Charlie Hebdo, non c’è libertà senza responsabilità

di Stefania Ragusa
Tempo di lettura stimato: 4 minuti

Dopo i terribili fatti di Nizza, sui social network è cominciato un confronto accorato su Charlie Hebdo e le sue eventuali responsabilità. Da un lato, i difensori della libertà di espressione sempre-e-comunque, dall’altro chi vorrebbe censurare o silenziare il settimanale francese. Ma quando una questione complessa viene polarizzata e ridotta a una scelta di campo è consigliabile fare un passo indietro, sottrarsi al diktat binario (sei contro o a favore della censura per la satira?) e provare a riprendere il ragionamento da un’altra prospettiva. È quello che ho cercato di fare con i miei studenti, nel corso di una lezione costruita attorno a pochi punti fermi e scandita da tante domande.

La prima, inevitabile, riguardava la libertà d’espressione: cosa comprende esattamente questa formula? Ha il potere o il dovere di avvolgere anche affermazioni razziste, misogine o banalmente rozze come, per esempio, la convinzione che se una ragazza in minigonna viene violentata in fondo se l’è cercata? Se qualcuno pensasse che le razze esistono e quella bianca è superiore a tutte le altre e desiderasse esprimersi al riguardo, sarebbe ovvio lasciargli la libertà di farlo? E un signore che avesse delle fantasie erotiche rispetto a una signora potrebbe, in nome della libertà d’espressione, rivelarle all’interessata o ad altri senza essere etichettato come un molestatore? Chi si dichiara sempre-e-comunque per la libertà d’espressione dovrebbe aver chiaro che in quei due avverbi tenuti insieme da una congiunzione sono comprese tutte le possibilità, anche le più sgradevoli.

Qualcuno ha obiettato che la parole non vanno confuse con le azioni. Un conto è dire il male, un altro farlo: ne siamo così sicuri? E dove passa la linea di confine? In base a che cosa pensiamo di poter assegnare uno status specifico alle azioni comunicative (tra queste rientrano la scrittura di articoli, la pronuncia di discorsi, la costruzione di copertine di giornali, la condivisione di post FB etc. ) e farne delle “azioni a statuto speciale”? Chi mente, diffama, insulta o instilla odio non sta forse agendo? O il fatto che le offese non siano immediatamente fisiche le rende meno offensive? E che senso ha allora tanto impegno nel contrastare l’odio on line, dal momento che la sua dimensione è per definizione virtuale? Perché sanzionare la diffamazione o la calunnia? E come si concilia la difesa strenua della libertà d’espressione con il reato di negazionismo previsto dall’ordinamento francese?

Una precisazione: chi scrive è personalmente contraria ai reati di opinione e questa successione di domande non ha lo scopo di schiacciare sotto il peso delle contraddizioni i difensori della libertà di espressione sempre-e-comunque. Non vuole nemmeno suggerire un’improbabile equivalenza morale tra le vignette di Charlie Hebdo, per quanto rozze e insulse, e la strage compiuta da Brahim Aoussaoui. Mi è molto chiaro che nessuno nasce mostro, ma lo è altrettanto che le azioni mostruose non possano trovare una legittimazione in un consesso civile. Il senso è un altro: evidenziare come le polarizzazioni e le semplificazioni non permettano di affrontare questioni complesse; far capire che immaginare di stabilire la liceità delle azioni comunicative sulla base di criteri estrinseci e obiettivi è una mera illusione. La (pseudo)risposte certe e nette che si trovano negli slogan e spesso nelle posizioni di principio (libertà d’espressione sempre-e-comunque) non aiutano a leggere meglio la realtà, ma solo a cristallizzarla in frame utili principalmente alla polarizzazione.

Se nessuno ha in mano il righello in grado di suddividere il campo tra buoni e cattivi e, nel caso specifico,  tracciare il limite tra libertà d’espressione e provocazione inutile, tutti però siamo invitati a mobilitarci per capire il contesto in cui ci muoviamo, così da scegliere di volta in volta le azioni comunicative più appropriate. Si tratta di un esercizio soggettivo e individuale, un’opera incerta e necessaria, faticosa, che richiede responsabilità e consapevolezza. Siamo pronti ad affrontare sul piano personale le conseguenze di quello che ci accingiamo a dire/scrivere/comunicare? Questo è il primo interrogativo da porsi. Il secondo è: siamo persuasi che questo contenuto meriti di essere detto/scritto/comunicato? Che sia utile e necessario in questo momento storico? Chissà se quelli di Charlie Hebdo se lo sono chiesti prima di pubblicare le loro vignette. Schierarsi ovviamente non è indispensabile, abituarsi a pensare però è consigliato. E anche provare a trarre un insegnamento generale da una vicenda così drammatica.

In Senegal si dice che le parole appartengono a chi le dice solo fino al momento in cui apre bocca, poi non sono più sue. Ogni atto di cessione delle nostre parole, dalla più piccola alla più impegnativa e drammatica, dovrebbe essere anche per questo attentamente ponderato. Dovrebbe essere una prassi, non un passaggio eccezionale. Le azioni comunicative che intraprendiamo sono infatti innumerevoli e la loro portata – nell’ecosistema digitale in cui siamo immersi – è  davvero globale, anche se tendiamo a dimenticarlo. Nel validissimo volume Razzismi 2.0, non a caso sottotitolato Analisi socio.educativa dell’odio on line, Stefano Pasta cita Hölderlin e il suo verso “là dov’è il pericolo cresce anche ciò che ci salva”. Per contrastare l’odio on line, sostiene Pasta, vietare serve a ben poco. L’unica strategia sostenibile ed efficace è alla fine una seria pedagogia della comunicazione (in rete o non in rete), sviluppata non solo lungo l’asse esterno del rispetto per l’altro, dell’empatia e della disponibilità ad accogliere e valorizzare le differenze, ma soprattutto dentro ciascuno di noi: comprendere il peso delle nostre azioni comunicative, acquisire consapevolezza del contesto, esercitarsi nel pensiero riflessivo, capace di valutare di volta in volta cosa sia più ragionevole fare in relazione agli obiettivi.

La libertà d’espressione sempre-e-comunque, agitata in assenza di una visione articolata e concreta, riflessiva nel senso che John Dewey attribuiva a questa parola, rischia di risolversi invece in una formula vuota. Perché la libertà (e non solo quella d’espressione) è  “sempre e comunque” intrecciata alla responsabilità e al momento presente in cui la vita scorre.

(Stefania Ragusa)

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