Dimitri Fagbohoun, l’arte di mescolarsi

di Stefania Ragusa
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In un momento in cui da varie parti si sente straparlare di identità da difendere, culture le un contro le altre armate e invalicabili linee del colore, è un sollievo imbattersi in un artista che, con talento e cognizione, celebra i sincretismi e le mescolanze.  «Nella mia vita ho viaggiato tanto e mi hanno sempre sorpreso le analogie e gli intrecci che ricorrono nelle esperienze umane e il modo in cui mixité e sincretismo imprimono alle culture un continuo movimento», dice infatti Dimitri Fagbohoun. Alle milanesi Officine dell’Immagine, fino al 19 aprile, è possibile visitare la sua mostra personale The Journey of Erzulie, a cura di Silvia Cirelli.

Erzulie

Erzulie è un perfetto esempio di questo movimento “di” e “tra” culture. Si tratta di una divinità famigliare, protettrice delle donne e dei bambini e oggi richiamata spesso anche dalla comunità Lgtb, che ha preso forma ad Haiti a inizio ‘800. Con ogni probabilità è frutto dell’incontro tra la veneratissima Madonna nera di Częstochowa (portata sull’isola caraibica da un contingente militare polacco accorso in sostegno dell’esercito francese durante la rivolta degli schiavi) e il vodoun (innestato anni prima sulla religiosità locale per effetto della tratta atlantica). Erzulie, tra l’altro, richiama alla mente altre raffigurazioni potenti del femminile, dislocate in epoche e in punti anche assai distanti, come Mami Wata e Melusine.

Fagbohoun, che ha di suo una biografia decisamente sincretica (studioso della Cabala, figlio di un beninese cattolico e di un’ucraina ortodossa, è nato in Benin, cresciuto in Camerun, vive in Francia e la madre dei suoi figli è inglese…), racconta il viaggio di Erzulie attraverso una serie di sorprendenti sculture (splendida a nostro avviso la testa in bronzo scurito che ricorda Brancusi) e un’installazione interattiva costruita con tamburi che si illuminano in risposta allo stimolo sonoro della voce.
Di quest’ultima ci ha detto: «È un’opera che sottolinea la potenza della voce umana, capace di trasformarsi in energia e produrre un cambiamento. Anche i tamburi sono dispositivi che modificano chi li suona e chi li ascolta. Durante le cerimonie vodoun, con il loro ritmo inducono alla trance gli iniziati. Storicamente servivano per portare un messaggio da una parte a un’altra. La loro superficie poi è come una tela, dove in questo caso ho disegnato simboli e immagini che rimandano a Erzulie». Ossia allo spirito femminile del mondo e alla contaminazione che, ignara di frontiere e linee del colore, attraversa culture e continenti.

(Stefania Ragusa)

 

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