Libia | «Centri di detenzione disumani»

di Enrico Casale
centro detenzione migranti in libia

Nei centri di detenzione libici le condizioni di vita di centinaia di africani sono disumane. Molte vite sono a rischio, mentre in Libia si continua a combattere, se non vi sarà un piano o un intervento internazionale per salvare i detenuti, poveri e inermi. Lo conferma all’Agenzia Fides abba Mussie Zerai, prete eritreo da anni impegnato nel sostegno agli immigrati. Il sacerdote ha raccolto alcune testimonianze dal campo di Zawiya, dove «circa 650 persone, donne e uomini di diverse nazionalità, di cui 400 eritrei ed etiopi, vivono costantemente nella paura. Si avvertono spari nelle vicinanze ma i detenuti sono chiusi lì, senza protezione, senza vie di fuga in caso di attacco, rischiano la vita». Afferma don Mussie: «Lanciamo un appello a tutte le istituzioni europee e alle agenzie per i diritti umani. Si mobilitino per mettere in atto un piano straordinario di evacuazione di questi fratelli e sorelle che oggi si trovano in queste condizioni. Ogni rinvio mette in pericolo la vita di centinaia di vite umane».

Le condizioni di vita nei centri di detenzione libici, rileva, sono al limite dell’umano. Nelle testimonianze raccolte da don Zerai a condivise con l’Agenzia Fides, i detenuti affermano: «Sono mesi che non riceviamo nulla per l’igiene personale, siamo costretti a bere acqua salata della quale non sappiamo la provenienza. Problemi di salute sono all’ordine del giorno; i più gravi sono i malati di tubercolosi: circa 40, di cui 10 non hanno mai avuto nessuna assistenza, e tre sono in condizione gravissime, con il grave rischio di trasmettere a tutti noi la malattia».

Le organizzazioni internazionali sembrano disinteressarsi di questi migranti africani interni, che raccontano: «Operatori della ong Medici senza Frontiere si sono presentati un mese fa, poi non li abbiamo più visti. I membri dell’Acnur (Alto commissariato Onu per i rifugiati) sono passati alcuni giorni fa, si sono limitati a prelevare le impronte digitali di 34 persone, ignorando le persone malate da tempo, così come coloro che sono in attesa di reinsediamento dal febbraio del 2018».

Spiega don Zerai che i migranti si sentono abbandonati, molti sono caduti in depressione, altri tentano la fuga per prendere la via del mare, in preda alla disperazione. «Si registrano sette casi di tentato suicidio tra coloro che sono nel campo da un anno e più, costretti a spostarsi da un lager a un altro, senza vedere uno spiraglio per il loro futuro. Poche settimane fa, una donna nigeriana malata che non ha ricevuto cure è morta. Anche una bambina di tre anni ha perso la vita dopo una caduta, per la mancanza di un tempestivo soccorso».

In questa situazione e in uno scenario segnato dalla persistente conflittualità interna, conclude don Zerai, «è quanto mai urgente un serio impegno e un intervento dei governi europei e delle istituzioni internazionali per cambiare le sorti e ridare una speranza concreta a questi fratelli».

(Enrico Casale)

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