La Mixité creativa targata Treviso

di Stefania Ragusa

Cosa accade quando un patternmaker inglese, una designer di tessuti argentina e un art director italiano decidono di collaborare all’interno di un laboratorio di design e innovazione sociale dove rifugiati e richiedenti asilo usano l’attività progettuale e sartoriale per narrare le proprie biografie, i luoghi di provenienza, i viaggi compiuti e i propri sogni?

Un risultato può essere la capsule collection Mixité, di cui un’anteprima è stata presentata a Ve Nice Stuff, showroom temporaneo che da cinque anni persegue una missione: scoprire, promuovere e valorizzare i prodotti nati dall’incontro tra design e artigianato, riportando alla luce abilità e lavorazioni rigorosamente handmade. Mixité – lo dice già il nome – è una collezione di moda che mescola forme e tessuti occidentali e africani, competenze internazionali e che è stata realizzata e mostrata al pubblico grazie a un piccolo gruppo di rifugiati guidati da un pool di creativi.

Photo di Francesco de Luca – Commesso Fotografo.

Il progetto nasce a Treviso, la scorsa estate, all’interno del laboratorio Talking Hands, avviato nel 2016 da Fabrizio Urettini, ossia l’art director italiano di cui sopra, nonché autore di questo post. A Talking Hands rifugiati e richiedenti asilo lavorano e apprendono nuove abilità e mestieri che potranno servir loro in futuro, e hanno anche l’occasione di collaborare con designer internazionali. Si producono e si vendono oggetti e si partecipa a iniziative di solidarietà all’interno di una rete che comprende altre associazioni e gruppi informali.

Anthony Knight (con la camicia a quadretti), Annaclara Zambon e tre giovani impegnati nel progetto. Photo di Francesco de Luca – Commesso Fotografo.

Il patternmaker cui si faceva riferimento è Anthony Knight, docente di modellistica al corso di laurea di Design della Moda dello IUAV di Venezia e edeatore di costumi teatrali per La Fenice di Venezia. Cresciuto a North London e figlio a sua volta di immigrati che negli anni ’60 lasciarono la Jamaica per stabilirsi nel Regno Unito, è tecnicamente un designer patternmaker, ovvero colui che storicamente si occupa di trasformare il bozzetto, lo schizzo di uno stilista, in capo d’abbigliamento.

Sua collaboratrice nel laboratorio di sartoria avviato la scorsa estate è la textile designer Annaclara Zambon, nata in Agentina da genitori emigrati italiani che per nostalgia decisero di ritornare indietro. Annaclara, che da bambina ha attraversato l’Atlantico per tornare in Italia a bordo di uno degli ultimi piroscafi a partire dal porto di Buenos Aires, oggi insegna moda in un Liceo Artistico e, oltre a produrre una sua collezione personale, si occupa di tessitura della lana, un’arte che ha radici profonde in Veneto: la sua casa in collina è tutto uno straripare di telai, stoffe e filati.

Photo di Francesco de Luca – Commesso Fotografo.

I capispalla sono stati realizzati con i tessuti dello storico Lanificio Paoletti di Follina, impegnato in una serie di azioni a responsabilità sociale in una logica di economia circolare, tra le quali una nuova gamma di lane melange, 100% organic e a chilometro zero (progetto reso possibile grazie alla collaborazione dei pastori dell’Alpago nelle Prealpi bellunesi e della stilista inglese Vivienne Westwood). Talking Hands utilizza i tessuti in esubero o le pezze di campionario per reintegrarle e rivalorizzarle in una collezione a ciclo rigenerativo dove trova ampio spazio l’uso della tecnica del patchwork.

Photo di Francesco de Luca – Commesso Fotografo

Gli interni dei capi sono stati foderati in Real Dutch Wax grazie alla collaborazione di Francesca Franceschi, textile designer italiana che da qualche anno vive e lavora in Olanda nello storico stabilimento di Vlisco. Coloro a cui però va il vero merito della collezione sono i sarti Sanryo Cissey e Lamin Saidy, richiedenti asilo provenienti dal Gambia, che si occupano della confezione e di coordinare le attività dell’atelier di sartoria moda di Talking Hands.

Il progetto è nato con l’intento di sottrarre all’inattività almeno una parte delle persone presenti nei CAS di Treviso attraverso un percorso di inclusione sociale, di rafforzamento e capacitazione. Oggi però l’utenza è cambiata ed è composta prevalentemente da ragazzi che sono fuori dal programma di protezione internazionale per lo scadere dei termini previsti dall’attuale legislazione in materia di diritto d’asilo, o per l’ottenimento dello status di rifugiato o della protezione umanitaria.

Mixité in questo senso non è soltanto l’espressione di un’attività sartoriale tout court, ma intende il design in senso più ampio, come strumento per la progettazione e la creazione di network relazionali che favoriscano la nascita di comunità, di sinergie con l’imprenditoria locale e di interazione con il territorio. Un modello collaborativo che va oltre la “forma”, che si espone e prende posizioni, che mette al centro del proprio agire quotidiano il prendersi cura dell’individuo.

Fabrizio Urettini

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