Aiutiamoci a casa loro – editoriale Africa n°1-2019

di Matteo Merletto
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di Marco Trovato

«Informare sull’Africa significa dare voce a chi non ha voce». È un’espressione che ho sentito ripetere per decenni nel mondo missionario, del giornalismo e della cooperazione.

Un tempo forse aveva le sue nobili ragioni d’essere, ma rimaneva comunque ambigua: fino a che punto il processo di “amplificazione” della “voce” dell’Africa le rimaneva davvero fedele, e fin dove, invece, il mediatore, l’informatore, vi si sovrapponeva?

Quelle parole, poi, benché pronunciate coi migliori propositi, tradivano un malriposto approccio umanitario, tipico di chi si occupa a vario titolo di Africa. Portare a conoscenza dell’opinione pubblica fatti e personaggi di rilievo è il mestiere del giornalista; ma se si tratta di documentare una crisi dimenticata in Congo o in Centrafrica il cronista finisce per percepirsi – ed essere percepito – come un “missionario delle notizie”. È un retaggio culturale (che spesso cela una supposta presunzione o distorta percezione di superiorità), di cui non siamo stati ancora capaci di sbarazzarci, benché gli africani – intellettuali, blogger, cronisti, attivisti – vogliano giustamente farsi ascoltare, senza l’aiuto di portavoce.  

L’Africa, nel nostro modo distorto di ragionare, non va capita, conosciuta, raccontata. Va aiutata, va salvata. Se facciamo lo sforzo di affrancarci dalla retorica e dall’autocompiacimento, le cose ci appaiono per certi versi rovesciate. Restando alla sfera personale, per esempio, è grazie all’Africa se ho un lavoro che mi dà uno stipendio e tante soddisfazioni. Non sono in credito con questo continente, semmai dovrei sentirmi in debito. E, a ben guardare, il ragionamento può essere allargato.

Consideriamo la galassia italiana del settore non profit, che impiega circa ottocentomila persone: molte di loro lavorano per ong, onlus, cooperative, associazioni, enti caritatevoli che hanno legami con l’Africa. Poi ci sono le decine di migliaia gli italiani che vivono e lavorano nel continente africano (per dare un’idea, solo in Sudafrica ci sono più di 35.00 iscritti all’anagrafe consolare). Sono imprenditori, commercianti, cooperanti, diplomatici, ricercatori, reporter, operatori turistici, artisti, dipendenti di agenzie di sviluppo o di multinazionali… Tecnicamente andrebbero considerati “migranti economici”, ma questa definizione nell’immaginario collettivo occidentale mal si concilia con il colore della nostra pelle. Cosicché preferiamo definirci “espatriati”.

Badate bene, non è solo una questione formale: le parole che usiamo sottintendono un modo di pensare. Un amico congolese tempo fa mi ha lanciato una frecciata: «Voi europei amate ripetere “aiutiamoli a casa loro”. Un refrain che sento pronunciare in continuazione da politici, attivisti, uomini e donne di cultura. Ebbene, per onestà intellettuale, la frase corretta dovrebbe essere “aiutiamoci a casa loro”».

Il nostro rapporto con l’Africa è spesso malato di egocentrismo, paternalismo, pietismo. Anche quando facciamo il nostro dovere, il nostro mestiere, ci sentiamo investiti di una missione umanitaria, salvifica. Ma gli africani non hanno bisogno di filantropi e benefattori. Hanno bisogno di rispetto.

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