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Edizione del 21/09/2026

© Rivista Africa
Editore: Internationalia srl
P.IVA 11980111006

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Rivista Africa
La rivista del continente vero
Autore

Tommaso Meo

Tommaso Meo

    FOCUS

    Dalle inondazioni in Kenya emergono decine di morti e tanta rabbia

    di Tommaso Meo 10 Marzo 2026
    Scritto da Tommaso Meo

    di Andrea Spinelli Barrile

    Oltre 50 morti e 50.000 sfollati dopo due giorni di piogge record. Nairobi paga il conto di decenni di infrastrutture trascurate, fiumi occupati abusivamente e megaprogetti che non hanno risolto i problemi di drenaggio della capitale

    Cinquantadue morti già identificati e 50.00 persone sfollate in tutto il Kenya, altri corpi ai quali bisogna ancora dare un nome e il timore che dalle acque ne possano emergere altri ancora. L’alluvione causata dalle forti piogge che da venerdì ha colpito Nairobi e buona parte del Paese ha lasciato un bilancio pesante. Oltre la metà dei decessi confermati riguardano la capitale, ma gli operatori di emergenza di varie agenzie, esercito compreso, schierato con decreto presidenziale da venerdì sera, stanno ancora conducendo operazioni di ricerca e soccorso nel Paese.

    Le stazioni meteorologiche di Nairobi hanno registrato tra i 50 e i 160 millimetri di pioggia tra il 6 e il 7 marzo, con picchi all’aeroporto di Wilson — 88 mm venerdì e 160 mm sabato — e a Kabete, dove si sono accumulati 121 mm il primo giorno e 117 mm il giorno dopo, dopo i 144 mm già caduti il 2 marzo. Le intense precipitazioni hanno provocato inondazioni diffuse, danneggiando case, attività commerciali e infrastrutture a Nairobi e in altre regioni.

    I soldi che mancano

    Sabato il presidente William Ruto ha ordinato la distribuzione immediata di aiuti alimentari dalle riserve strategiche nazionali alle famiglie colpite. Il governatore della contea di Nairobi, Johnson Sakaja, ha però messo in chiaro il problema strutturale: «Nairobi ha bisogno di almeno 60 miliardi di scellini kenioti (circa 414 milioni di euro) all’anno per affrontare le sfide e le esigenze di sviluppo». Quella sarebbe la cifra minima per mantenere i servizi pubblici e rispondere alle emergenze. Le entrate della città sono sì aumentate, passando da 8 miliardi a 13,8 miliardi di scellini (da circa 55 a 95 milioni di euro), ma restano insufficienti per una città con una domanda di servizi in crescita esponenziale.

    Il governatore Johnson Sakaja. Foto: Wikimedia

    Per far fronte alla crisi, Sakaja ha annunciato che il quadro di cooperazione recentemente firmato tra governo nazionale e contea sbloccherà 80 miliardi di scellini (circa 552 milioni di euro) per accelerare lo sviluppo infrastrutturale. Ruto ha inoltre firmato l’istituzione di un fondo nazionale per le infrastrutture, progettato per mobilitare oltre 5 trilioni di scellini (circa 34,5 miliardi di euro) nei prossimi dieci anni.

    Il nodo politico

    Queste misure, tuttavia, alimentano le stesse tensioni che da anni attraversano il paese. Gli aumenti fiscali e i grandi investimenti in megaprogetti con basso impatto sociale sono la ragione principale per cui la società civile scende in piazza quasi ogni giorno. Le proteste della GenZ degli ultimi anni hanno proprio questo punto in comune: un malcontento che si lega a doppio filo con il tema delle infrastrutture e del loro impatto, fiscale e sociale. Il Kenya continua a investire in grandi opere stradali che però producono un effetto farfalla sulle infrastrutture di uso quotidiano. Secondo la polizia di Nairobi, la situazione degli allagamenti è stata aggravata in modo significativo dalla mancanza di adeguati sistemi di drenaggio.

    L’autostrada sotto accusa

    Alle inondazioni si aggiungono i blackout: dall’inizio dell’emergenza diverse zone della capitale, tra cui South B, South C, Nairobi West, Madaraka Estate e Langata, sono rimaste senza corrente elettrica. L’Associazione degli automobilisti del Kenya (Mak) ha puntato il dito contro la Nairobi Expressway, la grande autostrada a pedaggio che attraversa la capitale, gestita dalla China Road and Bridge Corporation in concessione con il governo. In una lettera aperta pubblicata domenica sera, la Mak sostiene che la costruzione della superstrada abbia interferito con i canali di drenaggio lungo il corridoio, convogliando grandi volumi d’acqua verso sezioni intasate: «Chiediamo che i suoi gestori si assumano la responsabilità degli impatti associati al progetto». Gli ingegneri e gli urbanisti, aggiunge la Mak, hanno ripetutamente approvato lavori di rivestimento stradale che hanno sigillato importanti sfiatatoi, impedendo all’acqua piovana di defluire nei canali sotterranei.

    Una città cresciuta troppo in fretta

    Il problema è più profondo. L’architetto ed esperto di sviluppo urbano Alfred Omenya spiega che le inondazioni colpiscono ormai non solo gli insediamenti informali ma anche i quartieri più ricchi: «Anche zone esclusive come Kilimani ora sono allagate e la situazione peggiora ogni anno». L’infrastruttura di drenaggio della città è rimasta sostanzialmente invariata per decenni, mentre la popolazione è esplosa: Nairobi conta oggi 7 milioni di abitanti che vivono con fognature e sistemi di drenaggio pensati per meno di un milione di persone.

    Nairobi. Foto di Daniel Kandie

    A questo si aggiunge la progressiva occupazione delle aree ripariali. Molti fiumi della città — il cui nome, Nairobi, significa proprio «città delle acque fredde» — erano storicamente protetti da zone cuscinetto che impedivano le costruzioni lungo le rive. Col tempo insediamenti informali e sviluppi privati hanno invaso quelle aree. I fiumi Nairobi, Ngong e Mathare sono solo alcuni dei corsi d’acqua le cui riserve naturali sono state pesantemente compromesse, aggravando il rischio di esondazioni durante le forti piogge.

    L’economia in ginocchio

    Con le strade danneggiate e i trasporti pubblici bloccati, il motore economico della città è in crisi. I piccoli commercianti del centro e dei mercati periferici stanno contando le perdite: scorte distrutte, negozi inaccessibili. La richiesta del governatore di dichiarare lo stato di calamità nazionale giunge in un clima politico acceso, in cui gli sforzi di mitigazione delle inondazioni si sono trasformati in terreno di scontro. La discussione si è concentrata sui trasferimenti lo scorso anno delle famiglie che vivevano lungo le rive del fiume Nairobi. Sakaja resta però fermo sulla sua posizione:, per quanto controversi, ha detto, sono stati un intervento preventivo necessario. Troppo piccolo, come si vede, rispetto alla tragedia di oggi.

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    10 Marzo 2026 0 commentI
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