Nella Valle dell’Omo per la festa della fertilità e della pace

di AFRICA

Mantelli di pelle di leopardo, parrucche di piume di struzzo, lunghi bastoni e kalashnikov a tracolla. È il look ostentato dagli uomini dassanech in occasione della solenne “cerimonia del dimi” che si celebra (con lo sterco delle vacche) nel delta del fiume Omo.

Il delta del fiume Omo, al confine tra Etiopia e Kenya, è un luogo incerto. Qui terra e acqua si confondono, l’erba è salata, la pioggia è erratica. Il territorio ha una delle peggiori combinazioni di umidità e temperatura dell’Africa orientale. L’area è così ostile, isolata e insalubre da scoraggiare ogni insediamento. All’estremità meridionale, il delta dell’Omo è una sorta di desolazione di canne ed erbe lacustri; qui l’influenza salina del Lago Turkana (pH 14, con elevata presenza di sodio, potassio e fluoro) rende l’acqua dannosa per il bestiame e pericolosa per l’uomo. Lungo il fiume, risalendo verso nord nell’area di Omorate, si apre una savana che offre qualche pascolo bruciato dal sole.

Questo è il regno dei Dassanech, circa 60.000 pastori dal temperamento schivo e tenace. È opinione diffusa che siano originari di un gruppo nilo-sahariano, migrato nella Bassa Valle dell’Omo solo nel XIX secolo. Qui sembra abbiano assorbito la popolazione cuscitica locale, assumendone la lingua e assimilando parte della cultura.

Mosaico di culture

Praticamente ignorati dagli scienziati fino al 1970, i Dassanech sono il prodotto di disastri continui. Si tratta di un coacervo di profughi ambientali che si sono cuciti addosso, a memoria d’uomo, una sorta di patchwork di culture, in cui i vari elementi eterogenei sono tenuti assieme da una lingua cuscitica, da una cultura materiale che li vede assai simili ai pastori (valore del bestiame, capanne semisferiche, poggiatesta, contenitori per il latte, monili, acconciature) e da una straordinaria adattabilità e resilienza alla catastrofe. I Dassanech sono la dimostrazione che l’integrazione dei gruppi umani è possibile: in pratica ogni gruppo che si aggiunge alla comunità sotto la spinta di guerre, carestie o migrazioni diviene una sorta di nuovo clan. La regola, però, è che nessuno può sposarsi – e neppure danzare – con un membro dello stesso clan. In tal modo l’identità individuale si diffonde rapidamente in tutta la comunità tramite i matrimoni misti.

Dal momento che ogni clan, così come i ministeri dei nostri Stati, ha differenti poteri utili alla comunità intera, il nuovo gruppo trova immediata collocazione pratica. Per esempio, il clan più numeroso, Galbur, ha potere sulle acque e sui coccodrilli (un problema per chi deve muoversi nel delta con il bestiame). I Turat si occupano del fuoco e delle conseguenti ustioni (comunissime soprattutto tra i bambini); inoltre curano molte malattie e tengono i razziatori lontano dalle mandrie. I Turnyerim pregano per la pioggia, ma sono anche capaci di curare i morsi di serpenti velenosi con lo sputo. Altri clan si suddividono incidenti e malattie: glaucoma, infezioni varie, morso di scorpione, problemi muscolari, e così via.

Riti di passaggio

Nella società dassanech i giovani devono sottoporsi alla tradizionale circoncisione, mediante la quale un ragazzo diventa un guerriero adulto. Le bambine, invece, vengono sottomesse all’escissione della clitoride attorno ai 10 anni di età (una donna non mutilata non può sposarsi e viene chiamata “uomo” o “animale” per spregio). Ogni rito di passaggio è celebrato con grande solennità dalla comunità. Ma l’evento più maestoso di tutti è la cerimonia del dimi – che avviene dopo il parto del primo figlio.

Spesso confusa dagli osservatori con il momento dell’escissione femminile, il dimi è il momento più importante per un uomo dassanech, in quanto consacra la fertilità delle sue figlie e la continuazione del lignaggio. Egli diviene in tal modo un anziano a tutti gli effetti. Si tratta di una festa maschile, in lode del potere generativo delle donne. Tutti indossano il meglio possibile, esibendo monili di perline e cappe o copricapo di pelliccia. A memoria dei vecchi tempi, salta fuori qualche pelle di leopardo, un po’ tarlata. Nel dimi si sacrificano molti animali, tra cui un bue (meglio se bianco) per un banchetto rituale che ha anche la funzione di pacificare le eventuali controversie tra i clan rivali. Prima di mangiare la carne – cosa rara, in quanto il bestiame serve a produrre latte e “ricchezza sociale” – gli stomaci e gli intestini degli animali vengono riversati in un luogo centrale. A quel punto, gli anziani rimescolano con le mani il contenuto, a significare unità nel collettivo, per poi invitare tutti a spalmarsi della materia verdastra.

Lo sterco animale è una benedizione: significa che le vacche hanno mangiato e che, di conseguenza, mangeranno anche le persone. Lo stesso rito l’ho visto presso gli El-molo – una popolazione di pescatori del Turkana orientale linguisticamente imparentata con i Dassanech – e tra gli Hamar e gli Arborè nella Valle dell’Omo.

Bambine benedette

Come minimo si macellano dieci vacche e una trentina di capre. Notate: il dimi si tiene durante la stagione secca, quando le vacche non hanno latte. In tal modo, la cerimonia distribuisce cibo alla comunità, in momenti che da queste parti possono essere davvero difficili. La cerimonia è controllata, come al solito, da una trentina di vecchi appartenenti alla classe di età senior, un must sociale tra i pastori dell’Africa orientale. Essi sono noti tra i Dassanech come “i tori” e hanno il compito di rifornire di animali da riproduzione chiunque abbia problemi di bestiame nella comunità. In effetti, in occasione del dimi, un padre orgoglioso, per attirare su sua figlia la benedizione degli anziani, dovrebbe sacrificare così tante vacche da rimanere praticamente spiantato. Non si preoccupa di impoverire il proprio patrimonio: saranno le sue figlie a ricostituire la mandria e la ricchezza perduta.

Per quanto prive di proprietà materiali, le donne dassanech dimostrano di avere un potere assoluto nella comunità: qui le bambine sono benedette (caso comune tra i pastori, ma raro nel mondo agricolo e industriale) in quanto portatrici di dote alla famiglia della sposa. Per maritarsi, i Dassanech utilizzano l’unico capitale disponibile: le vacche. Se il sistema di dote fosse analogo al nostro, con la donna che aggiunge proprietà a quelle del marito, nelle savane dei pastori poligami si avrebbe una concentrazione eccessiva di bestiame e un letale sovrappascolo. Se invece è il marito a dare bestiame alla famiglia della sposa come risarcimento della perdita di una “generatrice di uomini”, le bambine rappresentano un meccanismo di redistribuzione della ricchezza e di conservazione ecologica. Benedette, davvero.

(Alberto Salza – foto di Eric Lafforgue)

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