Cowboy a Kinshasa

di AFRICA
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A metà degli anni Cinquanta i cinema congolesi proiettavano soprattutto western. Fu così che a Kinshasa nacquero bande giovanili ispirate al mito dei cowboy. I loro membri imitavano John Wayne e sognavano la libertà.

Indossavano camicie a quadri, cappelli a falda larga, stivali alti con speroni rimovibili. I più eleganti esibivano foulard colorati e gilet di pelle. Qualcuno si spingeva a portare i cinturoni da pistolero. Li chiamavano “Bills” (da Buffalo Bill) o “Yankee”. Sembravano in tutto per tutto dei veri cowboy, i pionieri della conquista americana, ma non vivevano in Texas o Arizona. La loro frontiera era Léopoldville (oggi Kinshasa, la capitale della Repubblica democratica del Congo). Provenivano dai villaggi della foresta congolese e si erano trasferiti nella metropoli in cerca di una nuova vita. Ma qui avevano trovato solo dei perfidi oppressori.

Negli anni Cinquanta il cuore del continente africano era ancora in mano ai colonialisti belgi, che a Léopoldville avevano istaurato una sorta di apartheid: i quartieri residenziali del centro erano riservati ai bianchi, le baraccopoli delle periferie imprigionavano i manovali indigeni. La divisione riguardava anche il tempo libero. Mentre gli europei si radunavano in esclusivi club per giocare a carte e sorseggiare un drink, per la popolazione locale l’unico svago (assieme ai concerti di rumba che allietavano le umide serate all’Equatore) era rappresentato dai cinematografi gestiti dai coloni, che ogni fine settimana proiettavano le pellicole di Hollywood. I film western andavano per la maggiore: il pubblico mostrava di apprezzare le storie con sparatorie, sceriffi, rodei, banditi, cercatori d’oro, indiani e bisonti.

Sognando Buffalo Bill

Ben presto il Far West conquistò Léopoldville, al punto che nei sobborghi di questa grande città nacquero gang giovanili ispirate a quel mondo lontano: si chiamavo “Gringo”, “Sherif”, “Django”, “John”, “Ranch”… Una dozzina di bande si contendevano il controllo dei quartieri con la forza. Erano composte da ragazzi (e talvolta ragazze) delle bidonville, cresciuti in fretta sulla strada e desiderosi di riscatto. Non avevano avuto l’opportunità di studiare, ambivano comunque a conquistare nella vita un ruolo da protagonisti… come gli eroi che ammiravano sul grande schermo.

Anche se non avevano cavalli da cavalcare e ranch da difendere, emulavano le gesta di John Wayne ed Henry Fonda. «Amavano in particolare il mitico personaggio di Buffalo Bill, protagonista di tanti film», spiega Charles-Didier Gondola, lui stesso di origini congolesi e docente di storia all’Indiana University, che ha appena dato alle stampe il libro Tropical Cowboys. «Non deve stupire il fatto che i giovani congolesi fossero più attratti dalla forza bruta dei bianchi cowboy piuttosto che dalla resistenza ostinata degli indiani: la sceneggiatura dei film relegava i pellerossa nella parte dei cattivi, per di più perdenti».

Ma il fenomeno dei “Bills” congolesi non era solo una moda. Gli indumenti dei cowboy celavano tanta rabbia e sete di rivincita. «Quei giovani neri che si vestivano come mandriani del Kansas furono protagonisti dei primi tumulti anticoloniali scoppiati a Léopoldville nel gennaio del 1959», rivela il professor Gondola. L’insurrezione che un anno dopo avrebbe sconfitto gli oppressori europei e portato all’indipendenza scoppiò una sera al termine della proiezione di Sentieri selvaggi con John Wayne. «È una pagina di storia poco conosciuta», riflette lo studioso americano. «I Bills erano violenti e spregiudicati. Ma oggi la Rd Congo dovrebbe celebrare quei valorosi cowboy che osarono sfidare un nemico che sembrava invincibile».

(Marco Trovato)

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