A Roma non c’è pace per i dubliners

di Stefania Ragusa
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Ovviamente non stiamo parlando della band irlandese. Dubliners, ossia “dublinati” sono definiti i richiedenti asilo che, ingabbiati dal regolamento di Dublino, si trovano nell’impossibilità di lasciare il paese in cui hanno dovuto presentare domanda ma che non è in grado di accoglierli. In molti casi questo paese è l’Italia. E rispetto a loro Roma si è rivelata una città particolarmente inospitale.  Come dimostrano i tre casi che seguono.

I sudanesi di via Scorticabove  Il 5 luglio scorso erano stati sfrattati per “morosità incolpevole” 120  rifugiati sudanesi, molti presenti in Italia da oltre 10 anni. Alcuni di loro hanno acquisito anche la cittadinanza. Tecnicamente sarebbero dunque tra quegli italiani che, secondo il Viminale, dovrebbero andare prima degli altri. Il palazzo in cui vivevano, periferia sud est di Roma, quartiere San Basilio, era stato utilizzato come centro di accoglienza da una cooperativa svanita con lo scandalo di Mafia Capitale. Da allora nessuno aveva più chiesto agli ospiti di regolarizzare la propria presenza nell’immobile e loro  si erano illusi di poter reatare, realizzando negli spazi liberi un centro culturale, un luogo di ritrovo per la diaspora, uno spazio in cui  svolgere anche attività di formazione,  con lo sguardo rivolto anche al paese di provenienza e al conflitto tutt’ora in atto. Pensiero stupendo ma spazzato via da un canone non pagato. Il tentativo di trovare soluzioni, dilazionare il pagamento o trovare altri spazi, è stato inutile. Anzi: i circa 50  tornati nei pressi del palazzo che avevano cominciato a dormire in  rifugi di fortuna, sono stati sgomberati con le ruspe il 3 ottobre scorso.

L’odissea del Baobab Con  la vicenda del centro autogestito per transitanti Baobab Experience, più complessa e anche mediaticamente più nota, ci spostiamo alla stazione Tiburtina, fresca di lifting e ancora fondamentale da un punto di vista logistico per chi non dorme a Roma ma qui ha fatto richiesta di asilo. Da un’area vicina alla stazione partono infatti gli autobus economici che portano nel resto del paese e anche all’estero, che interessano quanti,  sfidando il regolamento di Dublino provino a lasciare l’Italia. Il Baobab occupava una vecchia vetreria abbandonata, in una via defilata, tra il piazzale del Verano e la stazione. Dal 2015, e in totale autogestione, ha organizzato attività culturali ma soprattutto si è occupato  prima accoglienza, fornendo un tetto e pasti caldi a chi transitava di lì. Era stato sgomberato alcuni anni fa, con il voto di destra e partito democratico e una promessa mai mantenuta: quella di realizzare un posto, prontamente battezzato Ferrohotel, in cui i richiedenti asilo di passaggio potessero dormire. Poi c’è stata quella, ugualmente non mantenuta, di realizzare un info point per indirizzare chi cercava rifugio. Nel frattempo si è prodotta invece una sequela di sgomberi: noi ne abbiamo contati ventuno, l’ultimo il 13 novembre scorso.  Gli ospiti, gli sgomberati, provengono in massima parte dal Corno d’Africa e Africa Occidentale. Sono stati per l’ennesima volta identificati (alcuni di loro hanno sono stati trattenuti per 16 ore in questura) e per gran parte, nonostante il freddo e le condizioni metereologiche avverse, non è stata trovata alcuna nessuna soluzione abitativa.

Ex penicillina Torniamo a San Basilio, in quella che fu la prima fabbrica italiana di antibiotici, inaugurata negli anni ’50 alla presenza di Alexander Fleming, e oggi è un residuo di archeologia industriale pieno di rifiuti tossici, spazzatura, amianto e topi. Da anni, nell‘ex Penicillina vive un numero imprecisato di dublinati, uomini e donne con protezione internazionale, sussidiaria, umanitaria, a volte anche rifugiati rimasti fuori – per ragioni varie – dai programmi di assistenza. Con loro homeless di diverse nazionalità, ma ci sono anche italiani e da qualche giorno  vari sgomberati dal Baobab. In mezzo alle strutture fatiscenti gli abitanti hanno provato a ricostruire una parvenza di normalità. C’è un piccolo bar. Una bottega informale di generi alimentari. Settimanalmente arrivano i volontari di Medici senza Frontiere. Ma lo sgombero è imminente.  Pochi giorni fa gli occupanti hanno aperto i cancelli, invitando la stampa a entrare e avanzando una proposta al Comune, ambiziosa ma ragionevole. «Noi ce ne andiamo, ci aiutate a trovare una sistemazione temporanea, e nel frattempo requisite lo spazio, visto che i proprietari non ne fanno alcun uso da 35 anni. Lo si risistema e lo si rende abitabile».  Certo sarebbe un lavoro costoso e complesso, a partire dalla ripulitura, ma potrebbe offrire un tetto anche ai numerosi abitanti del quartiere che sono sotto sfratto.  Ad appoggiare l’iniziativa anche Aboubakar Soumahoro, il coraggioso sindacalista italo-ivoriano che Africa ha recentemente invitato a Milano. Non sembra però che dal Campidoglio sia arrivata alcuna risposta.

Stefano Galieni

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