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    FOCUS

    C’è un prigioniero italiano nel caos del Sahel

    di AFRICA 17 Maggio 2020
    Scritto da AFRICA

    Silvia Romano, libera e a casa. Tornata da un incubo durato 18 mesi passati in mano ai jihadisti somali di Al-Shabaab. Ma c’è un altro italiano nelle mani dei terroristi islamisti: padre Gigi Maccalli. Il sacerdote della Società delle Missioni Africane è stato rapito in Niger, tra il 17 e il 18 dicembre 2018, nella sua missione di Bomoanga. Venti mesi nelle mani di Jihadisti forse provenienti dal Mali o dal Burkina Faso, ma sulla loro identità e scopi vi è ancora una cappa di dubbi e silenzio. Un silenzio paragonabile a quello che ha avvolto la vicenda della giovane volontaria italiana. Di padre Gigi si sapeva poco o nulla fino a quando è arrivato un filmato di pochi secondi, 24, direttamente al quotidiano “Avvenire” e che dà prova che il missionario sarebbe ancora vivo. «Il gruppo jihadista», scrive Avvenire, «che ha contattato indirettamente il nostro quotidiano non si è però identificato». Nel video, assieme a padre Gigi compare anche Nicola Chiacchio, un altro italiano che stava attraversando la zona per motivi turistici e di cui si erano perse le tracce. Il rapimento di padre Maccalli è avvenuto in un contesto pericoloso e estremamente caotico.

    Nell’ultimo periodo gruppi di jihadisti o di estremisti islamici hanno organizzato attentati e rapimenti nel Nord del Niger, in Mali e Burkina Faso. Il Niger soffre di un “effetto contagio” dal Mali e dalle attività nigeriane di Boko Haram. Un clima di maggiore instabilità fomentato dall’aggravamento della situazione economica del Paese che ha colpito agricoltori e allevatori mettendo a dura prova equilibri etnici e sociali. L’intensificarsi delle azioni jihadiste ha creato le condizione perché migliaia di persone siano state costrette a muoversi, migrare, in aree apparentemente meno pericolose. E l’interconnessione dell’area ha spinto, paradosso nel paradosso, alla fuga 23mila persone – nel solo mese di aprile – dalla Nigeria al Niger, e 19 mila nigerini a lasciare il loro Paese. Il totale dei rifugiati è arrivato a 60mila. Questi rifugiati e sfollati interni sono composti principalmente da donne e bambini disperati che sfuggono agli attacchi dei gruppi armati negli Stati di Sokoto, Zamfara e Katsina in Nigeria rifugiandosi nella regione di Maradi (al centro-sud del Niger).  Ad aggravare ulteriormente la situazione è lo scontro – combattimenti aperti – tra l’Isis e al-Qaeda in Mali e Burkina Faso. L’Isis, attraverso la sua pubblicazione online al-Naba, ha descritto i membri del gruppo affiliato ad al-Qaeda nel Sahel come apostati e cani selvatici.

    Ovunque vai trovi guerra e distruzione. E tutto ciò accade in un contesto, il Sahel, che si sta sempre più deteriorando. Le operazioni militari non sembrano avere successo. Gli attentati terroristici si moltiplicano. L’attenzione è dunque massima in Sahel, soprattutto da parte delle potenze mondiali che seguono quanto sta succedendo. Il contesto è andato deteriorandosi di mese in mese. Le operazioni militari, in particolare quelle della Francia, sembrano non avere il successo sperato. E c’è già chi sta pensando a un disimpegno e a una riduzione di uomini e mezzi. Insomma una possibile marcia indietro della Francia, nonostante la sua influenza da ex potenza coloniale, mentre gli Stati Uniti hanno già incominciato il loro disimpegno per concentrarsi nelle operazioni militari contro gli Al-Shabaab in Somalia.

    Da tempo, inoltre, aleggia nei corridoi dei palazzi del potere un’idea: va bene tutto, si dice, ma qui occorre un impegno più fattivo degli altri attori in gioco, cioè i paesi del G5 Sahel – Mali, Niger, Ciad, Mauritania, Burkina Faso – ma non sembra esserci. Il Presidente francese Emmanuel Macron, già alla fine dell’anno scorso, è stato chiaro:  «Mi aspetto che chiariscano e formalizzino la loro richiesta alla Francia e alla comunità internazionale. Vogliono che siamo lì? Hanno bisogno di noi? Voglio risposte chiare e decise a queste domande». Macron è consapevole del crescente sentimento anti francese che si registra nella regione. La Francia, tuttavia, sa cosa mettere sul piatto. I Paesi dell’area forse no. Qualche numero. Attualmente Parigi ha sul terreno 4500 uomini, 260 veicoli pesanti, 360 veicoli logistici, 210 veicoli blindati leggeri. Dispone di un appoggio aereo di sette Mirage 2000, di una decina di aerei di trasporto tattico e strategico e di tre droni. Questa forza, secondo Macron, è particolarmente gravosa in termini economici, è anche molto rischiosa e mette in pericolo molte vite umane. Se c’è chi pensa di ridurre i contingenti, vi sono altre potenze occidentali che li aumentano. È il caso della Germania. Berlino ha aumentato a 450 il numero dei soldati impiegati nel Mali sotto un programma europeo, oltre ai 1.100 già approvati dal Bundestag come parte di una missione delle Nazioni Unite. Soprattutto, la Germania ha esteso la fascia di territorio su cui opereranno i soldati, che includerà tutti e cinque i Paesi del Sahel. Non tutte le attività tedesche, tuttavia, rientrano nel quadro normativo nazionale, secondo German Foreign Policy. In Niger, per esempio, i membri delle forze speciali conducono attività di addestramento dei loro omologhi senza il consenso del parlamento tedesco.

    La domanda è stringente e anche inquietante: i contingenti militari africani saranno in grado di contenere la minaccia jihadista? La situazione sul campo in Burkina Faso, Niger e Mali ha evidenziato la carenza di addestramento e di mezzi dei reparti africani che, troppo spesso, si sono lasciati sopraffare dai miliziani. Ma vi è un’altra domanda, altrettanto stringente: le élite africane sono in grado di assicurare la sicurezza dei propri cittadini? Sembra proprio di no, anche al netto degli interessi delle potenze straniere. Le indipendenze sembra abbiano prodotto un’altra dipendenza con la complicità dei governanti. È di tutta evidenza, inoltre, che la risposta all’espandersi del jihadismo non può essere solo militare. È necessario – prioritario – che i governi, e le potenze straniere presenti nell’area, siano in grado di creare sistemi di welfare che soddisfino i bisogni delle popolazione. I jihadisti fanno spesso leva proprio su questo per coinvolgere le popolazioni nelle loro lotte sanguinarie e insensate. Il rischio concreto è, dunque, che nel Sahel possa nascere un nuovo Califfato nero. E nessuno lo vuole.

    (Angelo Ravasi)

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    17 Maggio 2020 0 commentI
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