Libia | 89 anni dalla morte di Omar al-Mukhtar

di Enrico Casale
Omar al Mukhtar
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Oggi ricorre l’89° anniversario dalla morte di Omar al-Mukhtar. Ormai il suo nome si è perso nella nebbia della storia e in Italia nessuno si ricorda di lui (anche perché, tranne poche eccezioni la nostra storiografia non ne ha quasi mai parlato), ma al-Mukhtar è stato uno dei protagonisti della resistenza libica contro il colonialismo italiano. Un nemico implacabile dell’esercito italiano che, dopo una lunga ricerca, lo catturò e lo impiccò a Solouk, a sud di Bengasi, il 16 Settembre 1931.

Al-Mukhtar era un imam, un religioso musulmano e aveva speso tutta la sua esistenza a insegnare il Corano nella moschea di Zawihat al Gsur, un villaggio agricolo tra Barce e Maraua. Negli anni Venti però l’Italia fascista pianificò di riconquistare la Libia, occupata nel 1911 ma in gran parte non sotto il controllo di Roma.

L’imam aveva già 63 anni quando Idris, leader della Senussia, una confraternita religiosa molto radicata in Cirenaica, gli chiese di mettersi alla guida della resistenza anti-italiana. Omar, pur essendo un religioso, aveva un grande intuito per le cose militari. Costruì così una perfetta organizzazione politico-militare che faceva perno su 2-3 mila uomini (in certi periodi anche mille) e sull’appoggio della popolazione locale e del vicino Egitto (sostenuto dalla Gran Bretagna). Quasi sempre all’offensiva – lo testimoniano i 53 combattimenti e i 210 scontri che si succedono nel decennio – Omar colpiva, poi si ritirava e svaniva nel nulla, creando nell’avversario, un senso di rabbia e frustrazione.

Per venire a capo di questa ribellione, Benito Mussolini incaricò il suo ufficiale più spietato, Rodolfo Graziani. Il generale italiano, noto anche per aver ordinato la strage di Debre Libanos in Etiopia (nella quale vennero sterminati centinaia di monaci ortodossi accusati di sostenere la resistenza), sa che era necessario fare il vuoto intorno a Omar, prosciugare le sue linee di rifornimento e rompere l’appoggio della popolazione.

Iniziò così a perseguitare la confraternita religiosa e a trasferire l’intera popolazione delle regioni montane e della Marmarica lontano dalla zona delle operazioni, per togliere alla ribellione ogni residuo sostegno. Questa politica porterà alla segregazione di oltre 100.000 libici, chevennero confinati in tredici campi di concentramento nel sud bengasino e nella Sirtica, regioni notoriamente fra le meno ospitali. Su 100 mila confinati, 40.000 non torneranno più alle loro case.

Per tagliare i rifornimenti dall’Egitto, Graziani fece costruire una barriera di filo spinato, larga alcuni metri e lunga 270 chilometri, dal porto di Bardia all’oasi di Giarabub. Nell’estate del 1931, mentre stava per essere sigillata ermeticamente la frontiera con l’Egitto, Graziani era ormai convinto che Omar stesse per finire nella trappola. E in effetti il capo della guerriglia si trovò a mal partito. Gli erano rimasti soltanto 700 uomini, poche munizioni e pochissimi viveri. Con i suoi cavalieri riuscì a mettere a segno ancora qualche colpo, ma l’11 settembre, avvistato dall’aviazione, venne circondato da forze soverchianti (in gran parte composte da reparti di ascari eritrei) nella piana di Got-Illfù. Omar cercò ancora di portare in salvo il suo squadrone ordinandone il frazionamento. E infatti gran parte dei suoi uomini si salvò. Ma lui venne colpito da una fucilata al braccio e gli uccisero il cavallo.

Per Omar al Mukhtar era finita. Tradotto a Bengasi, il 15 settembre venne processato e il giorno dopo impiccato. Alla lettura della sentenza, che lo condannava all’impiccagione, Omar al Mukhtar non si scompose, dice: «Da Dio siamo venuti e a Dio dobbiamo tornare».

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