Africa occidentale, le sfide cruciali del 2020

di Marco Trovato
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L’area strategica che comprende Mali, Niger, Ciad, Mauritania, Burkina Faso, è piombata nel caos con il ripetersi di attentati terroristici. Ma nel 2020 anche la Costa d’Avorio è un Paese da tenere sott’occhio per le imminenti elezioni

Il 2020 per l’Africa, almeno per una sua parte consistente, sarà un anno particolarmente difficile e decisivo: è in gioco il futuro di alcune aree strategiche. Quella del ​Sahel, che è piombata nel caos con il ripetersi di attentati terroristici per mano di gruppi jihadisti che stanno rendendo Paesi come il Mali e il Burkina Faso fuori controllo. Con il rischio concreto che a sud della Libia nasca un Califfato nero. Poi c’è la Costa d’Avorio, che nell’ottobre 2020 andrà alle urne in un clima che di giorno in giorno si fa sempre più teso. Da segnalare, inoltre, la mossa a sorpresa, che ha ribaltato il tavolo in quest’area, della Francia con la visita prenatalizia di Emmanuel Macron proprio in Costa d’Avorio.

La situazione in Sahel

L’attenzione è dunque massima in Sahel, soprattutto da parte delle potenze mondiali che seguono quanto sta succedendo. Il contesto è andato deteriorandosi di mese in mese. Le operazioni militari, in particolare quelle della Francia, sembrano non avere il successo sperato. E c’è già chi sta pensando a un disimpegno e a una riduzione di uomini e mezzi. Insomma una marcia indietro della Francia, mentre gli Stati Uniti hanno già incominciato il loro disimpegno, determinata della morte di 13 soldati francesi in un’operazione in Mali.

L’annuncio è arrivato durante l’ultimo vertice della Nato. Ma sembra non essere una motivazione dettata dall’emotività. È tempo che aleggia nei corridoi dei palazzi del potere: va bene tutto, si dice, ma qui occorre un impegno più fattivo degli altri attori in giochi, cioè i Paesi del G5 Sahel – Mali, Niger, Ciad, Mauritania, Burkina Faso – ma non sembra esserci.

Macron, infatti, ha convocato un vertice dei Paesi dell’area ed è stato molto chiaro: «Mi aspetto che chiariscano e formalizzino la loro richiesta alla Francia e alla comunità internazionale. Vogliono che siamo lì? Hanno bisogno di noi? Voglio risposte chiare e decise a queste domande». Macron è consapevole del crescente sentimento antifrancese che si registra nella regione. La Francia, tuttavia, sa cosa mettere sul piatto. I Paesi dell’area, forse no.

Qualche numero

Attualmente Parigi ha sul terreno 4500 uomini, 260 veicoli pesanti, 360 veicoli logistici, 210 veicoli blindati leggeri. Dispone di un appoggio aereo di sette Mirage 2000, di una decina di aerei di trasporto tattico e strategico e di tre droni. Questa forza, secondo Macron, è particolarmente gravosa in termini economici, è anche molto rischiosa e mette in pericolo molte vite umane. Parigi guida la missione da cinque anni e ora chiede più impegno alla comunità internazionale e ai Paesi dell’area.

Il capo di stato maggiore francese, il generale François Lecointre, ha spiegato che il futuro della regione del Sahel si basa su ciò che accadrà nel prossimo anno. E cioè, se fosse permesso al caos di mettere radici, l’Isis andrebbe a insediarsi nel vuoto che si andrebbe a creare. Un allarme preciso e circostanziato.

Il voto in Costa d’Avorio

Più a Sud c’è la Costa d’Avorio – che confina con Mali e Burkina Faso –, che nell’ottobre dell’anno prossimo andrà al voto per delle presidenziali non proprio scontate e in un clima sempre più teso. Non solo. Abidjan è il polo strategico – anche se la base permanente è a N’Djamena – proprio dell’operazione Barkhane, tecnicamente operazione anti-insurrezione nella regione del Sahel.

Una Costa d’Avorio instabile sarebbe una iattura per la Francia, ma soprattutto per un popolo che dopo la guerra civile del 2011 ha trovato un po’ di tranquillità e per l’economia del Paese che ha ripreso a crescere con percentuali tra l’8 e il 9 per cento del Pil ogni anno. Occorre ricordare che nel Paese circola la metà della massa monetaria della regione e il 40 per cento delle merci viene trattato nel porto di Abidjan.

La tensione nel Paese sembra, comunque, crescere di mese in mese con l’avvicinarsi delle presidenziali e la partita a scacchi che si sta giocando a livello politico potrebbe avere esisti imprevisti e imprevedibili. Il presidente uscente Alassane Outtara non ha ancora sciolto la riserva su una sua possibile candidatura, anche se auspica un ricambio generazionale, ma se i suoi avversari politici si candideranno difficilmente potrà sottrarsi a partecipare alla corsa presidenziale.

L’unico politico che ha sciolto la riserva e ha annunciato la propria candidatura è Guillaume Soro, ex ribelle ed ex presidente dell’Assemblea Nazionale che ha un enorme seguito soprattutto tra i giovani. Rappresenterebbe il ricambio generazionale. Non solo. Soro ha buoni contatti nelle forze di sicurezza, nelle posizioni apicali. Fatto che spaventa Ouattara. L’annuncio della candidatura, Soro lo ha fatto da Valencia in Spagna, pochi giorni dopo un tentativo di arresto da parte dell’Interpol a Barcellona.

Evidentemente, per il regime è un personaggio scomodo. Tanto che il suo rientro nel Paese, previsto per il 23 dicembre, non è potuto avvenire perché nei confronti di Soro è stato emesso un mandato di cattura con l’accusa di «tentativo di insurrezione civile e militare» e appropriazione indebita di denaro pubblico. Il suo aereo doveva atterrare ad Abidjan, ma ha cambiato rotta verso Accra, capitale del Ghana. Insomma un vero e proprio coup de théâtre tra l’ex capo della ribellione e il regime diretto da Ouattara, suo ex mentore.

Il destino del franco Cfa

Il vero colpo di teatro, però, lo ha fatto il presidente francese nella sua visita prenatalizia ad Abidjan. Insieme al presidente ivoriano ha annunciato la fine della “moneta coloniale”, il franco Cfa, nell’intera area dell’Unione economica e monetaria dell’Africa occidentale – otto Paesi: Benin, Burkina Faso, Costa d’Avorio, Guinea-Bissau, Mali, Niger, Senegal e Togo. Una mossa che ha ribaltato il banco, decisa tra Ouattara e Macron.

Da tempo, infatti, si parla di una moneta nuova per l’area, che è al vaglio dei capi di Stato su pressione del Ghana che vorrebbe agganciarla allo yuan cinese. Macron e Oauttara hanno sparigliato il mazzo. Ouattara ha spiegato che è «una decisione presa in piena sovranità». Il presidente francese, più pomposamente, ha detto: «È stato ascoltando i vostri giovani che ho voluto avviare questa riforma. Il franco Cfa catalizza molte critiche alla Francia. I vostri giovani ci rimproverano per una relazione che giudicano post-coloniale. Quindi rompiamo gli ormeggi». Un primo segnale di cambiamento della politica francese verso le ex colonie e, anche, un appoggio chiaro al presidente ivoriano per l’anno che verrà.

Il cambio della moneta, che si chiamerà eco e dovrebbe avvenire entro il 2020, sarà accompagnato da due importanti riforme tecniche: l’estinzione del conto operativo depositato presso la Banca di Francia e il ritiro dei rappresentanti francesi presenti negli organi della Banca centrale degli Stati dell’Africa occidentale. La moneta, tuttavia, manterrà una parità fissa con l’euro e la sua garanzia di convertibilità sarà ancora fornita dalla Banca di Francia. Tutto cambia perché non cambi nulla. Con buona pace degli africani.

(Angelo Ferrari, Agi)

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