Masai, donna, manager: l’incredibile storia di Cecilia

di Diego Fiore
Cecilia
Tempo di lettura stimato: 4 minuti

Lei ha un’eleganza naturale ed in più si presenta nelle vesti tradizionali, con bracciali e accessori tribali che ne fanno una figura iconica da ammirare. Ma è sufficiente guardarla negli occhi, osservare il suo piglio fiero accompagnarsi al sorriso ospitale per capire benissimo che Cecilia Siamanta Rono non è certo una figurina femminile pronta per una cerimonia. Anche la sua famiglia lo percepì molti anni fa, quando era impensabile che una giovane Masai potesse andare via di casa senza essere promessa sposa, figuriamoci studiare e provare a far carriera. O addirittura prendere un aereo e volare in Italia per perfezionarsi.

L’esempio di Nice

Oggi Cecilia ha 40 anni ed è la prima donna a dirigere un lodge nel Masai Mara, il Saruni, all’interno di uno dei più ambiziosi e riusciti progetti di conservazione del patrimonio naturale e animale. Un traguardo che non rappresenta solo una gratificazione personale ma anche un esempio per tutte le giovani donne Masai che in questi anni hanno acquisito consapevolezza e che ora vogliono conquistare spazi meritati, lottando per i loro diritti. L’esempio di Nice Nailantei, la donna che si è fatta portavoce mondiale della battaglia contro le mutilazioni genitali diventando ambasciatrice dell’ONU, ha sicuramente aperto la strada ad altre ragazze che hanno voluto dimostrare con i fatti alle loro comunità di essere pronte ad una vita diversa da quella prospettata loro da sempre.

Scuola italiana

«Sono stata fortunata – racconta Cecilia a malindikenya.net – mio padre è stato conservazionista ed ha lavorato in ambito turistico. Il massimo a cui una donna portata per gli studi poteva aspirare a quei tempi era diventare insegnante. Io invece dopo la scuola secondaria ho chiesto di poter proseguire gli studi e frequentare un college a Nairobi per studiare front-office ed amministrazione di hotel e lui e la mia famiglia “allargata” mi hanno assecondato (ho perso mia madre quando avevo 11 anni, mio padre aveva altre 3 mogli e io 32 tra fratelli e sorelle). Grazie ad una borsa di studio offerta da una donna britannica sensibile sulla questione dei diritti delle donne è iniziata la mia vita indipendente». Nel 2000 c’è stato anche il primo approccio di Cecilia con l’Italia. «Quasi d’istinto al college, tra le lingue straniere, scelsi quella italiana – spiega la manager – a quei tempi i turisti provenienti dal vostro Paese erano tra i più numerosi e sicuramente conoscere la lingua poteva essere un punto a mio favore. Tanto è vero che, appena terminati gli studi, venni a sapere che nella Mara North Conservancy degli italiani stavano costruendo un lodge e cercavano personale».

L’ascesa

In realtà la figura professionale che il Saruni Mara cercava era quella di una massaggiatrice, ma Cecilia era ben contenta di poter entrare nel mondo dell’hospitality anche partendo dal basso. «Mi presentai per il colloquio senza la presunzione di essere più di quello che stavano cercando – ricorda la donna, che oggi è madre di 5 figli – e anche grazie alla mia infarinatura di italiano mi presero. La SPA non era ancora pronta, quindi iniziai dalla lavanderia e dalla pulizia delle suite. Ho sempre benedetto quella gavetta perché lavorare in prima persona in ogni reparto di una struttura in savana mi dà oggi la possibilità di conoscerne aspetti e  problematiche. Quel che non sapevo è che mi attendevano un viaggio ed un soggiorno di 3 mesi a Stresa, nel centro benessere di un prestigioso hotel, per imparare il mestiere». Ecco un esempio per tante sue coetanee, non più in vetrina per un matrimonio precoce o per riti ancestrali.

Quei giorni sul Lago Maggiore

«Nel mio piccolo villaggio, Ngerende, venne sgozzato un toro e mio padre mi mostrò all’intera comunità, raccontando il mio percorso e il perchè della trasferta in un mondo così diverso. Fu un momento di grande orgoglio per me e anche per lui».
Al ritorno dall’Italia nel Natale del 2004, Cecilia non è solo in grado di dirigere un centro benessere sul Lago Maggiore ma ha sperimentato la professionalità di un hotel 5 stelle e imparato a muoversi in ogni reparto. «L’Italia mi ha lasciato il ricordo della serietà dei miei colleghi e della loro gentilezza e disponibilità ad insegnarmi tutto – ammette la general manager del Saruni Mara – così come l’indelebile memoria della pasta, della pizza e soprattutto del risotto. Mi è rimasto anche impresso un episodio: una sera andai con i miei colleghi a teatro a Milano. C’era uno spettacolo di danze e ritmi Zulu di un fantastico gruppo folkloristico sudafricano, molto bello ma anche per me inedito. I miei colleghi mi guardavano come dire: non conosci queste canzoni, queste danze? Eppure arrivano dal tuo Paese! Rimasi davvero stupita di come molti europei abbiano l’idea che l’Africa sia come una sola nazione o addirittura un’unica tribù. Credo che il compito del turismo keniano, anche a livello di marketing, sia quello di far conoscere le nostre unicità».

Una donna al comando

Al Saruni Mara dopo pochi anni dallo stage italiano Cecilia è già una direttrice in pectore: apre e gestisce la boutique in cui fa convergere l’artigianato delle comunità della Mara North Conservancy, poi nel 2008 viene trasferita dai “cugini” Samburu e si affianca nel training del personale per l’apertura del luxury lodge nella regione del Samburu. Nel 2013 diventa assistent manager al Saruni Samburu. Infine, nel 2016, l’apice della sua carriera, quando viene richiamata al Mara, questa volta per dirigerlo. Compresa e poi lodata dalla sua tribù, apprezzata dall’azienda per cui lavora, l’ultimo passaggio per Cecilia è stato farsi accettare dai colleghi maschi, specie quando col passare del tempo sono divenuti suoi subordinati.
«Non posso negare che inizialmente ho avvertito un po’ di diffidenza – spiega – mai una vera ostilità, ma una sorta di gelosia, specie dai nuovi impiegati. Quando però tutti hanno imparato a conoscermi e hanno visto il mio percorso, che al di là del sesso è un esempio anche per loro, mi hanno sempre supportato e siamo diventati una squadra unita, senza che nessuno si preoccupi se a fare carriera sarà un uomo o una donna. È bello che sia uno di noi, Maasai o Samburu, e che al suo mestiere affianchi l’amore per questa terra e la passione per preservarne le bellezze che costituiscono la sua principale risorsa».
Per questo Cecilia è un esempio non solo per le donne keniane ma anche per chi si avvicina ai progetti di conservancy attraverso la collaborazione con le comunità locali. «Di questo la MNC dovrà sempre ringraziare Saruni che ha portato la nostra conservancy ad essere considerata un modello – ammette la manager – proseguendo nella ricerca di opportunità e raccogliendo proposte, richieste per supportare le famiglie e promuovere le loro attività, dall’allevamento all’artigianato. Riuscire a farlo attraverso qualcosa di bello e stimolante come l’offerta turistica è la soddisfazione più grande».

(testo di Freddie del Curatolo – foto di malindikenya.net)

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