Fanon, il vero ideologo dell’indipendenza

di Marco Trovato
Tempo di lettura stimato: 3 minuti

Nuova tappa del nostro viaggio nella stagione d’oro delle indipendenze africane. Facciamo conoscenza di Frantz Fanon (1925-1961): psichiatra, antropologo, filosofo e saggista: un uomo di cultura eclettico e profondo, dedito alla lotta di liberazione anticoloniale dell’Africa.

di Mario Giro

Studente al liceo Schoelcher, dove fu compagno di classe di Edouard Glissant e seguì i corsi di Aimé Césaire, uno dei padri della négritude, il martinicano Frantz Fanon non era destinato al ruolo che prese successivamente. Durante la Seconda guerra mondiale è con le Forze della Francia Libera di De Gaulle. Riprende poi gli studi di medicina a Lione e diviene psichiatra nel 1953. È a quel punto che la sua storia compie una svolta: in quell’anno si reca ad Algeri, dove sarà sempre più coinvolto nella lotta per l’indipendenza fino a dedicarvi il resto della sua vita.

I dannati della terra
I suoi studi lo avevano fatto incontrare con quella realtà che WEB Du Bois aveva solo intuito con la sua invenzione del «velo del colore» che offusca la coscienza degli afrodiscendenti che furono schiavi. Secondo Fanon c’è una vera e propria realtà psichiatrica del colonialismo che sdoppia la coscienza dell’uomo e della donna neri: quando i colonizzati assumono su di sé il giudizio negativo (da sub-umano) che il colonizzatore ha su di loro. È la colonizzazione profonda, quella che tocca lo stigma della tratta, il tabù più oscuro… della pelle e della razza.
Da qui Fanon prese le mosse con il suo Pelle nera, maschere bianche che sarà il marchio ideologico di tutta una generazione: quella delle indipendenze africane e asiatiche. Superando le barriere linguistiche e culturali, Frantz Fanon divenne in poco tempo la bandiera ideologica della lotta anticoloniale in tutto il mondo, dall’Africa all’Asia.
Il suo I dannati della terra, pubblicato nel 1961, anno della sua morte, parlerà a generazioni e in universi talmente diversi da ritrovarsi ancora citato da molti oggi. Ne ritroviamo gli echi anche in Ali Shariati e in Khomeini.
Non si rende giustizia a Fanon facendone solo l’apostolo della violenza e della lotta armata. Certamente fu lui che per il Fronte di liberazione nazionale algerino andò in giro per le conferenze asiatiche e africane degli anni Cinquanta e Sessanta a propagandare la rivoluzione algerina. Ma ciò non rende ragione alla complessità del pensiero di Fanon. La questione della violenza fu comunque un vero dramma per lui e per i suoi contemporanei.

La via delle armi
Guardiamo soltanto al contesto in cui Fanon si mosse e le personalità che lo ascoltarono, lo incontrarono e con cui parlò. Da una parte, molti gli africani: Azikiwe, Cheickh Anta Diop, Nkrumah, Nyerere, Senghor, Sékou Touré, Padmore… Con loro il suo successo letterario e culturale fu totale, quello politico un po’ meno. Dall’altra c’erano Lin Piao, Amólcar Cabral, Mao, Ho Chi Minh, Fidel e il Che, con i quali l’accordo sembrò più facile, anche se non si può dire che Fanon fosse comunista. E poi c’era ancora l’influenza di Gandhi, molto forte in quei mondi.
Il discorso violenza “sì o no” era duplicato (e in parte distorto) da quello sui due blocchi. La conferenza di Bandung del 1955 venne proposta sotto il segno del “Non Allineamento”, la terza via tra Occidente e comunismo orientale, e si dava per scontato (ideologicamente) che la violenza provenisse solo dai due blocchi contrapposti e non certo dai Paesi nuovamente liberi. A sciogliere il nodo, inaspettata la soluzione venne dai Caraibi. Fino al 1959 infatti la posizione filo-violenza restò marginale, per divenire maggioritaria anche tra i leader africani solo dopo la vittoria del 1959 di Fidel Castro e del Che a Cuba.
Dal 1960 in poi, malgrado le numerose indipendenze ottenute senza combattere, non solo in Algeria, Sudafrica e Kenya, ma anche in Camerun, Eritrea, Mozambico, Guinea-Bissau, Namibia, Rhodesia e Angola i movimenti avevano ormai scelto la via della lotta armata.

(Mario Giro)

L’anno dell’Africa

Nel 1960, 17 colonie africane divengono indipendenti: è l’anno che sancisce l’emancipazione politica del continente. A sessant’anni di distanza, a partire da questa settimana e nei prossimi weekend, una memoria sintetica di quegli eventi. Ne è autore Mario Giro, collaboratore della nostra rivista, docente di geopolitica, ex ministro degli esteri, membro della Comunità di Sant’Egidio, per la quale si occupa di Africa e di mediazione dei conflitti.

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 6/2020 della rivista Africa, disponibile nell’eshop. Per abbonarsi alla rivista, approfittando delle promozioni in corso, clicca qui

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