Il turismo ai tempi del coronavirus

di Diego Fiore
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“Il turismo ai tempi del coronavirus”, si potrebbe dire per fare il verso ad un capolavoro di García Márquez. Qui in Zimbabwe si scherza e si sorride ancora sull’epidemia. Non perché la gente lo prenda alla leggera, anzi, ma perché questo è il modo di affrontare i problemi della gente di qui: ce ne sono talmente tanti e tanti altri ne abbiamo passati che ci si scherza su, un po’ per esorcizzarli e un po’ perché tanto non possiamo farci granché.

Nessuno ghettizza gli italiani (l’unica persona che ha fatto un passo indietro incontrandomi e chiedendomi preoccupata se ero malato è stato un italiano!) e all’aeroporto si effettuano tutte le operazioni e i controlli stabiliti dal Governo secondo la direttiva del WHO: controllo della temperatura, questionario sulla provenienza, questionari anamnestici, sui recenti contatti e i recenti spostamenti, registrazione dei dati per consentire la rintracciabilità nel Paese. I funzionari lavorano instancabilmente e con zelo, nessuno prende il problema sotto gamba, ma il Paese non si può fermare. Non più di così.

In giro la gente vive normalmente la propria quotidianità, con un occhio ai media internazionali che diffondono notizie allarmanti su un contagio che qui pare ancora (fortunatamente) lontano, un po’ offuscato dalla disoccupazione, dall’economia che stenta a ripartire, dalle code al distributore di carburante, dall’inflazione che torna a galoppare come durante gli oscuri anni 2008-2010. L’altro occhio è puntato sui comunicati governativi che indicano le misure preventive e le buone norme di comportamento per prevenire l’eventuale contagio.

La gente mi domanda curiosa che cosa stia accadendo veramente in Italia. Probabilmente, durante i mesi scorsi, lo hanno già fatto con i cinesi che risiedono nel Paese, ma ora che l’Italia sembra aver preso il posto della Cina sul palcoscenico del COVID-19 la curiosità è maggiore, quasi incredula: come è possibile che il Paese della moda, delle Ferrari, del buon cibo, del Papa e di Pavarotti, il Paese che tutti gli zimbabweani sognano di visitare sia infettato? Si stenta a crederlo, sembra un’assurdità, così alla fine si spazza via questa brutta storia italiana con una battuta e una risata, ma il dubbio rimane.

Io sono un operatore turistico qui in Zimbabwe e la mia clientela è esclusivamente italiana. Risiedo in Zimbabwe da tanti anni e ne ho viste parecchie: l’ebola, l’esproprio delle fattorie ai bianchi, il terrorismo (che qui non è mai arrivato, ma che ha afflitto viaggi e compagnie aeree), la crisi del carburante, il ciclone, la caduta del regime di Mugabe, le proteste post-elettorali e molto altro ancora, ma la pandemia no, questa proprio non ce l’aspettavamo.

O forse ce l’aspettavamo, ma non volevamo confessarcelo. Dopo aver investito nelle nostre attività con impegno, passione e dedizione (tutte caratteristiche di coloro che portano avanti un’attività imprenditoriale turistica nella quale il cliente è tutto e forse anche di più), sfidando le avversità e le problematiche del Paese in cui operiamo, inventando il piano “B”, poi il piano “C”, “D” e così via per soddisfare sempre al meglio il viaggiatore senza che i drammi del posto scalfissero il viaggio da sogno, ci siamo trovati improvvisamente in ginocchio ad osservare svanire in un istante (almeno per il momento) ciò che abbiamo costruito con fatica. I viaggi cancellati, le richieste crollate, gli spostamenti rimandati. Ci preoccupavamo che l’epidemia si propagasse in Africa e che, come ai tempi di Ebola, i viaggiatori disertassero le destinazioni del continente per paura del contagio e, più spesso, per eccessiva prudenza. Invece no, questa volta il virus ci ha sorpreso di nuovo, il lazzaretto non è qui, in Africa, ma in Europa e gli europei hanno smesso di viaggiare. Ancora una volta ci siamo resi conto della fragilità del nostro settore, vulnerabile ad ogni sorta di evento funesto: un cataclisma, un conflitto, un’epidemia. E ancor di più qui in Africa, dove tutto ha conseguenze più forti a causa della fragilità dei sistemi, questa fase della calamità ci terrorizza perché il turismo è una voce importantissima dell’economia. In particolare in Zimbabwe, Paese spesso bistrattato la cui immagine è stata spesso e ingiustamente dipinta in modo negativo (e che soltanto gli sforzi di divulgazione di noi operatori stavano lentamente riscattando), il contaccolpo di COVID-19 sarà tremendo.

Siamo in ginocchio, ma non siamo ancora al tappeto. Le autorità si muovono per fronteggiare la crisi senza sottovalutazioni, anche guardando alle potenziali ripercussioni economiche. Il 6 marzo il Ministro della Sanità ha incontrato, in una riunione straordinaria, il Ministro del Turismo e lo Zimbabwe Tourism Authority per decidere sulle misure di contenimento, dimostrando così grande attenzione verso un settore tanto strategico.

Quanto a noi operatori (in particolare gli operatori italiani o coloro che operano col mercato italiano) stiamo cercando di fare il possibile per affrontare e superare la crisi, a volte anche con piccole iniziative, come il mantenere informati i nostri clienti sulle misure precauzionali adottate nei nostri rispettivi Paesi, anche se consapevoli che in questo momento sapere se un Paese ha chiuso gli accessi ai visitatori non è più la cosa prioritaria per gli italiani. Almeno non ci sentiamo inutili e impotenti.

Così, in questa singolare similitudine con l’imprenditore lodigiano, tanto lontano geograficamente eppur oggi così vicino, noi piccoli operatori italo-africani cerchiamo di programmare un futuro incerto, fingendo che l’incertezza non esista (siamo abituati a farlo qui in Africa), facendo piani per mantenere i posti di lavoro dei nostri dipendenti o per migliorare le nostre strutture, rimanendo pronti a ricevere voi viaggiatori italiani una volta che questo incubo sarà finito con la consueta cordialità e passione che ci ha sempre contraddistinti.

Non vediamo l’ora di potervi stringere di nuova la mano al vostro arrivo in Africa e vogliate perdonarci se questa volta ci scapperà anche un abbraccio.

(Gianni Bauce)

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