La “Rivoluzione verde” che irrita i contadini

di Celine Camoin
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Con oltre 10.000 partecipanti collegati online da 113 Paesi, la X edizione del Forum per una rivoluzione verte africana (Agrf), conclusasi venerdì a Kigali, è motivo d’orgoglio per gli organizzatori. Il tema scelto quest’anno ha acceso i riflettori sulle necessità di nutrire (sfamare?) le città africane, alla luce dello sviluppo esponenziale degli agglomerati urbani. «La popolazione di Lagos ha da poco superato 20 milioni d’abitanti. Ovunque in Africa, negli ultimi decenni, le percentuali di crescita della popolazione urbana hanno superato quelle degli altri continenti. Metà degli africani vivono in città con almeno 500.000 persone. La conseguenza di tale esplosione è che le città africane rappresentano i più grandi e più dinamici mercati per l’agricoltura in Africa» si legge nell’Africa Agriculture Status Report, il documento di riferimento lanciato durante il Forum. Il rapporto di 262 pagine è ricco di grafici, percentuali, tendenze e consigli sulla competitività, la qualità dei prodotti, il rendimento, le opportunità, volendosi ritenere uno strumento per policy makers e investitori.

Se sfamare l’Africa con l’Africa resta un obiettivo tanto logico quanto lodevole, osservando con attenzione chi tira le fila dell’Agrf c’è motivo di interrogarsi. «Al prossimo vertice dovremmo avere con noi le associazioni dei piccoli agricoltori, dar loro la parola e fare in modo che i leader ascoltino la loro voce», ha lanciato Graça Machel durante uno dei numerosi panel del forum. Di sinergie tra i promotori del forum – da Bill Gates a Paul Kagame, passando da Tony Blair – e gli autentici contadini africani, ce ne sono davvero poche.

Dietro all’Agrf troviamo l’Agra, acronimo dell’Alleanza per una rivoluzione verde in Africa, nata nel 2006 grazie ai finanziamenti della Fondazione Bill & Melinda Gates e della Fondazione Rockefeller. Lo spunto fu l’appello dell’ex segretario generale dell’Onu, Kofi Annan, per una rivoluzione agricola tutta africana. L’obiettivo annunciato dell’Agra, all’epoca, fu di raddoppiare la produttività e i redditi di 30 milioni di famiglie di contadini entro il 2020 e di ridurre di metà l’insicurezza alimentare. Per farlo, l’Agra ha introdotto partner finanziari, produttori di fertilizzanti e di sementi, e meccanismi che hanno reso imprescindibili grandi aziende non africane dalle logiche di sostegno proposte. Non a caso tra gli sponsor dell’Agrf, accanto all’Unione Africana, all’Ifad o alla Fao, troviamo la multinazionale farmaceutica Bayer, la Mastercard, l’americana Corteva Agriscience, produttrice di sementi, fertilizzanti e insetticidi, o ancora la multinazionale indiana Upl, fabbricante di erbicidi e fungicidi.

Sono ben 176 le organizzazioni contadine da 83 Paesi ad aver firmato una petizione inviata lo scorso febbraio ad António Guterres, l’attuale segretario generale dell’Onu, per revocare la presidente dell’Agra, l’agronoma ruandese Agnes Kalibata, dal ruolo di inviata speciale per il Vertice Onu sui sistemi alimentari (UN Food Systems Summit) previsto nel 2021. La nomina ha fatto infuriare le associazioni – tra cui la Via Campesina, l’Afjn, il CCfd Terre Solidaire e molte Ong per la sovranità alimentare del Sud del mondo – convinte che, con tale orientamento, il vertice Onu non sarà altro che «un ennesimo forum che pone in primo piano gli interessi dell’agrobusiness a discapito dei contadini e del nostro pianeta». Gli sforzi dell’Agra, spiegano le associazioni, «si sono focalizzati su come ottenere finanziamenti pubblici a beneficio degli interessi di grandi aziende. Il modello proposto, basato su finanziamenti intensivi e su input agricoli, non è sostenibile se non a colpi di sovvenzioni (…) Dal 2006 l’Agra ha considerato l’Africa come un mercato per i monopoli aziendali che controllano le sementi, gli Ogm, i fertilizzanti a base sintetica e chimica, i pesticidi inquinanti. Un approccio mal concepito – si legge nella petizione – centrato sulla monocultura ad opera di grandi aziende agricole a discapito dell’agricoltura di sussistenza, dello sviluppo umano e dello sradicamento della povertà».

Ai 14 anni d’azione dell’Agra è dedicato il rapporto intitolato False Promises (False promesse), pubblicato nel luglio scorso. Il lavoro è coordinato da Lena Bassermann dell’associazione tedesca Inkota, da Jan Urhahn della Fondazione Rosa Luxemburg, e si basa in gran parte sulla ricerca di Timothy A. Wise della Tufts University. Nel documento si può leggere che nonostante l’ammontare di fondi mobilitati – almeno un miliardo di dollari – anche attraverso le tasse dei contribuenti, l’Agra non risulta essere un soggetto affidabile, in quanto non ha pubblicato alcuna valutazione dell’impatto dei suoi programmi. «Non si trova il numero di piccoli produttori raggiunti, nessuna valutazione dei miglioramenti nei campi, nessun dato sulla sicurezza alimentare o sui progressi verso gli obiettivi. Anche la Fondazione Bill & Melinda Gates, che ha fornito metà dei fondi, resta in silenzio». In assenza di dati disponibili da parte dell’Agra, i ricercatori della Tufts University hanno utilizzato dati nazionali nei 13 Paesi in cui l’Alleanza ha concentrato le sue iniziative.

Le conclusioni meritano attenzione. Ne citeremo solo alcune, abbastanza emblematiche per rendere l’idea complessiva delle 42 pagine di rapporto. Secondo gli autori, nei Paesi sotto esame, si registra un aumento del 30% del numero di persone afflitte dalla  fame, una condizione che colpisce 130 milioni di persone. È poco evidente l’aumento di produttività: il rendimento delle coltivazioni di base è aumentato del 18% in 12 anni di Agra, contro il 17% nei 12 anni precedenti. La crescita di produttività è persino calata in otto dei 13 Paesi Agra. Gli incentivi hanno privilegiato la coltivazione di mais a discapito di altri cereali più resistenti ai cambiamenti climatici come il miglio o il sorgo. Allorché i semi di queste colture tradizionali erano economici e facili da trovare, gli agricoltori devono ora pagare per semi da raccolto prioritario. Ci sono, infine, prove evidenti dell’impatto negativo del metodo Agra sull’ambiente, come l’acidificazione del suolo, a causa dei fertilizzanti sintetici a base di combustibili fossili. Gli aumenti di produzione sono inoltre scaturiti da nuovi terreni coltivati, un aspetto che, unito al precedente, ha un impatto sull’adattamento al cambiamento climatico.

Studi più approfonditi sono stati dedicati a quattro Paesi sotto la lente dell’Agra, lo Zambia, la Tanzania, il Kenya e il Mali. Quest’ultimo risulta essere quello con i migliori progressi in termini di aumento di produzione, di disponibilità e riduzione della fame. «Di certo non grazie alle politiche dell’Agra, bensì, in parte, alla resistenza dei gruppi contadini e del governo ad attuare il programma della Rivoluzione verde». Per gli autori del rapporto, è ormai ben chiaro: non sarà certo l’Agra ad aiutare a sradicare la fame nel mondo.

(Céline Camoin)

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