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Edizione del 20/09/2026

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Rivista Africa
La rivista del continente vero
Tag:

etiopia

    CONTINENTE VERO

    Etiopia: monaci tra le rocce

    di AFRICA 11 Agosto 2018
    Scritto da AFRICA

    Abbarbicati tra le aspre montagne del Tigray, in una valle solitaria, hanno trovato rifugio gli stefaniti, religiosi cristiani consacrati a una vita austera, in passato accusati di eresia e perseguitati dalla Chiesa copta.

    Quando incrociamo il sorriso di Wendemu e Asgede, il sole è già alto e bollente. Fradici di sudore e con le gambe doloranti, discendiamo da un pezzo le aspre e remote gole in fondo a cui si nasconde il villaggio di Gunda Gunde.

    I due giovani etiopi sono agronomi dell’Università di Macallè, inviati per l’ennesima volta tra queste montagne con il compito di raccogliere campioni di suolo, acqua e piante che verranno poi esaminati nei laboratori dell’ateneo. Da bravi ricercatori, cercano di venire a capo di un mistero: la straordinaria qualità delle arance prodotte in questo angolo remoto dell’Agame, una regione del Tigray nord-orientale a pochi chilometri dal confine con l’Eritrea.

    Soltanto a piedi

    Una zona che lo studioso Paul Henze ribattezzò «piccolo Tibet», in omaggio alla bellezza e al fascino di queste montagne fiabesche, baluardo dell’altopiano etiope che poco più a oriente precipita nella grande depressione della Dancalia. La spedizione cui abbiamo la fortuna di unirci è partita da Geblen, ultimo villaggio della regione raggiungibile in macchina. Gli oltre mille metri di dislivello che ci separano dalla meta finale possono essere percorsi soltanto a piedi. Un cammino che una persona ben allenata può compiere in cinque ore. Quando finalmente raggiungiamo Gunda Gunde, il sole è tramontato da un pezzo. Ad attenderci troviamo la generosa ospitalità della popolazione locale: un pentolone ripieno d’acqua, spezie e farina di ceci – ingredienti base del tradizionale shiro – viene messo subito a bollire su un fuoco di legna, mentre un ragazzo sistema alcune stuoie lungo la veranda. La volta delle stelle è talmente bella da rendere sopportabile anche la dura pietra su cui abbandoniamo i corpi esausti.

    Il Lutero africano

    Siamo qui per visitare un antico monastero, che nel XV secolo fece da culla al movimento religioso degli stefaniti e che ancora oggi custodisce preziose antichità. Estifanos, fondatore del movimento, trascorse la sua giovinezza facendo il pastore tra queste montagne. A 19 anni fu ordinato diacono, ma, deluso dal malcostume diffuso tra gli altri monaci cristiano-ortodossi, decise presto di formare un proprio ordine: settant’anni prima che Lutero e il protestantesimo apparissero in Europa, diede vita a un movimento di riforma. Praticava una vita austera e di condivisione, in completa indipendenza dal mondo esteriore. Trovava esagerata la venerazione per la vergine Maria, i santi, gli angeli e le icone religiose (ciononostante, proprio gli Stefaniti dipinsero alcuni dei più bei ritratti della Madonna arrivati ai nostri giorni). Predicava grande tolleranza nei confronti delle altre religioni, in particolare dei musulmani che vivono nel bassopiano al di là delle montagne che circondano Gunda Gunde. Il rifiuto di inginocchiarsi di fronte all’imperatore etiope – «La prostrazione è un gesto dovuto soltanto a Dio», sosteneva Estifanos – gli costò prigione e torture.

    Morì in carcere nel 1447, il suo corpo venne poi bruciato e oltraggiato sulla piazza pubblica. Anche i monasteri degli stefaniti subirono le fiamme del clero ortodosso, mentre i discepoli che gli rimasero fedeli vennero imprigionati e uccisi. La persecuzione continuò per tutto il XVI secolo, fino a quando l’ordine non venne riassorbito con violenza dalla Chiesa ortodossa etiope. Ma le idee di Estifanos sopravvissero, garantendo agli stefaniti un posto nella storia religiosa dell’Etiopia.

    Ospitalità e diffidenza

    Gunda Gunde divenne un luogo mitico, custode della memoria del movimento. Ancora oggi nel monastero sono conservati oltre 200 manoscritti – soprattutto Vangeli, storie bibliche e vite dei “santi” stefaniti – oltre a magnifiche miniature e dipinti anteriori al XVI secolo. Li ha fotografati per la prima volta Ewa Balicka dell’Università di Uppsala, nel corso di una spedizione svoltasi oltre dieci anni fa. A differenza delle altre chiese rupestri del Tigray, scavate nella roccia dell’acrocoro, il monastero degli stefaniti si trova abbarbicato tra i picchi delle montagne, in fondo a una serie di gole impervie. Per raggiungerlo dal villaggio di Gunda Gunde occorre seguire il letto in secca del torrente che durante la stagione delle piogge alimenta le arance e le altre coltivazioni locali. Prima d’incamminarsi è però necessario il nullaosta degli abitanti del villaggio

    A sorpresa, le stesse persone che ci hanno sfamato e ospitato il giorno precedente ora non sembrano disposte ad accordarci il permesso di proseguire. Il monastero è un luogo di intime preghiere, di silenzio e contemplazione, riservato ai religiosi della comunità, non un’attrazione turistica. Comprensibile che la gente voglia preservarne lo spirito. Mentre ci disperiamo all’idea di avere fatto tanta strada senza poter nemmeno vedere il profilo della chiesa, s’avvicina un uomo avvolto in un mantello. Tra il copricapo piatto e la fitta barba bianca spuntano due occhi brillanti e affilati: sono quelli di Abba Lemlem, leader della congregazione che ancora oggi vive, lavora e prega nel monastero di Gunda Gunde. Occhi che dopo averci interrogato si convincono ad accompagnarci a destinazione.

    Trance mistica

    L’emozione e la stanchezza, unite al delizioso tej, un liquore di miele tipico dell’altopiano etiope, che ci viene servito in piccole otri di vetro soffiato, ci spingono in una sorta di trance mistica. Dimentichiamo i manoscritti, i dipinti e le miniature. Non possiamo far altro che rimanere sospesi tra le rocce a osservare con rispetto lo scorrere degli eventi. Alcuni monaci ci fanno accomodare all’ombra di una tettoia di sterpi intrecciati. Ad accompagnare il tej, ci viene offerta una cesta di paglia ripiena di besso, un impasto di farina d’orzo e spezie che va lanciato nella bocca. Seduto al mio fianco c’è un vecchio monaco sdentato, che non smette di ridere davanti ai miei tentativi maldestri di mangiare il besso. Intanto un altro monaco sta tostando parte del caffè portato con noi come omaggio alla congregazione.

    Di colpo Abba Lemlem c’invita ad alzarci: un capretto è stato sacrificato per festeggiare e il resto della congregazione ci attende per dare inizio al pasto. La testa dell’animale è conficcata per le corna tra le pietre di una parete. Dal collo cola sangue fresco. Il tej, come il sangue del capretto, non smette di scorrere. Il monaco che taglia la carne bollita continua a offrirci i bocconi migliori. Con lo sguardo cerco gli occhi di Abba Lemlem, come fossero l’unica bussola rimasta a disposizione: sono gemme che brillano tra le montagne.

    (Adriano Marzi)

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    11 Agosto 2018 0 commentI
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