Ci rubano il lavoro, ci scroccano i passaggi

di Stefania Ragusa

Due neri, sotto il sole di metà pomeriggio, fanno autostop con un caldo asfissiante.
Vado di fretta, mi aspettano in ambulatorio. Fanculo i miei principi, non mi fermo.
Mi fermo. Faccio inversione, mugugno dentro di me (anche stavolta arriverò in ritardo!).
Forza, dai, salite.
Uno dal Senegal e uno dalla Nigeria.
Si alzano alle 4 del mattino, fanno 10 kmchilometri a piedi, e lavorano nei campi. Una volta si semina, una volta si raccoglie, spesso lavori di preparazione. Senza contratto.
E non riescono a organizzarsi per i trasferimenti dagli alloggi dove vivono fino al lavoro.
Parla solo uno di loro. Pensano che li stia interrogando. Mi fermo al bivio nei pressi del loro alloggio. Scendono.
God bless you, dico io.
God bless you too, dicono loro.

Gaetano Gibilisco, medico

La foto è di Dante Farricella ed è tratta dallo spettacolo Questo è il mio nome del teatro dell’Orsa di Reggio Emilia

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