Lavoro agricolo in Costa d’Avorio: dinamiche di sfruttamento e tratta

di claudia
cacao

Di Luigi LimoneCentro Studi Amistades

Il settore agricolo in Costa d’Avorio è il motore dell’economia nazionale, assorbendo circa il 70% della forza lavoro tra sussistenza e grandi piantagioni esportatrici. Eppure, dietro questa centralità si celano paghe da fame, assenza di diritti e lavoro forzato, specie nelle coltivazioni di cacao e olio di palma, intrecciati a casi conclamati di tratta, che colpiscono soprattutto donne e minori.

In Costa d’Avorio il lavoro agricolo genera il 25% del PIL e il 60% delle esportazioni, Il Paese è leader mondiale nella produzione di cacao con quasi 1,85 milioni di tonnellate prodotte nella stagione principale 2024/2025, nonostante l’instabilità climatica degli ultimi tempi. Olio di palma, ananas e caffè dominano gli scambi, mentre igname (oltre 7 milioni di tonnellate nel 2018), manioca (circa 5 milioni), riso e piantaggine assicurano la sicurezza alimentare. Tuttavia, la ricchezza generata dal settore resta nelle mani di pochi grandi investitori, mentre i lavoratori rurali arrancano nella povertà, esposti a un sistema che premia l’espansione anziché l’equità.

Le condizioni lavorative nel settore agricolo sono spesso caratterizzate da estrema precarietà e sfruttamento. I salari sono bassi e molti lavoratori operano in regime informale, senza contratti o garanzie sociali. Il lavoro forzato e lo sfruttamento si manifestano soprattutto nelle aree dedicate al cacao, dove lavoratori e bambini sono impiegati in condizioni di grave violazione dei diritti umani. Anche nelle coltivazioni biologiche, spesso percepite come più etiche, si riscontrano casi di abusi e paghe insufficienti. Questi aspetti sono aggravati dalla mancanza di accesso a servizi sanitari e previdenziali, che rende i lavoratori ancora più vulnerabili.​

Il lavoro minorile nel settore del cacao è una sfida particolarmente grave e attuale. Secondo una recente indagine dell’International Cocoa Initiative (ICI), lo sfruttamento di minori di età compresa tra 5 e 17 anni nelle piantagioni di cacao in Costa d’Avorio è aumentato del 21,5% durante la pandemia di COVID-19, raggiungendo livelli pari a circa 1,6 milioni di bambini coinvolti in attività lavorative, di cui il 41% in lavori pericolosi per salute e sicurezza. I bambini principalmente coinvolti hanno generalmente tra i 12 e i 16 anni, ma sono presenti anche minori più piccoli. Le ragazze sono particolarmente vulnerabili a violenza di genere, sfruttamento e tratta, specialmente se migranti.

Sul piano normativo, la Costa d’Avorio si è dotata di un quadro legale che vieta le forme peggiori di lavoro minorile, recependo le Convenzioni OIL n. 138 e n. 182 e fissando un’età minima per il lavoro, con un elenco di lavori pericolosi formalmente proibiti ai minori, tra cui diversi compiti tipici delle piantagioni di cacao (uso del machete, trasporto di carichi pesanti, applicazione di pesticidi). Il Paese ha inoltre adottato piani d’azione nazionali contro il lavoro minorile e la tratta, oltre a un comitato interministeriale e strutture di coordinamento guidate dalla presidenza e dalla First Lady per monitorare l’attuazione delle politiche nel cacao. Tuttavia, rapporti indipendenti segnalano una distanza marcata tra il dettato legislativo e la pratica: ispezioni insufficienti, carenza di risorse per i servizi sociali, difficoltà nel perseguire trafficanti e sfruttatori e la persistenza di forti pressioni economiche sulle famiglie rurali limitano l’efficacia delle norme esistenti.

agricoltura in etiopia

Questa fragilità si aggrava nei contesti di tratta internazionale verso le piantagioni ivoriane. Il fenomeno interessa prevalentemente dai Paesi limitrofi, in particolare Burkina Faso e Mali. Reti criminali che operano lungo le rotte migratorie costringono i migranti a lavori forzati nei campi o prostituzione nei pressi delle piantagioni. Povertà e mancanza di opportunità nei Paesi di origine facilitano il reclutamento, mentre carenze legali e sociali negano istruzione e diritti base.

L’espansione incontrollata del settore ha altresì un impatto ambientale consistente, con una massiccia deforestazione che ha compromesso vaste aree di foresta tropicale, riducendo biodiversità e aumentando i rischi climatici per le comunità rurali. La ricchezza prodotta dalla coltivazione del cacao e di altre piantagioni non si traduce in benefici diffusi, a causa della concentrazione della terra nelle mani di grandi investitori nazionali, che rafforza le disuguaglianze sociali e limita l’accesso alle risorse per i piccoli contadini.​

A questa dimensione interna si aggiunge il peso della catena globale del valore, in cui pochi grandi trader e multinazionali del cioccolato, spesso con sede in Europa e Nord America, concentrano il potere contrattuale e una quota significativa dei margini, lasciando ai produttori ivoriani solo una parte minima del valore finale del cacao. In questo contesto, l’acquisto di materia prima a basso costo, l’opacità delle filiere e i limiti dei meccanismi di responsabilità giuridica contribuiscano a perpetuare condizioni di sfruttamento, lavoro minorile e deforestazione a monte della catena di approvvigionamento, nonostante l’esistenza codici di condotta, certificazioni e programmi volontari di sostenibilità. Critiche analoghe vengono rivolte alla filiera dell’olio di palma, anch’essa legata a gruppi internazionali e mercati europei e asiatici, dove impegni su “zero deforestazione” e “zero sfruttamento” coesistono con testimonianze di salari bassi, orari eccessivi e ostacoli all’organizzazione sindacale

In conclusione, il lavoro agricolo in Costa d’Avorio rimane uno dei settori più strategici per crescita e occupazione, ma anche più critici per quanto riguarda diritti umani e condizioni sociali. Lo sfruttamento, il lavoro minorile e la tratta richiedono interventi urgenti, coordinati e multilivello, che affrontino le radici economiche e sociali di questi fenomeni e garantiscano un’agricoltura più giusta e sostenibile.

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