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Rivista Africa
La rivista del continente vero
Autore

AFRICA

AFRICA

    Angola
    FOCUS

    Le occasioni perse dell’Angola

    di AFRICA 6 Settembre 2020
    Scritto da AFRICA

    Corruzione e povertà, in Angola, sono endemici, fattori cronici che gli impediscono di decollare, di trovare vie percorribili e sostenibili per una crescita inclusiva. Tutto ciò nonostante l’Angola sia un Paese ricco: si contende il primato della produzione petrolifera con la Nigeria (oscilla intorno ai due milioni di barili al giorno) ed è il quarto produttore di diamanti. Le terre coltivabili sono abbondanti e produttive, ma l’insicurezza alimentare non è stata sconfitta. La stragrande maggioranza dei prodotti di prima necessità vengono importati e i prezzi sono alle stelle. La capitale Luanda – simbolo della bulimia della classe dirigente – rimane una delle città più care al mondo. La nuova amministrazione, con in testa il presidente João Lourenço, ha fatto della lotta alla corruzione l’obiettivo primario. Nonostante questo pregevole impegno sembra, invece, delinearsi un regolamento di conti all’interno dell’Mpla – Movimento popolare di liberazione dell’Angola – partito al potere dal 1975, anno dell’indipendenza.

    Corruzione endemica

    L’attuale presidente, infatti, è stato vicepresidente di Eduardo dos Santos, che è rimasto al potere fino al 2017. Combattere la corruzione è un imperativo. Non c’è dubbio. Ma ciò che manca sono investimenti che garantiscano la diversificazione dell’economia e l’accessibilità a chiunque ai servizi essenziali di welfare. Non solo. La lotta alla corruzione significa, innanzitutto, il rafforzamento delle istituzioni del Paese. Cosa che sembra non interessare João Lourenço impegnato, piuttosto, a regolare i conti con la dinastia che ha governato il Paese fino all’altro ieri, colpendo i rampolli di Dos Santos: azione pregevole ma non sufficiente, perché è tutto il sistema a essere compromesso: la corruzione è diventata la regola della “convivenza civile”. Significativa, da questo punto di vista, l’intervista a Domingos das Neves, giurista e docente di diritto pubblico ecclesiastico all’Università Cattolica dell’Angola, rilasciata a Monica Usai per la rivista “Lavialibera”. Das Neves è molto chiaro: «Il problema di base sta nella fragilità delle nostre istituzioni, nel rispetto delle leggi e dei regolamenti esistenti nel Paese. Quando si calpesta la legge non resta altro che far diventare lo Stato come una stalla per soddisfare i propri capricci. Con questo sistema di corruzione istituzionalizzata sono state rase al suolo tutte le potenzialità dell’Angola in favore di un gruppo ridotto di persone e delle loro famiglie».

    Principessa d’Africa

    L’aspetto più eclatante della lotta alla corruzione sono le indagini e l’incriminazione nei confronti della figlia dell’ex presidente José Eduardo dos Santos, Isabel. La “principessa d’Africa”, così come viene definita dall’angolano medio – un epiteto che non ha nulla di benevolo – è stata giudicata dalla rivista Forbes la donna più ricca d’Africa, con un patrimonio stimato intorno ai 3 miliardi di dollari. Isabel e il suo marito di origini congolesi Sindika Dokolo devono la loro fortuna alla malversazione di denaro pubblico. Sottrazioni, secondo la magistratura angolana, che sono arrivate a 1,5 miliardi di dollari. Soldi sottratti alle casse della Sonangol, l’azienda petrolifera di Stato di cui è stata presidente fino al 2017, e alla società diamantifera Sodiam. Ma la ricchezza della signora d’Angola è fatta anche di molto altro. Partecipazioni in numerose società angolane e straniere in vari settori, petrolio, diamanti, telecomunicazioni, edilizia, che le sono valse l’accumulo di enormi ricchezze e che le hanno permesso l’acquisto di numerose proprietà in Francia, Portogallo e Inghilterra e anche nella patria del marito, la Repubblica democratica del Congo. E poi la condanna dell’altro rampollo della famiglia dos Santos, José Filomeno, messo a capo del Fondo sovrano angolano, a cui avrebbe sottratto 500mila dollari girati poi sul suo conto in Svizzera – ma è solo quello che è stato accertato – per soddisfare, al pari della sorella, capricci personali.

    Partito eterno

    Domingon das Neves osserva acutamente, sempre nell’intervista, che innanzitutto «bisogna dire che sia Dos Santos sia Lourenço sono membri dello stesso partito che governa il Paese da più di quarant’anni, dall’indipendenza (1975) ad oggi.  Dunque, sia quello che ha fatto l’uno e sia quello che fa l’altro avviene con il placet del partito. La lotta alla corruzione è un orientamento politico che il partito si è proposto, ovviamente ora sotto la guida del governo del presidente Lourenço. Personalmente penso che sarebbe meglio rafforzare il potere delle nostre istituzioni pubbliche e rispettare l’indipendenza effettiva del sistema giudiziario: sono i magistrati, e non i politici, che dovrebbero e debbono custodire l’osservanza e le garanzie della costituzione e della legge nello Stato. Va fatta la lotta alla corruzione, ma deve essere fatta soprattutto una lotta per la coscienza e la consapevolezza sulla legalità, sull’etica nelle nostre azioni singole e di gruppo. Sono questi gli elementi che ci aiutano a non cadere nella tentazione dalla corruzione”. È del tutto evidente che la strada è ancora lunga, soprattutto per un Paese che non è riuscito, e non riesce, a fare dell’alternanza democratica al potere la cifra di governo.

    Furia repressiva

    Che il problema siano le istituzioni, è evidente ed è dimostrato, anche, dalla repressione che viene messa in atto nei confronti di ogni libera espressione di pensiero. Non solo.  Sette giovani sono stati uccisi dalle forze di sicurezza incaricate di far rispettare i provvedimenti restrittivi imposti dal governo per far fronte alla pandemia da covid-19. Secondo Omunga, una ong locale che difende i diritti umani, e Amnesty International, l’esercito e la polizia usano la violenza e non esitano a puntare le loro armi contro chi non rispetta le regole imposte. Non è un caso, è il metodo “operativo” di repressione di ogni violazione delle regole, ma soprattutto il metodo sbrigativo per mettere a tacere ogni dissenso. Das Neves spiega molto bene da dove derivi questa “furia” repressiva che usa il terrore come arma. «Il nostro concetto di società civile – spiega nell’intervista –  è stato per molto tempo invertito: ci facevano credere che è il governo che crea e favorisce le organizzazioni della società civile. Infatti, un tempo si usava l’espressione “società civile organizzata” per dire che esistono organizzazioni proprie che dovrebbero costituirsi in società civile, quelle che sono benvolute dal governo. Ora le cose tendono a cambiare perché sorgono sempre di più voci indipendenti. Viviamo un momento di grandi sfide e serve creare sempre di più una società plurale. È una lunga marcia da fare, ma piano piano, un passo dopo l’altro, crediamo di costruire un Paese plurale, dove gli intellettuali e gli accademici possono contribuire a sollevare le persone nella consapevolezza dei loro doveri, diritti, garanzie e libertà fondamentali. È da qui che dovrebbe ripartire il nostro Paese, dalla solidificazione dello stato di diritto».

    La teoria del Gattopardo

    E la politica, in questo sì, ha un ruolo fondamentale. Quello che sta accadendo, invece, sembra piuttosto una guerra all’entourage del vecchio presidente. Come a dire: ora tocca a me. Sembra proprio che dopo trent’anni durante i quali la famiglia dos Santos si è arricchita a dismisura, alcuni personaggi dell’entourage – tra i quali l’attuale presidente – hanno deciso che è arrivato il loro turno. Ma come si sa, tutto cambia perché nulla cambi. Un mantra africano. Il risultato più tangibile di questi “regolamenti di conti” è il tasso di povertà in crescita e che si attesta al 41%. Un dato fornito dall’Istituto di statistica nazionale di cui il governo ha quindi piena consapevolezza. Dalla fine del 2014 l’Angola sta vivendo una significativa crisi economica, finanziaria e monetaria a causa del calo del prezzo del petrolio sui mercati internazionali – la principale fonte di introiti per il Paese – con ripercussioni negative sulla condizione socio-economica dei suoi cittadini. L’Angola non è stata capace di guardare oltre, di mettere a profitto le risorse derivanti dalle materie prime per lo sviluppo. Intorno al 2012 si è parlato molto del fatto che l’Angola si poteva permettere di comprare il debito dell’ex madrepatria, il Portogallo, ed era in grado di progettare investimenti milionari in Europa. Erano gli anni del grande interesse cinese per l’Angola, dei prezzi alle stelle del greggio e della necessità per gli Stati Uniti di mantenere costanti le proprie riserve con le importazioni petrolifere dall’Angola e della Nigeria. Erano gli anni in cui l’Angola avrebbe potuto fare la scelta giusta: diversificare l’economia, creare imprese nazionali per la raffinazione del greggio, la lavorazione dei diamanti e la produzione agricola, mettere in piedi un efficace sistema sanitario e scolastico con medici e insegnanti preparati, validi e ben pagati. Tutto ciò poteva mettere in moto uno sviluppo vero. Non è stato così.

    (Angelo Ravasi)

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    6 Settembre 2020 0 commentI
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