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Stefania Ragusa

Stefania Ragusa

    FOCUS

    MGF | La legge (da sola) non basta. Il caso Sudan

    di Stefania Ragusa 27 Agosto 2020
    Scritto da Stefania Ragusa

    A quattro mesi dall’approvazione della legge che ha messo al bando le modificazioni genitali in Sudan (punibili ora con la prigione fino a tre anni e una multa) e a più di un mese dalla sua ratifica finale, i passi avanti registrati sono stati meno ampi di quanto si sperasse. In un paese in cui l’88% delle donne tra i 15 ei 49 anni ha subito una qualche forma di mutilazione genitale, secondo il Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione (UNFPA), d’altra parte il nuovo strumento legale rappresenta effettivamente una svolta importantissima, ma non la fine del problema.

    La nuova legge è diventata esecutiva il 10 luglio 2020, con la ratifica finale, a tre mesi di distanza dalla sua approvazione. Nel periodo transitorio, le persone sorprese a eseguire MGF, come è noto, rischiavano solo la confisca delle attrezzature mediche e una sorta di formazione rieducativa ad hoc.
    Ma la pandemia ha modificato repentinamente lo scenario. Le scuole hanno chiuso. L’attenzione dei sanitari e degli attivisti si è spostata altrove e molte famiglie hanno approfittato del momento per sottoporre le figlie a questo rito di passaggio che – non dimentichiamolo – è vissuto come migliorativo da parte di chi lo pratica. L’emergenza legata al coronavirus  avrebbe  in altre parole “anticipato” la cosiddetta stagione delle MGF: ogni estate, in Sudan e in Somalia, in coincidenza con la chiusra delle scuole, molte famiglie conducono le bambine nei contesti rurali dove le modificazioni vengono messe in atto

    Sufian Abdul-Mouty, un rappresentante dell’UNFPA in Sudan, osserva che pur in assenza di “dati precisi” sui casi di MGF dall’inizio della pandemia a marzo, vari rapporti aneddotici mostrano un aumento delle segnalazioni ricevute di casi a Khartoum, la capitale, e in altri stati come Jazeera e White Nile. «La difesa e la consapevolezza sull’applicazione della legge possono causare un aumento della pratica a causa della paura dell’esclusione sociale o dello stigma sociale per non conformarsi alla norma, che può essere più forte di la paura delle multe e della reclusione.», ha spiegato in un’intervista. «Il governo deve essere molto attento, concentrandosi prima su un’intensa consapevolezza della comunità per aumentare l’accettazione e la richiesta della legge».
    Infatti c’è ancora un grande stigma verso le ragazze che non hanno subito MGF. Se un uomo scopre che la futura moglie non è stata sottoposta alla modificazione considerata appropriata nella sua comunità (le modificazioni sono di vari tipi). può accadere che provi a restituirla alla sua famiglia e/o le chieda di porre rimedio a quella che viene percepita come una mancanza.

    Aumentare la consapevolezza del danno permanente provocato dalle MFG è particolarmente importante quindi per dissipare i miti sulla pratica. Ma con i mezzi di informazione dominati attualmente dagli aggiornamenti pandemici, è difficile trovare spazi adeguati. Ogni singola cosa riguarda il coronavirus, e questo ha ridotto lo spazio per tutti gli altri programmi e tutti gli altri messaggi. Gli attivisti dovrebbero lavorare a stretto contatto con i media, le ONG, le scuole e le comunità. I genitori andrebbero sostenuti e non criminalizzati.
    Ma le mutilazioni genitali, ahimé, non sono materia inclusa nel programma scolastico nazionale, osserva Nahid Jabralla, fondatrice e direttrice del Centro SEEMA per la formazione e la protezione delle donne e dei diritti dei bambini. «La fine delle MGF non è solo una questione di legge. Abbiamo bisogno di meccanismi efficienti, abbiamo bisogno di risorse, abbiamo bisogno di partnership adeguate che includano enti governativi, società civile, organizzazioni basate sulla comunità, persone sul campo. . . attori internazionali (agenzie delle Nazioni Unite e altre ONG). Dobbiamo andare avanti e spingere per questo, prendendo l’iniziativa – e coinvolgendo le istituzioni accademiche».

    Un altro problema  segnalato dagli addetti ai lavori è la mancanza di dati e ricerche ufficiali che consentirebbero la mappatura dei rischi e aiuterebbero a individuare le aree con i più alti tassi di pratica.
    Nonostante gli ostacoli, il clima tra gli attivisti rimane positivo. La legge è il primo passo. Senza la legge le altre misure (formazione, educazione, statistica…) sarebbero state inimmaginabili. Il Covid-19 ha rallentato il piano di marcia, ma non lo arresterà.

    (Stefania Ragusa)

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    27 Agosto 2020 0 commentI
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