Le cenerentole di Luanda

di AFRICA
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Nella capitale angolana la crisi ha lacerato le famiglie più povere e creato un esercito di bambini di strada. Le ragazzine sono le vittime più vulnerabili, esposte a ogni genere di violenza e di abuso. In loro soccorso si sono mobilitati missionari e volontari

È un nuovo giorno a Luanda. La capitale dell’Angola, coi suoi 6 milioni di abitanti, si sveglia all’alba. Fra i grandi grattaceli che si affacciano sulla baia e nelle ampie avenidas comincia a scorrere il traffico. Nella Baixa, le macchine di lusso parcheggiano di fronte a banche e sedi di imprese petrolifere. Tra i malconci palazzi in architettura portoghese le piccole botteghe aprono i battenti, mentre i venditori ambulanti si piazzano agli incroci per vendere giornali, schede telefoniche, cianfrusaglie e altri generi di conforto agli automobilisti e ai passeggeri degli stracolmi pulmini che fungono da trasporto pubblico.

Inferno quotidiano

In un parco non lontano da Largo da Independência, la giornata comincia anche per i meninos de rua. Un nuovo giorno di incertezza per i ragazzi di strada che, infreddoliti dalla notte umida, si riuniscono nel caos cittadino per poi dividersi in cerca di cibo e qualche spicciolo che permetterà loro di sopravvivere. Seduta su un muretto, Dulce dice di avere 15 anni e mordicchia un pezzo di pane che ha condiviso con gli altri.

«Sono scappata di casa perché non avevamo un soldo. Mio padre è morto e mia madre vive con un altro uomo che si ubriacava e ci trattava male – racconta con lo sguardo rivolto al suolo –. Qui sono libera e faccio quello che mi pare». Dulce ha un atteggiamento spavaldo, quasi strafottente, quando pronuncia queste parole di fronte al gruppo formato per lo più da ragazzi. La sua vulnerabilità si manifesta però quando si apparta con Lídia Domingos, un’infermiera del Volontariato internazionale per lo sviluppo (Vis), confessandole di avere male al ventre e di non sentirsi bene.

Lídia spiega che i meninos de rua hanno spesso problemi di salute, causati dalla scarsa alimentazione e dalle condizioni igieniche in cui vivono. Per lo più si tratta di infezioni intestinali e della pelle, ma anche di malaria e tubercolosi non curate. A questo si aggiungono le ferite “da strada”, causate da risse e fughe dalla polizia. «Le ragazze devono però affrontare molto di più. Malattie sessualmente trasmissibili e gravidanze precoci sono molto frequenti. Spesso queste bambine si procurano un aborto, con conseguenze molto gravi», racconta l’infermiera con la freddezza di chi sembra ormai assuefatto allo stato delle cose.

Società dilaniata

Negli anni della guerriglia tra Mpla e Unita, migliaia di profughi arrivavano a Luanda dall’entroterra dove la fame la faceva da padrone. Fra loro, molti erano giovani orfani che avevano perso la famiglia nelle tragedie del conflitto e si ritrovavano abbandonati per le strade delle povere periferie della capitale. Malgrado dal 2002 l’Angola, uno dei più importanti esportatori di idrocarburi al mondo, sia esplosa economicamente generando aspettative di benessere e sviluppo, il fenomeno dei meninos de rua di Luanda non è mai finito. Si è solo trasformato. Invece la corruzione dilagante e una classe di politici avidi e incapaci non ha pensato di diversificare l’economia, aumentando così le diseguaglianze socio-economiche ed esponendo il Paese a eventuali crisi dovute all’oscillazione del petrolio, come quella che lo ha colpito nel 2014.

La popolazione dell’Angola (poco più di 30 milioni di abitanti) è molto giovane. Quasi la metà ha meno di 15 anni. Il livello d’istruzione è molto basso, con solo il 12% dei ragazzi e il 7% delle ragazze che portano a termine la scuola secondaria e, anche se il Paese ha vissuto un boom economico con un Pil fra i più alti del continente, oggi quasi un terzo della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà nelle baraccopoli di Luanda, dove l’accesso ai servizi di base, al cibo e perfino all’acqua non è affatto scontato. In questo contesto difficile, bambini e ragazzi subiscono le conseguenze della povertà e del degrado come la disgregazione familiare. Vale a dire la negligenza, lo sfruttamento, i matrimoni precoci, le separazioni dei familiari e le violenze domestiche.

I bambini di strada di oggi sono figli di nuclei familiari sfasciati che non riescono a mantenere tutti, con secondi mariti o seconde mogli che non accettano i bambini o ragazzi nati dal primo matrimonio, figlie comprese. «Durante il conflitto civile era raro vedere ragazze abbandonate, perché era molto facile che una bambina abbandonata venisse accolta in una famiglia per aiutare nelle faccende domestiche. Oggi, al contrario, subiscono abusi e scappano per sentirsi indipendenti», spiega il responsabile della squadra di primo contatto del Vis, che di notte gira per la città in cerca dei meninos, solitamente guidati da un leader che protegge gli altri. Occorre tempo per instaurare con loro un rapporto: «Anche i più grandi restano bambini. Non sono cattivi. Il problema è la droga e le menti quasi sempre offuscate da benzina e colla di cui inspirano i vapori, tragicamente usate per contrastare la tristezza, la fame e la sofferenza causata dalle malattie», prosegue.

Un piccolo rifugio

A Luanda diverse ong e associazioni tentano di far tornare in famiglia i minorenni che vivono per strada o di trovargliene una. I missionari salesiani, presenti dagli anni Ottanta, hanno aperto diverse case di accoglienza, istituti scolastici e professionali. Con il Vis hanno avviato il progetto “Vamos juntos” che, attraverso varie fasi, cerca di convincere gradualmente i meninos a tornare in famiglia e, se non è possibile, ad abbandonare la strada e frequentare la scuola. «Senza la volontà di lasciare la strada non riusciamo a ottenere nulla. Deve partire da loro… E per le ragazze l’approccio dev’essere ancora diverso, perché affrontano problemi più profondi tra cui lo stigma della società», spiega Cesaltina Pascal Focala, coordinatrice di una nuova struttura di accoglienza in cui vengono ospitate solo ragazze di strada.

In questo piccolo rifugio, le ragazze si gestiscono, studiano e tornano a rispettare le regole della vita in famiglia. Le educatrici fungono da madri e psicologhe per aiutarle a superare i traumi e i loro caratteri ribelli. «L’insicurezza della strada e la fame spingono le più grandi a drogarsi e a prostituirsi. Alcune hanno abortito e due sono incinte. Non hanno la minima idea di cosa significhi essere madre, ma le aiutiamo noi». Janete ha 16 anni, è la più alta della casa e ha i capelli corti. La sua famiglia nel Katanga non poteva più mantenerla e l’ha inviata da una zia a Luanda. È finita a lavorare in casa senza andare a scuola, con uno zio che non le dava da mangiare. È fuggita ed è vissuta in strada qualche anno. Zoppica per via di un’infezione a una gamba e da poco ha scoperto di essere incinta di tre mesi.

È l’ora della televisione, nella Casa Anuarite. Nel parapiglia generale per conquistare il posto migliore davanti allo schermo, un urlo riporta tutte all’ordine. È Janete, che poi sorride alle compagne facendo una battuta e poi partire il film. Cesaltina si appoggia all’uscio della stanza e osserva le ragazze assorte fra tavolini e sedie rosa. «Guardano sempre storie di principesse e leggono fiabe. Sono le nostre cenerentole».

(testo e foto di Marco Simoncelli)

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