Dall’Africa agli Stati Uniti, la nuova rotta delle migrazioni

di Enrico Casale
immigrazione illegale
Tempo di lettura stimato: 2 minuti

«Non consiglio a nessuno di intraprendere questa strada e questi metodi pericolosi per venire negli Stati Uniti. È un vero suicidio, i migranti sono lasciati a loro stessi. In certi Paesi, si uccide la gente per niente e i passeur sono veri sadici, violentatori. Tutte le donne sono violentate. Che nessuno in Guinea dia del denaro al proprio figlio per tentare quest’avventura». A parlare è Abdoulaye Diallo uno dei responsabili di «Tabernacle African Caribbean Refugee Association», un’ associazione che assiste rifugiati provenienti da Burundi, Camerun, Haiti, Guinea, Eritrea, Etiopia, Sudan, Togo, Niger, Nigeria e Somalia, a chiedere asilo negli Stati Uniti. Il suo appello, rilanciato dall’Agenzia Fides, vuole scoraggiare il fenomeno delle migrazioni dall’Africa occidentale agli Usa. Negli ultimi mesi infatti sempre più giovani africani (ragazzi e ragazze), attratti dal sogno americano, hanno intrapreso questo lungo viaggio che comporta rischi elevatissimi. Tutto è nato dall’apertura del Brasile nei confronti dell’Africa. Per i giovani è così diventato facile ottenere un visto per il Brasile da dove poi i migranti intraprendono un viaggio a piedi, in piroga, autobus, per 11mila km e 11 Paesi sud e centro americani per arrivare al confine tra Messico e Stati Uniti. Devono affrontare un viaggio pieno di pericoli per la presenza di bande armate, narcotrafficanti e sfruttatori per i quali la vita umana non vale nulla. Per giungere in quello che loro considerano come l’Eldorado, devono attraversare la foresta Amazzonica, la frontiera con la Colombia e dei Paesi dell’American Centrale. Un viaggio che può durare mesi. Una volta arrivati alla frontiera statunitense i migranti cercano di attraversala di nascosto. Pochi ce la fanno e, quei pochi, spesso vengono arrestati. Le associazioni di volontariato che sostengono i migranti li aiutano a mettersi in contatto con paranti e amici residenti negli Stati Uniti o con chiese e gruppi religiosi che li aiutano nelle loro domanda di asilo. «Non consiglio a nessuno di intraprendere questa strada e questi metodi pericolosi per venire negli Stati Uniti. È un vero suicidio, i migranti sono lasciati a loro stessi. In certi Paesi, si uccide la gente per niente e i passeur sono veri sadici, violentatori. Tutte le donne sono violentate. Che nessuno in Guinea dia del denaro al proprio figlio per tentare quest’avventura». A parlare è Abdoulaye Diallo uno dei responsabili di «Tabernacle African Caribbean Refugee Association», un’ associazione che assiste rifugiati provenienti da Burundi, Camerun, Haiti, Guinea, Eritrea, Etiopia, Sudan, Togo, Niger, Nigeria e Somalia, a chiedere asilo negli Stati Uniti. Il suo appello, rilanciato dall’Agenzia Fides, vuole scoraggiare il fenomeno delle migrazioni dall’Africa occidentale agli Usa. Negli ultimi mesi infatti sempre più giovani africani (ragazzi e ragazze), attratti dal sogno americano, hanno intrapreso questo lungo viaggio che comporta rischi elevatissimi.

Tutto è nato dall’apertura del Brasile nei confronti dell’Africa. Per i giovani è così diventato facile ottenere un visto per il Brasile da dove poi i migranti intraprendono un viaggio a piedi, in piroga, autobus, per 11mila km e 11 Paesi sud e centro americani per arrivare al confine tra Messico e Stati Uniti. Devono affrontare un viaggio pieno di pericoli per la presenza di bande armate, narcotrafficanti e sfruttatori per i quali la vita umana non vale nulla. Per giungere in quello che loro considerano come l’Eldorado, devono attraversare la foresta Amazzonica, la frontiera con la Colombia e dei Paesi dell’American Centrale. Un viaggio che può durare mesi.

Una volta arrivfrontiera messico-Usaati alla frontiera statunitense i migranti cercano di attraversala di nascosto. Pochi ce la fanno e, quei pochi, spesso vengono arrestati. Le associazioni di volontariato che sostengono i migranti li aiutano a mettersi in contatto con paranti e amici residenti negli Stati Uniti o con chiese e gruppi religiosi che li aiutano nelle loro domanda di asilo.

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