Pena di morte | L’Africa non la vuole più

di Stefania Ragusa
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L’ultima condanna eseguita in Ciad risale al 2015, quando dieci persone, accusate di essere affiliate a Boko Haram, sono state fucilate. Martedì 28 aprile, a N’Djamena, l’Assemblea nazionale ha cancellato con un voto unanime l’eccezione contenuta nel codice penale che manteneva la possibilità di punire con la morte i reati legati al terrorismo. Formalmente adesso sono 32 gli stati africani a prevedere la pena capitale nell’ordinamento giudiziario. Tra questi però ben 21 sono abolizionisti de facto, mentre due, Mali e Algeria, hanno deliberato una moratoria delle esecuzioni. In altre parole, i paesi realmente “mantenitori” sono nove: Botswana, Egitto, Gambia, Guinea Equatoriale, Libia, Nigeria, Somalia, Sudan e Sud Sudan. Il report  annuale di Amnesty International, pubblicato pochi giorni fa, ci dice che nel 2019 solo cinque tra questi hanno effettivamente disposto esecuzioni nei loro territori. Si tratta di Egitto, Botswana, Somalia, Sudan e Sud Sudan.

La nuova presidenza di Mokgweetsi Masisi, iniziata nell’ottobre 2019, non ha frenato l’ondata di esecuzioni in Botswana: oltre a una nel dicembre 2019, quest’anno ne risultano già tre. Preoccupante è anche la situazione nel Sud Sudan, dove – dal 2011, anno dell’indipendenza, a oggi – sono state giustiziate almeno 43 persone,  alcune erano minorenni al tempo dei fatti contestati. Nell’Africa subsahariana sono aumentate del 53 per cento le condanne a morte, nella maggior parte dei casi non seguite dall’esecuzione della sentenza. Nello Zambia, per esempio, se ne sono contate 101, contro le 21 dell’anno precedente.
Numeri e dati non devono però trarre in inganno. Molti segnali ci autorizzano a pensare che sarà proprio l’Africa  il prossimo continente a liberarsi da questo istituto inaccettabile. La (buona) notizia arrivata dal Ciad è solo l’ultimo in ordine di tempo.
Di questo avviso è Antonio Salvati, membro della Comunità di Sant’Egidio e autore di L’Africa non uccide più, libro pubblicato lo scorso luglio da Infinito Edizioni e che ricostruisce il percorso del continente verso l’abolizione della pena di morte. «Il Ciad è stato in questi anni uno dei Paesi più assediati da Boko Haram. La decisione di cambiare la legge, tra l’altro all’unanimità e con l’appoggio degli ulema, è stata coraggiosa ed è molto significativa» – ci ha detto –. Ma ci sono altri stati che si stanno muovendo in questa direzione».

Per esempio, la Repubblica Centrafricana, dove l’ultima esecuzione risale al 1981 e che si sta muovendo per diventare un Paese abolizionista de jure. «L’assemblea nazionale sta lavorando a un disegno di legge per cancellare la pena di morte. Una delegazione della Comunità di Sant’Egidio avrebbe dovuto partire per Bangui proprio in questi giorni, per collaborare al percorso, ma il Covid-19  ha scombinato i nostri piani. Quelli del governo però vanno avanti». Interessante anche la posizione della Guinea Equatoriale, che ha eseguito condanne a morte fino al 2015. «Il presidente Teodoro Obiang Nguema, in occasione di un incontro della Comunità dei Paesi Lusofoni (Cplp) – a cui la Guinea Equatoriale, pur essendo di lingua spagnola, è stata ammessa nel 2014 – si è impegnato publicamente  a cancellare la pena capitale dall’ordinamento del suo Paese».  Segnali di cambiamento anche in Gambia:  la commissione incaricata di riscrivere la Costituzione avrebbe rimosso dalla bozza del testo le disposizioni sulla pena capitale. In Kenya è stata istituita una task force per espungere dal sistema giuridico l’obbligatorietà della pena di morte prevista per taluni reati. Dal canto suo Emmerson Mnangagwa, attuale presidente dello Zimbabwe, si era espresso a favore dell’abolizione già quando era ministro della Giustizia.

«Un altro segnale incoraggiante è rappresentato dall’incremento costante delle commutazioni, ossia della trasformazione delle sentenze di morte in ergastoli, una tendenza visibile in tutto il continente e accompagnata spesso da amnistie giocate su grandi numeri – prosegue Salvati –. In Marocco, per esempio, sull’onda dell’emergenza Covid-19, sono state scarcerate recentemente circa 5000 persone, tra loro anche condannati a morte».
Ma come si spiega questo cambio di passo, anche da parte di regimi totalitari e decisamente poco attenti ai diritti delle persone e dei cittadini? «I fattori da considerare sono diversi. In alcuni casi lo sguardo è effettivamente cambiato e la vita umana in sé è stata riconosciuta come un valore. In altri no. Se pensiamo all’Egitto, dove la pena di morte non è in discussione ma sono molto diminuite rispetto al passato le esecuzioni, che riguardano essenzialmente oppositori politici, possiamo ipotizzare che la dittatura si sia ormai rafforzata al punto di non avere più bisogno di eliminare i nemici: si uccide meno perché ormai non serve più. Se pensiamo alla Guinea Equatoriale, che è una dittatura e anche piuttosto feroce, sicuramente sta avendo un peso la volontà di uscire dall’isolamento internazionale, di avviare e mantenere buone relazioni con altri paesi. Per fare parte della Cplp, cosa a cui il presidente tiene moltissimo, una condizione fondamentale è proprio quella di allinearsi con gli altri stati in materia di esecuzioni capitali». Che si sia convinti o meno nel profondo, l’abolizionismo diventa una sorta di lasciapassare verso rapporti diplomatici e relazioni più vantaggiose.

Però c’è un altro elemento ancora, di natura più culturale e trasversale, che secondo Salvati andrebbe considerato. «Fatti tutti i distinguo necessari (e il primo è che non esiste l’Africa ma, caso mai, le Afriche), va osservato che la pena di morte a sud del Sahara sembra più frutto di un innesto, ad opera dell’islam e del colonialismo, che un prodotto autoctono. L’umanesimo africano, nella sua specificità, ha portato piuttosto alle commissioni per la riconciliazione. Per gestire i conflitti e le devianze le varie comunità ricorrevano a forme rituali di certo meno violente e definitive della pena di morte».
Suggerita dall’opportunità e/o ispirata dall’eredità culturale, la strada verso l’abolizionismo è dunque tracciata. La domanda che possiamo farci ora è: chi verrà dopo il Ciad?

(Stefania Ragusa)

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