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"sudan guerra"

    Libia miliziano
    NERO SU BIANCO

    Michela Mercuri: la crisi libica spiegata in cinque punti

    di Enrico Casale 3 Maggio 2019
    Scritto da Enrico Casale

    In Medio Oriente e nel Nord Africa c’è uno scontro inter-sunnita in corso. Se non si risolverà la guerra per procura del Golfo in Libia, il conflitto sarà destinato a durare a lungo.

    Da alcune settimane i miliziani di Khalifa Haftar e quelli di Fayez al-Sarraj si contendono Tripoli, la capitale libica. Ma che cosa c’è dietro questo scontro? Lo abbiamo chiesto a Michela Mercuri, docente universitaria e profonda conoscitrice delle vicende libiche. Ci ha risposto in cinque punti

    1) Quali milizie sostengono Khalifa Haftar e quali Fayez al-Sarraj?
    Muoversi nel complesso magma delle milizie libiche, che si sono rafforzate dopo la guerra del 2011, acquisendo, in assenza di un controllo contrale, potere e territorio, è estremamente difficile visto che il “cambio di casacca” è lo sport preferito dai gruppi locali. Detto questo, possiamo tentare una estrema sintesi della situazione sul campo. Haftar è supportato sin dal 2014 dal cosiddetto Esercito nazionale libico (Lna). Secondo quanto riportato dall’International Institute for Strategic Studies, l’esercito di Haftar avrebbe circa 25.000 uomini. Si tratterebbe, in parte, di militari delle forze armate di Muammar Gheddafi integrate da personale che proverrebbe dalla Saiqa, unità delle forze speciali e paramilitari che furono impiegati per stanare i jihadisti da Bengasi nel 2017 (circa 3500 uomini). Altro personale è fornito dalla milizia salafita dei Madkhaliti, vicina all’Arabia Saudita, Paese sponsor di Haftar. Ci sono poi mercenari ciadiani e sudanesi, gruppi tribali armati e guardie di impianti petroliferi dei quali Hafar ha acquisito l’acquiescenza, specie nel Sud, durante la sua avanzata. La lista potrebbe continuare ma, in sintesi, potremmo dire che buona parte delle milizie del generale – a livello locale – combattono con lui, sia perché ben retribuiti (Gheddafi docet), sia in maniera strumentale per assicurarsi porzioni di territorio. È plausibile ipotizzare che, una volta finita la guerra, difficilmente cederanno armi e potere senza avere qualcosa in cambio.
    Passiamo a Sarraj. Qui il quadro si fa più complesso perché, storicamente, il leader può contare su una serie di milizie che, però, più che essergli fedeli, ne usano l’autorità per accreditarsi nel panorama locale. Puro opportunismo, insomma. Detta in altri termini, sono loro che comandano e il Gna di Sarraj è l’ombrello sotto il quale combattono per avere una legittimità. La lista delle milizie pro-Sarraj sarebbe davvero lunga e poco affidabile (vista la già menzionata propensione ai cambi di casacca) e dunque citeremo solo le più importanti. Il leader di Tripoli può contare sulle milizie di Misurata e su una parte delle forze di Zintan, prima fedeli all’Est libico e ora divise nel loro supporto tra il Gna e l’Esercito nazionale libico. Chiaramente l’ago della bilancia è Misurata: più di 40.000 uomini che combattono non tanto per la fedeltà a Sarraj, ma per mantenere la loro posizione privilegiata e l’autonomia (Misurata è una città Stato ormai) che si sono meritatamente aggiudicate durante la guerra contro lo Stato islamico a Sirte nel 2016, in cui hanno dimostrato la loro notevole capacità militare. Sono loro che fanno la differenza.
    Potemmo dire che Hafar, nella sua avanzata, si è arenato sulla via di Misurata, che è stata in grado di rispondere via terra e via aerea agli attacchi del generale. Molte delle milizie che combattono fanno riferimento alle potenze del Golfo e dunque hanno un’impostazione ideologica e religiosa ben precisa.

    2) A livello internazionale, chi sostiene Haftar e chi al-Sarraj?
    Ormai è cosa nota che la guerra che sta insanguinando Tripoli sia stata voluta dagli sponsor regionali di Haftar. Le motivazioni vanno ben al di là di questioni egemoniche o economiche. Haftar può contare sul supporto di Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita. Il 27 marzo il generale si è recato a Riad per colloqui segreti sulle prospettive di “pacificazione” della Libia e, con tutta probabilità, in quell’occasione gli storici alleati gli avrebbero dato il nullaosta per l’avanzata su Tripoli nonché le garanzie finanziarie e militari per portare avanti i suoi disegni.
    Dalla parte di al-Sarraj ci sono Qatar e Turchia, anche in questo caso con armamenti e soldi per supportare la Fratellanza musulmana tripolina, mentre gli Emirati e soprattutto i sauditi hanno tutto l’interesse a rafforzare i madkhaliti, una corrente di stampo salafita ultraconservatrice considerata da molti al soldo della casa reale dei Saud. Su questo tema aprirei una necessaria parentesi. C’è un aspetto fin qui poco considerato. Riad è la culla del madkhalismo. I madkhalisti sono ancora forti e presenti in Libia. La longa manus saudita, attraverso i loro appartenenti, tra cui almeno uno dei figli di Haftar, influenza gli equilibri interni, fornendo ingenti somme di denaro ad alcuni gruppi dell’Est e dell’Ovest, manipolando gli assetti interni e bypassando le divisioni locali. Attraverso le forze fedeli al generale, i sauditi vogliono allargarsi nel Paese per indebolire la Fratellanza musulmana, sostenuta, in particolare, da Qatar e Turchia. Il crescente potere dei madkhalisti in Libia dovrebbe portarci a una riflessione. L’influenza degli Stati del Golfo, e in particolare dei sauditi, negli affari di sicurezza dell’ex Jamahiriya è stata sottovalutata dagli attori internazionali concentrati sulla sconfitta dello Stato islamico e sulla riconciliazione delle divisioni politiche. Tuttavia, anche le crescenti fratture nelle fazioni islamiste meritano attenzione poiché potrebbero essere la causa di questa escalation di violenze.

    3) Qual è la posizione dell’Italia?
    In questi ultimi giorni si parla molto dell’endorsement di Trump ad Haftar che, di fatto, avrebbe messo con le spalle al muro l’Italia, assurta al ruolo di cabina di regia proprio dagli Usa in vista della conferenza di Palermo del 12 e 13 novembre scorso e delle minacce di Haftar nei confronti del nostro contingente a Misurata. Il premier Giuseppe Conte, davanti a un tale scenario, ha recentemente operato un apparente cambio di rotta, ammettendo: «Noi italiani non stiamo né con Haftar né con Sarraj, ma con il popolo». Parole che denotano la fragilità della linea politica estera italiana. Cosa fare?
    Innanzitutto va precisato che il sostegno fin qui conferito a Sarraj non è stato motivato da «una propensione masochista» dell’Italia ma dalla necessità di tutelare i nostri interessi che, a scanso di equivoci, sono a Tripoli e dintorni. L’errore, casomai, è stato quello di arroccarci su queste posizioni e non intessere un dialogo costante con Haftar, lasciando campo libero a molti altri attori, tra cui i francesi. A questo punto abbandonare al-Sarraj per seguire l’imprevedibile alleato americano che ci ha sempre relegati al ruolo di «vassalli» (vedi la guerra del 2011 per fare fuori il nostro maggiore alleato) sarebbe l’errore che ci potrebbe costare la Libia. Sfruttare la nostra posizione privilegiata a Tripoli potrebbe essere la nostra salvezza. Abbiamo recentemente riaperto la nostra ambasciata nella capitale e siamo l’unico punto di contatto occidentale nel Paese, abbiamo ottimi contatti con Misurata, in cui abbiamo un ospedale da campo che deve essere mantenuto nonostante le minacce del generale Haftar. Solo valorizzando questo capitale (che è l’unico che abbiamo) possiamo presentarci al tavolo delle trattative per cercare di “agganciar”» Haftar.
    Per farlo, dovremmo passare attraverso i suoi alleati, guardando soprattutto a chi questo capitale potrebbe fare davvero comodo. I russi in questo momento potrebbero essere più “utili” degli americani, vista la loro intenzione di assurgere al ruolo di mediatori nella questione libica.

    4) E quella della Francia?
    La Francia, oggi come in passato, è l’attore meno trasparente e più spregiudicato dello schieramento che sostiene Haftar. Gli altri alleati, Emirati, Sauditi ed Egitto, non lasciano spazio a fraintendimenti; la Francia, invece, continua a impostare la sua politica su una posizione di neutralità, assicurando tanto al governo di Sarraj, quanto all’Onu e all’Italia, di riconoscere il Gna quale entità legittima e di operare nel perseguimento della stabilità. È innegabile che i francesi fossero al corrente dell’intenzione del generale di avanzare verso Tripoli, tanto che intelligence d’Oltralpe sarebbero state fermate al confine con la Tunisia. L’Eliseo continua a giocare sporco. Tuttavia, la Francia di oggi non è quella del 2011 ed è un attore politico piuttosto marginale, messo in difficoltà da una crisi economica e di legittimità interna che, forse, spera di riuscire a contenere anche grazie alle commesse delle monarchie del Golfo. D’altra parte, si sa, quando un attore è in crisi “dentro casa”, tende a essere più aggressivo in politica estera per deviare l’attenzione dalle “beghe interne”. Per questo, oggi, più che della Francia dovremmo preoccuparci di altri attori molto più forti e meglio inseriti nel teatro libico

    5) Quali possibili vie di uscita dalla crisi?
    Difficile rispondere. Intanto eliminiamo le ipotesi più remote. Questa guerra ha decretato il fallimento definitivo del multilateralismo, dell’Europa e delle Nazioni Unite, praticamente inesistenti e, ormai, del tutto ignorate e delegittimate. Queste ultime si sono dimostrate incapaci di condurre verso una visione comune, o quantomeno sul tavolo delle trattative, gli Stati fagocitati dai propri interessi nazionali. L’Unione Europea è inesistente, divisa sulla Libia dal lontano 2011. Pensare a un approccio congiunto, sotto egida Onu, per risolvere la crisi è poco più che una chimera. La palla dovrebbe passare agli attori regionali e al massimo a quelli internazionali, troppo impegnati a riposizionarsi nel mutato quadro libico per mantenere le loro sfere di influenza piuttosto che per cercare una soluzione comune.
    La guerra si risolverà solo con la vittoria di una delle due parti. In ogni caso, se Haftar dovesse prevalere grazie agli sforzi dei suoi sponsor, si scontrerebbe nella battaglia finale con i misuratini. Sarebbe un bagno di sangue. Se, ipotesi più remota, dovesse prevalere Misurata e il “magma di milizie tripoline”, i vari gruppi rivendicherebbero le porzioni di territorio e di potere guadagnate nella “guerra di liberazione” dando vita a possibili nuovi conflitti. Volendo peccare di ottimismo, solo un accordo tra le potenze del Golfo, capaci di portare a più miti consigli i rispettivi alleati sul terreno, potrebbe placare gli animi. C’è uno scontro inter-sunnita in corso. Se non si risolverà la “guerra per procura del Golfo in Libia”, il conflitto sarà destinato a durare a lungo.

    __________________________________________________________________________________________

    Michela Mercuri è docente universitario, componente dell’Osservatorio sul fondamentalismo religioso e sul terrorismo di matrice jihadista (Oft). Analista di politica estera, consulente, autrice, editorialista e commentatrice per programmi televisivi e radio nazionali. Le sue attività si concentrano su Mediterraneo e Medio Oriente, analizzando l’impatto della storia sulle problematiche attuali. Ha firmato diverse pubblicazioni, tra cui il libro Incognita Libia. Cronache di un Paese sospeso (2017).

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    3 Maggio 2019 0 commentI
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