I vaccini non bastano

di claudia

Secondo un rapporto dell’Oms, nei primi nove mesi del 2021 solo il 12% delle dosi di vaccino promesse sono state effettivamente ricevute dai Paesi africani. Ma la carenza di vaccini non basta a spiegare perché in diversi casi non sia stato raggiunto l’obbiettivo di vaccinare il 10% della popolazione e le macroscopiche differenze osservabili tra un Paese e l’altro

di Claudio Ceravolo, presidente COOPI

Se si potesse vaccinare con le promesse, l’Africa avrebbe già sconfitto il Covid 19.

Al ‘Global Covid-19 Summit’, tenutosi il 23 settembre a margine dell’Assemblea generale dell’Onu, il primo ministro Draghi ha promesso 45 milioni di dosi di vaccino anti-Covid-19 ai Paesi poveri, e simili promesse sono state fatte dagli altri leader mondiali. Il botto poi l’ha fatto il presidente cinese Xi Jinping, promettendo all’Africa 2 miliardi di dosi del vaccino Sinovax entro dicembre.

Quindi, in teoria, da qui alla fine dell’anno dovremmo avere dosi sufficienti a vaccinare tutta l’Africa. In teoria. In realtà l’OMS fa sapere che l’obiettivo di vaccinare entro settembre il 10% della popolazione africana non sarà certamente raggiunto e che nei primi nove mesi del 2021 solo il 12% delle dosi di vaccino promesse sono state effettivamente ricevute dai Paesi africani. Di fatto, in tutti i Paesi la vaccinazione è partita molto in ritardo: i vaccini avrebbero dovuto essere distribuiti dalla piattaforma COVAX dell’OMS, che a sua volta doveva rifornirsi dal Serum Institute of India (SII), la più grande fabbrica mondiale di farmaci e vaccini. Tuttavia quest’ultima ha bloccato le esportazioni per fronteggiare l’emergenza epidemica di cui ha sofferto l’India stessa, e quindi i vaccini hanno cominciato ad arrivare in Africa col contagocce a giugno e a luglio. Solo a partire da settembre le spedizioni sono riprese con una certa regolarità.

Ma la semplice carenza di vaccini, a causa della quale molti Organismi della Società Civile hanno proposto la sospensione dei brevetti per accelerarne la produzione, non basta a spiegare le macroscopiche differenze che osserviamo tra i diversi paesi africani.

Se andiamo a consultare il sito dell’Ufficio Regionale per l’Africa dell’OMS, possiamo avere i dati aggiornati delle vaccinazioni somministrate nel continente. Secondo le ultime rilevazioni consultate, del 22 settembre scorso, in testa troviamo, con percentuali “europee”, le Seychelles e Mauritius, che però non riflettono la realtà del continente essendo nazioni piccole a forte vocazione turistica. Troviamo poi il Marocco, col 45% dei vaccinati, la Tunisia, col 26%, poi un pugno di paesi tra il 10 e il 20%. Infine c’è la grande maggioranza, con percentuali molto piccole.

Ancor più interessante è andare a vedere il rapporto tra dosi ricevute e dosi somministrate: in pochi paesi i vaccini ricevuti sono stati utilizzati in percentuali superiori al 95%, mentre nella maggioranza dei casi giacciono inutilizzati. Il caso probabilmente più estremo è dato dalla Repubblica Democratica del Congo, che dopo aver restituito a GAVI 1,2 milioni di dosi per non farle scadere, ha saputo utilizzare solo 130 mila delle 753 mila dosi ricevute (il 17%). Tutto ciò testimonia senza ombra di dubbio che il problema non sta solo nella quantità dei vaccini, ma nella gestione di una attività complessa come una campagna di vaccinazione. Bisogna infatti avere un sistema sanitario sufficientemente funzionante, saper gestire una catena del freddo, poter registrare i pazienti e gestire gli appuntamenti, oltre a saper fare una campagna di comunicazione efficace alla popolazione.

Non meno impattante è poi il problema culturale; a fine giugno tre paesi, Tanzania, Burundi ed Eritrea, avevano rifiutato di ricevere da GAVI i vaccini. In seguito ad un aumento di casi nell’estate, la Tanzania ha iniziato a vaccinare a fine luglio, il Burundi si sta preparando ad iniziare le vaccinazioni, mantre l’Eritrea pare che ne stia discutendo con l’OMS, senza aver ancora assunto una decisione.

Anche all’interno dei paesi che già stanno vaccinando le resistenze culturali non sono piccole: in particolare, fa discutere gli africani il fatto che circa il 70% dei vaccini distribuiti sia fornito da AstraZeneca. Ora, anche gli africani leggono internet e conoscono benissimo gli allarmi che in primavera sono stati diffusi in Europa su questo tipo di vaccino. Facile quindi dar voce ad antiche diffidenze, tipo “i bianchi vogliono scaricare su di noi i vaccini che loro non usano più”. La voce è falsa, perché AstraZeneca, oltre ad essere un vaccino sicuro, è più facilmente maneggiabile in ambienti tropicali rispetto ai vaccini a mRNA. Ma è anche difficile da contrastare, in paesi che per decenni sono stati la discarica dei prodotti di seconda scelta dell’Occidente.

Non deve stupire quindi che anche all’interno dell’OMS si levino molte voci per dire che, se non si dà loro un supporto logistico forte, molti paesi non saranno in grado di portare a termine le campagne vaccinali. Le Agenzie delle Nazioni Unite e di Cooperazione dei maggiori paesi dovrebbero quindi avviare, in accordo con i vari Ministeri della Salute, dei programmi individualizzati sulle diverse esigenze, per supportare i vari aspetti della campagna vaccinale, dalla logistica alla comunicazione.

Le Organizzazioni della Società civile, in Italia come in tutti i maggiori paesi, sono certamente disponibili a prestare la propria esperienza e la propria conoscenza delle realtà locali, per supportare questo sforzo mondiale. Perché a livello globale il Covid 19 non sarà mai debellato, finché potrà girare indisturbato in un continente grande come l’Africa.

(Claudio Ceravolo, presidente COOPI )

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