Il premier Abiy: «Col Tigray nessun dialogo»

di Enrico Casale
Soldati Etiopia Tigray
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Nessuna trattativa con i ribelli. La guerra andrà avanti finché l’esercito federale etiope non avrà sconfitto i miliziani tigrini del Tplf. Il premier Abiy Ahmed non fa un passo indietro. L’offensiva prosegue. Nonostante ormai siano centinaia i morti e migliaia i civili costretti dai combattimenti ad abbandonare le loro case per cercare protezione all’estero.

Dal Tigray, le notizie arrivano con il contagocce. La regione è stata sigillata e le comunicazioni interrotte. Per ricostruire ciò che avviene bisogna quindi affidarsi ai comunicati delle parti o a quelli delle grandi organizzazioni internazionali. In un messaggio sui social network, il primo ministro Abiy ha detto che l’operazione militare sta entrando nella sua «fase finale» ora che è scaduto l’ultimatum di tre giorni dato ai combattenti per la resa. Lo stesso Abiy ha ringraziato i miliziani del Tplf che hanno lasciato le armi e si sono arresi alle forze federali. Anche se non è chiaro quanti tigrini abbiano disertato accogliendo l’invito del premier.

Di fronte all’invito di Kenya e Uganda di aprire negoziati per trovare una soluzione pacifica al conflitto, il primo ministro di Addis Abeba ha escluso qualsiasi colloquio con i leader del Tplf. Le truppe dell’esercito federale starebbero avanzando verso Macallè, la capitale tigrina, e Axum, la città nella quale, si dice, sia custodita l’Arca dell’Alleanza.

«Ci sono stati bombardamenti, aggressioni e in alcune parti della regione si parla addirittura di massacri della popolazione – ha commentato Mussie Zerai, sacerdote eritreo dell’eparchia di Asmara, che segue con attenzione le dinamiche politiche e militari del Corno d’Africa -. Non è confermato, ma si teme che negli scontri abbiano perso la vita centinaia di persone. Tutto ciò non può essere ridotto a una semplice questione di ordinaria amministrazione o a un’operazione di polizia interna. Quando si comincia a bombardare con gli aerei e si cominciano a lanciare missili, non solo verso l’Eritrea, ma anche verso regioni e città, come Gondar e Bahr Dar, nella zona centrale del Paese, tutto questo rischia di allargare il conflitto con esiti veramente imprevedibili. Lo dimostrano gli effetti di queste prime settimane di guerra: non solo centinaia di vittime ma almeno 27.000 civili in fuga dal Tigray verso il Sudan».

Proprio sul rischio di una catastrofe umanitaria punta il dito l’Onu che parla di «una crisi umanitaria su vasta scala». Le Nazioni Unite temono che le persone in fuga siano ben più di 27.000. Il problema è che, al momento, le agenzie umanitarie non hanno accesso al Tigray e quindi non riescono a portare alcun soccorso. L’Unhcr, l’agenzia Onu per i rifugiati, ha dichiarato che è «in attesa di fornire assistenza nel Tigray quando l’accesso e la sicurezza lo consentiranno».

«Potrebbe esserci un massiccio movimento di persone all’interno del Tigray e questo è ovviamente una preoccupazione e noi cerchiamo di prepararci nel miglior modo possibile», ha detto Jens Laerke, portavoce dell’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (Ocha).

«Questo conflitto non ci voleva proprio – conclude abba Mussie – per una regione già martoriata che ha pagato un prezzo altissimo per le guerre del passato ed è anche climaticamente sofferente. Recentemente sono arrivate anche le locuste che hanno devastato i raccolti di tutta la parte settentrionale del Paese. Quando le problematiche si accumulano una sull’altra rischiano davvero di far soccombere quel tentativo di rilanciare la crescita e lo sviluppo, la pace e la coesione sociale, che si era faticosamente avviato. Bisogna ricordare poi che nel Nord, nella regione del Tigray, vivono novantamila rifugiati eritrei che in questa fase rischiano di trovarsi tra due fuochi, senza nessuna via di fuga, se, come paventato, il Sudan chiudesse i suoi confini. Il rischio umanitario è davvero altissimo. Ci appelliamo alla comunità internazionale, e specialmente alle Nazioni Unite, affinché intervengano energicamente per condurre le parti in conflitto attorno a un tavolo per poter trovare una soluzione pacifica senza ulteriori spargimenti di sangue in una regione dell’Africa che ha già pagato un prezzo altissimo».

Il responsabile del Jesuit Refugee Service dall’Africa orientale (servizio dei gesuiti per i rifugiati) ha chiesto che si istituisca un corridoio umanitario in Tigray. «Qualunque cosa accada, dovrebbero consentire un passaggio sicuro ai rifornimenti per operatori umanitari e rifugiati – ha detto Andre Atsu, direttore regionale del JRS in Africa orientale -. I combattimenti hanno rallentato la fornitura di aiuti umanitari, compresi cibo e medicinali. A soffrirne sono i civili, soprattutto i più poveri».

(Tesfaie Gebremariam)

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