Rollermania all’Equatore

di Matteo Merletto
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Fino a poco tempo fa i giovani di Kampala usavano i pattini per districarsi nel caotico traffico della capitale ugandese. Ma ora c’è chi ha scoperto il piacere di praticare uno sport che può portare molto lontano.

«Vai, vai, vai, spingiii!», grida Isaac Ssenyojo, campione ugandese di pattinaggio, mentre alcuni suoi compagni di squadra sfrecciano veloci, madidi di sudore, durante una gara. È la prima competizione internazionale di pattinaggio di velocità ospitata a Kampala. Vi partecipano i migliori atleti dell’Africa orientale. L’evento, pubblicizzato da radio e tivù locali, ha richiamato un folta schiera di tifosi e curiosi che si è assiepata attorno al circuito nel parcheggio del Mandela National Stadium. Nella bolgia, Isaac deve urlare per farsi sentire. L’entusiasmo del pubblico è alle stelle.

Brutta fama

Fino a pochi mesi fa nessuno in Uganda pensava al pattinaggio come uno sport. Anzi, per dirla tutta, i roller a queste latitudini non godevano affatto di buona fama. I giovani di Kampala usavano i pattini solo per districarsi nel caotico traffico della metropoli: si aggrappavano ai bus dei pendolari e si facevano trainare fino a scuola o al lavoro. Era un espediente per non pagare i mezzi di trasporto pubblici, che in realtà poteva costare molto caro. Decine di incidenti, talvolta mortali, venivano causati dalle spericolate manovre degli skaters. E non mancavano i delinquenti che usavano i pattini per portare a termine scippi e borseggi.

Il dilagare del fenomeno ha indotto le autorità a proibire il transito dei pattinatori sulle strade. L’interdizione è entrata in vigore dallo scorso marzo. Ma non tutti hanno rispettato il divieto e ancora oggi gli automobilisti assistono inorriditi alle bravate dei giovani sulle rotelle. «Sono dei pazzi sconsiderati – sbotta un tassista –. Con il loro anarchico zigzagare nel traffico mettono a repentaglio la propria vita e quella di molti altri innocenti».

Disciplina e riscatto

Sei anni fa Moses Ddungu, un funzionario pubblico appassionato di pattinaggio, ha avuto l’idea di trasformare questa indisciplinata attività in una disciplina sportiva. «Navigando su internet avevo scoperto che il pattinaggio all’estero era una cosa seria – spiega Ddungu –. Mostrai a decine di ragazzi e ragazze i video della competizioni che si svolgono regolarmente nei palazzetti dello sport. E lanciai l’idea di creare un’associazione sportiva che radunasse tutti coloro che condividevano la passione per il pattinaggio. Nacque così l’Uganda Skating Federation, che oggi vanta una cinquantina di associati».

Molti skaters sono cresciuti sulla strada o provengono da famiglie povere. Hanno storie difficili alle spalle. Julius Mugabi, 26 anni, rimasto orfano giovanissimo, lavorava come cameriere in una bettola guadagnando meno di un dollaro al giorno. «Alla sera, finito il lavoro, mi ritrovavo con amici che avevano un paio di pattini. Passavo le ore a realizzare evoluzioni acrobatiche su e giù dai marciapiedi. Era un modo per rimandare il momento in cui avrei dovuto addormentarmi in un angolo buio e maleodorante sulla strada». Un giorno Moses vide all’opera Julius e si accorse subito che quel ragazzo aveva un talento innato per il pattinaggio. Decise di reclutarlo nella neonata federazione e di prenderlo sotto la sua protezione. «Il pattinaggio mi ha cambiato la vita», dice Julius, che nel frattempo è diventato un campione nazionale di velocità. «Oggi viaggio tra il Kenya e il Sudafrica per partecipare a competizioni con i migliori skaters. Lo scorso mese siamo addirittura andati a gareggiare in Corea del Sud. Non avrei mai immaginato di arrivare tanto lontano».

Non è ancora un professionista, ma la sua vita ha preso un’altra piega. «Per guadagnarmi da vivere ora lavoro in una pista di pattinaggio sul ghiaccio in un centro commerciale di Kampala. Aiuto bambini e principianti a restare in equilibrio. Guadagno sei dollari all’ora: quanto basta per pagarmi un affitto», racconta soddisfatto.

La medaglia di Patricia

Appena finisce di lavorare, Julius corre ad allenarsi assieme ai compagni dell’Uganda Skating Federation. Gli atleti si danno appuntamento nel piazzale dello stadio Mandela: uno dei rari fazzoletti di asfalto decente in una città dove strade e parcheggi sono crivellati da buche. Il training è impegnativo: stretching, corse, flessioni, addominali, infine prove di velocità e di agilità coi pattini. Agli ordini di Moses e del suo vice Yaahya Kamya, i giovani pattinatori imparano le tecniche che, a loro volta, gli allenatori hanno appreso studiando su YouTube i video degli skaters professionisti europei e americani.

Patricia Namuwaya, vent’anni, è la promessa della squadra femminile ugandese. «Sognavo di praticare questo sport fin da quando ero bambina e guardavo in tivù le gare alle Olimpiadi. Come ho saputo della nascita della federazione, ho messo assieme i miei risparmi per comprare un paio di pattini e mi sono precipitata alla pista di allenamento. Qui ho conosciuto tanti amici e amiche che condividono la mia stessa passione. All’inizio ho dovuto lottare contro l’ostruzionismo di mio padre: non vedeva di buon occhio che una ragazza in pantaloncini corti saettasse per la strada con le rotelle ai piedi… Si è dovuto ricredere quando sono tornata dal Kenya, reduce dalla mia prima gara internazionale, con una medaglia di bronzo al collo. Oggi è il mio primo tifoso».

(testo e foto di Tadej Znidarcic)

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