Pellegrini di Allah in Etiopia

di AFRICA
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Due volte l’anno, sull’altopiano etiopico si svolge, tra cerimonie etniche e preghiere islamiche, un grande pellegrinaggio nel villaggio dove visse lo sceicco Hussein, leggendario predicatore islamico che da secoli dispensa miracoli.

La faccia e le mani sono bianche. Sul volto, un’espressione estatica. Sembrano mummie i pellegrini che escono dal mausoleo dello sceicco Hussein. Accanto alla sua tomba hanno pregato, hanno chiesto una grazia. E ora, riemergono come avessero fatto un viaggio in un’altra dimensione e lo sceicco lo avessero visto davvero. Questa scena si ripete migliaia di volte nel corso del più grande pellegrinaggio musulmano del Corno d’Africa. Due volte l’anno (a febbraio-marzo e ad agosto-settembre), sulle montagne di Bale, in Etiopia, cinquantamila pellegrini, in maggioranza di etnia oromo, si ritrovano nel villaggio di Annajina per celebrare la memoria dello sceicco Hussein, conosciuto per aver introdotto l’islam tra le popolazioni abissine.

Mausoleo-magnete

Nell’arco di più giorni, i pellegrini si recano a rendere omaggio al santo in un clima di fervore sincretico che mescola riti preislamici e preghiere ad Allah. Lo sceicco Hussein è noto per aver esaudito numerosi miracoli nel corso della sua vita e il popolo oromo lo considera tuttora un mediatore tra gli uomini e Dio, capace di aiutare la tribù, proteggere i bambini e rendere fertili le donne e i campi.

Il villaggio di Annajina è un grumo di capanne senza acqua né elettricità, sperduto nel cuore delle montagne di Bale, seicento chilometri a sud-est di Addis Abeba. La maggior parte dei pellegrini giunge su autobus sovraccarichi, ma i più ferventi arrivano da ogni parte del Paese a piedi. Giunti nel luogo sacro dell’islam etiope, i fedeli percorrono la via principale del villaggio per raggiungere il santuario. È nel cuore di questo complesso, nel quale si trovano anche una moschea e altre tombe, che troneggia il mausoleo dello sceicco Hussein: una costruzione di un bianco candido, circondata da un muro e sormontata da una cupola che abbaglia. All’entrata del santuario, i pellegrini si tolgono le scarpe e iniziano a camminare intorno a una grande pietra scura che, secondo la leggenda, è stata portata dalla Mecca dallo stesso sceicco. Alcuni strusciano il corpo su di essa e sulle colonne circostanti. Un po’ più distante, di fronte alla facciata della tomba, altri pellegrini si sdraiano per terra, altri ancora si appoggiano alle pareti dell’edificio con le braccia aperte e abbracciano la pietra bianca.

Estasi e preghiere

Per entrare nella tomba, si deve attraversare una porticina mettendosi in ginocchio. All’interno si trova una piccola stanza buia in cui decine di persone si affollano nella polvere. I pellegrini fanno bruciare bastoncini di incenso e poi si mettono in un angolo a pregare. Possono rimanere prostrati a lungo, lo sguardo perso a implorare lo sceicco Hussein affinché interceda per un buon raccolto, la nascita di un figlio o una guarigione. Poi, una volta usciti dal loro torpore mistico, i pellegrini danno il via a uno strano rituale. Come cercatori d’oro, scavano piccoli fori nel terreno e raccolgono la terra. Si leccano la mano, la mettono nella polvere, leccano nuovamente la mano e poi se la passano sul viso. Quando escono hanno il volto imbiancato di polvere sacra. Paiono mummificati.

A una decina di metri dalla tomba, altri pellegrini si affollano intorno a una grande fossa piena d’acqua che per i credenti è sacra. Secondo una leggenda, lo sceicco Hussein avrebbe portato con sé quest’acqua per irrigare la regione che era stata colpita dalla siccità. I pellegrini ne riempiono alcuni recipienti, che poi portano a casa dove la utilizzano per combattere malattie o infertilità.

L’arrivo del pomeriggio segna l’ora del qat, un’erba allucinogena. Nella via principale i fedeli si affollano per acquistare i ramoscelli della pianta. Poi, seduti in gruppi, uomini e donne staccano dai rami le foglie più tenere e le masticano. Il liquido che ne esce ha poteri narcotici. Così la vita del villaggio si ferma.

Nella grotta sacra

Quando termina questo stato di torpore, l’attività riprende davanti all’entrata principale del santuario. La folla si ammassa e tra la gente c’è agitazione. I discendenti dello sceicco cantano inni oromo e recitano preghiere. Si rivolgono sia allo sceicco Hussein sia ai fedeli. Gli inni si alternano a interventi di pellegrini che raccontano i miracoli ai quali hanno assistito. I tamburi suonano. Molte donne vanno in trance.

Il pellegrinaggio al santuario non è completo senza una visita alle grotte nelle quali Hussein avrebbe trascorso anni a meditare. Dopo un’ora di marcia in un canyon, i pellegrini si fermano all’ingresso di un pertugio nella roccia nella quale si infilano uno a uno. Si ritrovano nella grotta di Aynagange, una grande cavità naturale. Alcuni eremiti che vi risiedono benedicono i pellegrini. L’atmosfera è di festa. Un eremita cieco canta i versi del Corano su un’aria che ricorda i blues americani. In fondo alla grotta, le famiglie si divertono a scivolare attraverso passaggi molto stretti. Chi è in grado di passare per fessure strette non è pigro né ladro, così vuole la credenza; chi rimane bloccato deve pregare di più.

Quando i pellegrini finiscono la loro esplorazione si ritrovano su una grande lastra di pietra che si affaccia sul canyon. Di fronte a un paesaggio mozzafiato, alzano le braccia al cielo in direzione della Mecca e ringraziano Allah. Sono pronti a tornare a casa per affrontare l’anno che arriva, protetti dalla benedizione dello sceicco.

(testo e foto di Boris Joseph)

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