Il Fronte popolare di liberazione del Tigray (Tplf) ha dichiarato di non riconoscere più l’ex presidente nigeriano Olusegun Obasanjo come mediatore nella disputa con il governo federale etiope, accusandolo di parzialità e di agire su richiesta di Addis Abeba.
In una nota il Tplf ha sostenuto che «un dialogo di pace credibile richiede un mediatore imparziale e indipendente». Obasanjo era stato il principale facilitatore dell’accordo di Pretoria, firmato nel novembre 2022 e considerato l’atto conclusivo del conflitto durato due anni tra le forze federali e quelle tigrine. Secondo una stima citata dai mediatori dei negoziati, il conflitto iniziato nel 2020 avrebbe provocato circa 600.000 morti.
Tra le ragioni della rottura, il Tplf ha indicato il riferimento fatto da Obasanjo al Biafra e alla guerra civile nigeriana come possibile esempio per il Tigray. Il movimento ha respinto il paragone, osservando che il conflitto del Biafra non terminò con una soluzione negoziata, ma con «un accerchiamento militare, un blocco economico, un assedio, la carestia, privazioni catastrofiche per i civili e, infine, una sconfitta militare».
Il partito politico e gruppo paramilitare, che attualmente controlla l’amministrazione regionale del Tigray, ha criticato anche la gestione degli ultimi contatti: durante una visita nel Tigray a giugno, Obasanjo avrebbe promesso di tornare entro una o due settimane, ma lo avrebbe fatto soltanto dopo oltre due mesi e senza informare preventivamente i dirigenti del movimento.
Secondo il Tplf, l’ex presidente nigeriano avrebbe spiegato di essere stato invitato dalle autorità federali ad attendere la conclusione della Conferenza di dialogo nazionale. La sua ultima visita si sarebbe inoltre svolta «senza preavviso, senza proposte concrete e senza un ordine del giorno chiaramente definito», non producendo alcun progresso verso l’apertura di nuovi negoziati.
Il Tplf ha anche accusato la comunità internazionale e l’Unione africana di avere abbandonato l’attuazione dell’intesa.



