles.

    Mons. Kussala ha una laurea in bioetica, governo, politica e relazioni internazionali, e un dottorato in teologia morale. Ha scritto quattro libri, l’ultimo intitolato Riconciliazione, guarigione e pace in Sud Sudan.

    Ha spiegato il motivo della sua visita negli Stati Uniti in quanto rappresentante del Sudan Relief Fund (Fondo di Soccorso del Sudan). «Sono qui – ha affermato – per suonare un campanello, per chiedere al popolo degli Stati Uniti di venire in aiuto al Sud Sudan in modo più deciso: diplomaticamente, politicamente e socialmente. Il Sud Sudan non sarebbe nato, se gli Stati Uniti e altri Paesi europei non ci fossero stati vicini. Quando abbiamo raggiunto l’indipendenza, tutti pensavano che il compito fosse terminato e hanno rallentato la loro azione per garantire la pace. Poi è arrivata la guerra. Questi Paesi se ne sono resi conto e ciò non è loro piaciuto e, invece di aiutarci, hanno ridotto i loro sforzi diplomatici».

    Ripartire da zero

    Nell’intervista – scrive suor Rose Pacatte – abbiamo parlato del cammino del Sud Sudan dopo l’indipendenza e delle ragioni che sono alla base dei continui disordini. Mons. Kussala afferma: «Il fatto è che non sapevamo come gestire un Paese. Il 98% della gente è analfabeta. Costruire un Paese non è facile e ci troviamo in mezzo a difficoltà politiche».

    «Nel 1956 – ha proseguito – i colonizzatori consegnarono il governo del Sudan a quelli del Nord. Essi avevano definito gli abitanti del Sud come persone “diverse” e le avevano trattate anche in modo diverso. Non so con certezza le ragioni per cui i colonizzatori non abbiano insistito sullo sviluppo di quello che oggi è il Sud Sudan, ma questa è la ragione che ha portato alla mancanza di istruzione e di sviluppo delle infrastrutture nel Sud».

    «La nostra gente è molto povera. Ha bisogno di educazione e di sviluppo, ma soprattutto di educazione, per trasformare la comunità. Ci mancano imprenditori per costruire alloggi adatti; dobbiamo assumerli al di fuori del Paese per un lavoro che sia di qualità».

    «Abbiamo bisogno di insegnanti. Dobbiamo assumerli dall’Africa orientale, dal Kenya e dall’Uganda, e questo è molto costoso. Dobbiamo assumere persone perfino per scrivere lettere con un computer. Abbiamo bisogno di importare competenze da Paesi come la Gran Bretagna e gli Stati Uniti, anche per le cose più semplici come il lavoro agricolo di base per migliorare l’alimentazione e l’allevamento degli animali – e per creare una classe di lavoratori. La ricetta per ottenere la pace è questa: educazione, sviluppo e lavoro».

    Un’altra attività a cui la Chiesa del Sud Sudan partecipa è la riabilitazione dei bambini soldato. Tra il 2015 e il 2018, un enorme numero di giovani è andato nella foresta per combattere con diversi gruppi di questo conflitto, adescati dalla promessa di 100 dollari a testa.

    «Io – sottolinea il vescovo – ho invitato tutti i gruppi religiosi, compresi i musulmani e il governo, a mettersi tra la foresta e questi ragazzi. Siamo andati da loro e per tre volte siamo stati costretti a metterci in ginocchio con i fucili puntati addosso da questi ragazzi. Alla fine dei nostri sforzi, abbiamo tratto fuori dalla foresta circa 10.000 giovani armati e bambini soldato. Abbiamo dovuto convincerli che non avevano bisogno dei fucili».

    «Poi, con l’aiuto delle Nazioni Unite, li abbiamo convinti a deporre le armi. Abbiamo quindi dato loro una divisa scolastica, libri e un quaderno. Abbiamo un programma di riabilitazione per loro, ma il più grande ostacolo è quello di riconciliarli con le loro famiglie, per superare il marchio di essere “bambini della foresta”, o bambini soldato. Occorre formare gli insegnanti perché sappiano includere questi bambini con tutti gli altri studenti e non riferirsi a loro ai “bambini della foresta”».

    «Lo stesso avviene per le ragazze, le ragazze madri. Non vogliono stare nella foresta. Ne abbiamo tratte fuori molte, ma abbiamo bisogno di un centro adeguato in cui poterle guarire dal trauma subito. Abbiamo anche bisogno di un centro per la protezione dei bambini e per insegnare a proteggerli, perché c’è anche l’abuso minorile. Nessuno ci vuole credere, ma il fenomeno esiste e deve essere affrontato».

    I passi da compiere

    Suor Rose gli ha chiesto quali sono i passi da compiere per andare avanti. «Prima di tutto – ha risposto il vescovo – abbiamo bisogno di una formazione permanente dei leader politici. Dobbiamo stare loro vicini. Come popolo dobbiamo imparare da altri Paesi, ma non abbiamo bisogno di un cane da guardia o di gente che ci parli con arroganza. Abbiamo bisogno di collaborazione, anche con le ex potenze coloniali, per aiutare il Sud Sudan a camminare con le sue gambe».

    «In secondo luogo, come Chiesa, è nostra responsabilità educare le persone sull’importanza della pace, sulla loro dignità umana e sui diritti umani e la pacificazione. Ne abbiamo bisogno per uscire da decenni di traumi di violenza. Dopo questi otto anni di lotta per diventare una nazione, siamo tutti traumatizzati. È tempo di costruire la nostra identità».

    «In terzo luogo, abbiamo bisogno di sviluppo. Non c’è pace senza uno sviluppo che coinvolga giovani, donne, anziani, e tutti come collaboratori. Abbiamo bisogno che un certo numero di persone venga da noi, ci aiuti e ci accompagni per poter progredire. Infine, abbiamo bisogno della comunità internazionale, in particolare di quei Paesi che confinano con il Sud Sudan: Sudan, Etiopia, Kenya, Uganda, Repubblica democratica del Congo, Repubblica Centrafricana. Tutti questi Paesi hanno la responsabilità della pace nel Sud Sudan. Non devono starsene seduti a guardare la confusione che regna nel nostro Paese e avvantaggiarsene, con il traffico di armi che richiede in cambio l’acquisto dei loro beni e dei loro servizi, senza investire nello sviluppo dell’autonomia del Sud Sudan. Siamo un popolo che non ha mai conosciuto altro che guerre e conflitti. Abbiamo bisogno di vicini pacifici che sostengano la nostra pace».

    L’impegno della Conferenza episcopale

    La Conferenza episcopale cattolica del Sudan, ha spiegato mons. Kussala, sta sviluppando un piano pastorale che comprende sia il Sudan che il Sud Sudan. Consiste in una catechesi che aiuti le persone a vivere secondo la loro fede cattolica, di programmi per plasmare l’identità pastorale di sacerdoti, religiosi e catechisti, in modo che possano esercitare un influsso nei loro Paesi e continuare l’opera di pace.

    Finora la Conferenza episcopale non ha ancora un sito web, ma i vescovi stanno lavorando per avviare una presenza online. Siccome ci sono poche strade, le famiglie stanno in contatto tra loro attraverso il telefono. La Chiesa locale trasmette ogni giorno messaggi, tramite i telefoni cellulari, «sulla pace, la riconciliazione e la spiritualità».

    «Abbiamo anche una stazione radio che usiamo per le preghiere, per l’Angelus, il rosario – ha aggiunto il vescovo –. Ai giovani piace la musica e agli anziani piacciono le preghiere. Ci serviamo della radio per condividere informazioni, per leggere lettere pastorali e messaggi del papa, per la catechesi e per parlare dell’insegnamento sociale della Chiesa. Ogni giorno c’è un servizio sull’insegnamento sociale cattolico che traduciamo in varie lingue locali per rendere le persone consapevoli dei loro diritti, delle loro responsabilità e della loro dignità umana. A volte il governo mette in discussione l’insegnamento sociale cattolico, ma noi insistiamo nel dire che la gente deve conoscere i propri diritti».

    Mons. Kussala

    Il vescovo Kussala ha aggiunto anche che la Conferenza episcopale lavora in maniera unitaria. «Apparteniamo a due Paesi ma ad una sola Chiesa. Rispondiamo alle esigenze pastorali di ogni Paese a seconda della prospettiva di ciascuno. La Conferenza ha un segretario generale e due vicesegretari, uno per Paese. Il nostro seminario, che è anche centro pastorale, serve entrambi i Paesi. Il Sudan è prevalentemente musulmano e il Sud Sudan è principalmente cristiano, ed entrambi i Paesi sono segnati dalla guerra. Pertanto, lavorare insieme è essenziale».

    Il vescovo ha anche parlato con riconoscenza dell’opera che i gesuiti svolgono dedicandosi da decenni all’educazione in entrambi i Paesi. Oltre ad essere professori all’università cattolica, hanno aperto un centro per il rinnovamento dell’agricoltura in una comunità basata sull’allevamento del bestiame, con annessa una scuola di formazione per insegnanti.

    Ha ringraziato anche le Figlie di San Paolo che stanno aiutando a creare una cultura che favorisca la lettura, attraverso la loro libreria a Juba (la prima della nazione).

    Per quanto riguarda il ruolo delle donne nel Sud Sudan, mons. Kussala afferma che, senza di loro, il Paese non andrebbe da nessuna parte. «Il governo prevede di assegnare il 70% delle opportunità di lavoro agli uomini e il 30% alle donne, ma io sostengo che le opportunità di lavoro devono essere ugualmente aperte sia agli uomini che alle donne».

    «La formazione di un nuovo governo di unità nazionale si sta ora realizzando. Il suo successo è determinante per la pacificazione del Sud Sudan. Vogliamo che gli Stati Uniti ci stiano più vicini, non in modo autoritario, ma siano come padre, madre, sostenitore e amico del popolo del Sud Sudan, per continuare lo sviluppo materiale della regione. Per spegnere i conflitti, abbiamo bisogno di sviluppo. Ci sono così tanti giovani inattivi disponibili a lavorare per iniziative di crescita. Questa – ha concluso il vescovo – è la ragione per cui sono qui. Per suonare questo campanello. Non lasciateci soli, non abbandonateci». (Fonte: Catholic Herald, 28 novembre 2019).

    A cura di Antonio Dall’Osto per SettimanaNews

    Foto: Sudan Relief Fund

     

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