«Piacere, Edwige Guiebre: sono la tata marrone»

di Stefania Ragusa
Tempo di lettura stimato: 4 minuti

Che lo spauracchio dell’uomo nero non avesse un’origine razzista, per Edwige Guiebre era evidente. Si tratta di una “storia” infatti che comincia molti secoli fa, le cui raffigurazioni rimandano a entità provenienti dagli inferi e non dall’Africa. E non a caso l’uomo in questione è sempre stato definito “nero” e mai, anche quando la N word circolava tranquillamente, “negro”. Quando però, all’alba del 2020, in una scuola emiliana dell’infanzia, ha scoperto che per tenere a bada i piccoli si diceva loro che se non avessero ubbidito sarebbero stati spediti in giardino, alla mercé del “bambino nero”, alla giovane educatrice son cadute le braccia. E si è detta che – oltre alla puntuale manifestazione del suo disappunto – sarebbe stato il caso di fare qualcos’altro, per esprimere pubblicamente il suo punto di vista di “tata marrone”.  La tata marrone si intitola infatti il libro che ha pubblicato con la casa editrice Europa Edizioni, in libreria dal 29 novembre.

Edwige Guiebre con in mano la prima versione (non pubblicata) del libro

Edwige è nata in Costa d’Avorio, da genitori burkinabé, ha trascorso i primi dieci anni della sua vita in un villaggio in Burkina Faso, accudita da una nonna meravigliosa. Quindi, con la mamma e tre fratelli ha raggiunto il padre che era emigrato in Italia e, dopo passaggi in varie città, aveva trovato un buon lavoro a Pavullo nel Frignano, comune di 17mila abitanti in provincia di Modena. Qui Edwige – che oggi ha 32 anni e non ha ancora la cittadinanza – fa i suoi  primi “assaggi” di Italia, realizza di avere la pelle di un colore diverso dagli altri (era l’unica bambina nera nella scuola). «È stato difficile imparare l’italiano ma complessivamente mi sono trovata bene. Avevo un’insegnante che si è data subito tanto da fare per sostenermi e ho trovato delle buone amiche».

Dopo le medie si iscrive a un istituto tecnico. A molti ragazzi di origine straniera viene suggerito di farlo, per ragioni che hanno a che fare con il rendimento scolastico e più spesso con le possibilità economiche presunte o reali della famiglia. Il suo sogno però era fare la maestra. «Così, anche se più tardi rispetto al cosiddetto percorso regolare, mi sono iscritta a Scienze dell’Educazione. Ho concluso la triennale (titolo della tesi: “Bambini e bambine nella società multiculturale: un’esperienza di differenze e diversità nei nidi di infanzia”) e adesso sto finendo la magistrale. Nel frattempo lavoro come educatrice jolly nella scuola dell’infanzia. In pratica faccio delle sostituzioni più o meno lunghe».

Il lavoro le piace moltissimo. Le situazioni che si è trovata ad affrontare molto meno. «Sui bambini niente da dire. Possono anche fare domande in apparenza indiscrete (la classica: “perché sei marrone?”) ma sono spontanei e non ancora condizionati dai pregiudizi. Con gli adulti invece è tutto molto più difficile. Tanti non riescono a capacitarsi del fatto che una persona con la pelle nera possa essere un’educatrice e addirittura un’educatrice capace. Sono sorpresi e spesso non in modo piacevole. Noto una grande difficoltà da parte degli ausiliari a percepirmi come parte del corpo docente. Mi domando come si possa fare intercultura in modo efficace se non si riesce a gestire e a destrutturare questo retropensiero». Il libro l’ha voluto scrivere proprio per questo. Per aggiungere un tassello mancante ma essenziale alla riflessione sull’educazione interculturale e sulla costruzione di una società interculturale.

Il materiale è tratto dalla sua esperienza quotidiana: sono le sue osservazioni su situazioni reali. «Tanti testi ormai parlano di bambini che arrivano da lontano o che hanno origini diverse. Ed è un bene. Ma sugli educatori che arrivano da lontano o hanno origini diverse non c’è nulla. Eppure non sono, non siamo pochi, come ho scoperto proprio scrivendo questo libro. Il nostro sguardo è importante». L’apertura verso le altre culture non è solo una “cortesia per gli ospiti”. «È una grande opportunità per tutti», prosegue Guiebre. «Perché rappresenta un arricchimento reciproco, anche sul piano educativo. Tante cose si possono imparare da culture diverse. Penso, per esempio, alla maggiore autonomia che viene trasmessa ai bambini in Burkina, senza che questo si traduca in una loro precoce uscita dall’infanzia. Inoltre, la società in cui ci troviamo è in trasformazione in ogni senso. Non è una realtà statica e monolitica in cui si aggiungono semplicemente persone provenienti da altri paesi».

E in questa realtà in trasformazione è davvero importante porre l’accento sul colore? «Sì, ma non per creare barriere. Al contrario, per evidenziare che l’umanità è un elemento aggregante, a prescindere dal colore. Che non dipende dal colore della pelle la possibilità di essere o non essere una brava educatrice o una qualsiasi altra cosa. Non ha senso giudicare una persona dall’involucro, così come un libro non dovrebbe essere giudicato dalla copertina». Vero, tuttavia non possiamo non osservare che la copertina de La Tata Marrone è molto carina e fa venire davvero voglia di prendere il libro in mano e iniziare a sfogliarlo.

(Stefania Ragusa)

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