Repubblica Democratica del Congo: il Paese del paradosso

di AFRICA

Diamo uno sguardo al Paese ora guidato da Félix Tshisekedi: ma all’ombra di Kabila, che non molla il potere reale. Intanto la popolazione, che poggia i piedi su un suolo straripante di ricchezze, rimane in fondo alla scala dello sviluppo umano.

A cinque mesi dalla sua contestata vittoria elettorale, il presidente della Repubblica democratica del Congo Félix Tshisekedi, 56 anni, subentrato tra accuse di brogli lo scorso gennaio a Joseph Kabila (soprannominato “il Proprietario” a motivo della quantità di miniere, tenute e fabbricati che lui e il suo clan hanno acquisito in diciotto anni), deve affrontare sfide notevoli, e può contare su una base politica ristretta.

La corruzione è una delle priorità in agenda. In base all’indice di percezione del fenomeno, Transparency International colloca il Congo al 161° posto su 180 Paesi.

Altra sfida è l’insicurezza alimentare, che colpisce 13 milioni di congolesi – 4 milioni sono bambini. Un Paese che, secondo Baudouin Michel della facoltà di Agronomia di Gembloux (Belgio), dispone di risorse sufficienti a sfamare un miliardo di persone importa cibo per un miliardo di dollari l’anno: nel 2018 il governo ha stanziato per l’agricoltura solo il 2,6% del bilancio. Sotto Kabila sono state aperte pochissime strade rurali per accedere ai mercati urbani. Agli agricoltori vengono distribuite poche attrezzature, semi, fertilizzanti o assistenza tecnica. A dicembre, un’invasione di cavallette nella provincia del Maniema e una di bruchi nell’Alto Lomami hanno distrutto i raccolti dei contadini, poi abbandonati al loro destino. Il Congo presenta anche il paradosso di fornire energia elettrica ad appena il 9% dei suoi abitanti, pur avendo un potenziale idroelettrico di 100 gigawatt: il doppio di quello del Sudafrica, seconda economia del continente.

Il paradosso del Congo, sottolinea il sociologo americano Theodore Trefon, è l’abbondanza di ricchezza a fronte dell’estrema povertà della sua popolazione. I belgi definirono il Congo appunto uno «scandalo geologico». Il Paese assicura il 58% della produzione mondiale di cobalto e ospita la metà delle riserve planetarie di questo metallo strategico per l’industria delle armi, l’aeronautica e la tecnologia spaziale. È anche il sesto fornitore mondiale di rame nonché un importante produttore di litio, necessario per le batterie.

Il sottosuolo cela grossi giacimenti di diamanti e oro. Ma le miniere d’oro, coltan, cassiterite e wolframite si trovano nelle zone più turbolente, dove il loro sfruttamento alimenta le casse di gruppi armati e di militari. Secondo un rapporto Onu del 2017, il principale beneficiario è il generale dell’esercito regolare Gabriel Amisi Kumba, detto “Tango Four”.

Interessi sudafricani

Kinshasa rivendica un potenziale di petrolio significativo, ma il modo in cui è gestito lascia perplessi. Appena eletto, il nuovo presidente è stato interpellato dalla ong Global Witness in merito alla concessione illegale da parte di Kabila, nel febbraio 2018, di un contratto che consente alla Compagnia mineraria del Congo (Comico) di condurre esplorazioni in tre blocchi della regione della Cuvette Centrale: in uno di essi rientra il Parco nazionale di Salonga, Patrimonio mondiale dell’Unesco. Nell’approvare il contratto, che risale al 2007, Kabila ha altresì validato un accordo che è in contrasto con la legge del 2015 sugli idrocarburi, poiché stabilisce una tassa di cinquanta volte inferiore al minimo legale. Il deficit annuo ammonta così, secondo Global Witness, a 14,3 milioni di dollari. La risoluzione del caso sarà un test per dimostrare chi detiene veramente il potere: se Tshisekedi o colui che l’ha reso presidente.

Sarà comunque difficile annullare questo contratto senza infastidire il Sudafrica, che è stato il primo a riconoscere la presunta vittoria elettorale di Tshisekedi. Comico è controllata al 40% da Centrale Oil & Gas Limited del sudafricano Adonis Pouroulis. Il Sudafrica attende ulteriori compensazioni per il suo sostegno: undici giorni prima delle elezioni, il ministro dell’Energia sudafricano aveva richiesto per iscritto alla presidenza congolese il raddoppio della potenza elettrica erogata dalla futura diga di Inga III, sul fiume Congo, da assegnare al Sudafrica.

Paese depredato dalle proprie élite

Lo Stato accorda concessioni minerarie a condizioni molto sfavorevoli per il Congo. Uno dei più importanti di questi contratti leonini è stato siglato con società cinesi e prevede 6 miliardi di investimenti per nuove infrastrutture (ospedali, strade, dighe idroelettriche). In cambio, le suddette aziende hanno ottenuto l’accesso a 10 milioni di tonnellate di rame e a 600.000 di cobalto. Nel 2011, secondo il deputato britannico Eric Joyce, il Paese ha subito una perdita di 3,75 miliardi di dollari vendendo al ribasso quattro miniere di rame all’uomo d’affari israeliano Dan Gertler, amico di Kabila. Un altro scandalo è la vendita, nel 2010, di miniere d’oro nella Provincia Orientale, del valore di 5 miliardi di dollari, cedute ad AngloGold Ashanti e a Randgold per 113 milioni di euro. L’ex direttore generale del “Centro di valutazione, perizia e certificazione delle sostanze minerali preziose e semi-preziose”, Léonide Mupelele, ha cercato di imporre alle imprese minerarie estere diritti e tasse sui metalli associati al rame e al cobalto del Katanga (oro, argento, germanio, indio, platino e palladio). Ma queste hanno opposto un rifiuto categorico e continuano così, indisturbate dal fisco, a estrarre materie preziose acquistate al prezzo del rame.

In tali condizioni non sorprende che il Congo, che la natura ha “coccolato” colmandolo di ricchezze, non lasci il drappello di coda dello sviluppo umano: l’Onu lo classifica in 176ª posizione su 188. Intanto il tempo stringe per porre rimedio alla situazione. Nella popolazione la rabbia cresce. Una settimana dopo il suo giuramento, Tshisekedi ha dovuto affrontare una serie di scioperi nei servizi pubblici (posta, trasporto urbano e fluviale). I dipendenti della compagnia assicurativa nazionale chiedono i loro 50 mesi di stipendi in arretrato.

Tshisekedi non ha le mani libere

Ancora una sfida: la grave insicurezza che interessa almeno otto province dell’Est e del Centro. In Kasai, la rivolta del movimento Kamwina Nsapu, scatenata dalla volontà di Kabila di imporre dei capi tradizionali ai suoi ordini, ha provocato lo spostamento di oltre un milione di persone in due anni. In questo l’elezione di Tshisekedi fa ben sperare, visto che diverse centinaia di ribelli hanno deposto le armi con l’aspettativa che il presidente, la cui famiglia è originaria di quella regione, risolva i problemi derivanti anche dall’abbandono cui essa è stata lasciata da Mobutu e da Kabila padre e figlio.

Ma Tshisekedi non ha le mani libere. Dipende interamente dal suo predecessore, che tra l’altro continuerà ad occupare il palazzo presidenziale mentre lui ha preso possesso di una residenza nel “quartiere dell’Oua”. In Parlamento, alla coalizione pro-Kabila è stata arbitrariamente assegnata una inverosimile maggioranza di 300 seggi su 500. Inoltre, Kabila ha lasciato nell’amministrazione molte sue pedine. Prima di andarsene ha nominato oltre 1200 direttori generali e 26 ambasciatori. Tutti i capi di polizia, esercito e intelligence sono stati nominati da lui. «Abbiamo perso il cappello ma abbiamo conservato la testa», si rallegrano i sostenitori dell’ex presidente.

(di François Misser)

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