Dai successi in Piazza Grande alle intuizioni dell’incubatore Open Doors, questa edizione del festival ha consacrato la straordinaria vitalità del cinema africano, capace di superare gli stereotipi della tragedia per raccontare memoria, identità e futuro attraverso una pluralità di sguardi
di Annamaria Gallone
Dal cuore della Repubblica Centrafricana alle periferie di Accra, dal Sudan all’Egitto, dal Senegal al Mozambico: il 79° Locarno Film Festival (5 al 15 agosto 2026) ha confermato la centralità del cinema africano, intrecciando concorso, Piazza Grande, Pardi di Domani e soprattutto Open Doors. Un cinema plurale, capace di raccontare guerre, memoria, colonialismo, spiritualità, identità e trasformazioni sociali, ma anche di sperimentare nuove forme narrative. E che quest’anno è tornato da Locarno con premi importanti. Non si è trattato dunque di una semplice “vetrina africana”, ma di una presenza articolata, nella quale convivono cinema d’autore, documentario, opere ibride, cortometraggi e progetti ancora in sviluppo. È precisamente questa pluralità a rendere interessante il quadro emerso a Locarno.
Dal Centrafrica alla Piazza Grande: Congo Boy
A rappresentare il cinema africano nel grande spazio della Piazza Grande, è stato Congo Boy, opera prima di Rafiki Fariala, regista della Repubblica Centrafricana già conosciuto per il pluripremiato documentario We, Students!. Ambientato a Bangui, il film segue Robert, diciassettenne che sogna di diventare musicista mentre la guerra civile sconvolge il Paese. Con entrambi i genitori in prigione, il ragazzo deve occuparsi dei quattro fratelli più piccoli, conciliare scuola e lavori occasionali e, nonostante tutto, continuare a coltivare la propria vocazione musicale. È un racconto di adolescenza e responsabilità che evita di ridurre l’Africa alla sola dimensione della tragedia.

La musica diventa infatti per Robert uno spazio di resistenza, immaginazione e futuro: un modo per affermare la propria individualità in un contesto nel quale la guerra sembra aver cancellato ogni possibilità di scelta. Il film arrivava a Locarno dopo essere stato presentato a Cannes 2026, dove l’attore Bradley Fiomona Dembeasset aveva conquistato il premio per la migliore interpretazione nella sezione Un Certain Regard.
Il Ghana protagonista di Ego Reach We All
Uno dei risultati più importanti per il cinema africano è arrivato dal Concorso Cineasti del Presente, dove il film ghanese Ego Reach We All (Our Time Will Come) di Amartei Armar ha conquistato ben due riconoscimenti. Il film racconta due orfani, Owusu e Adobea, che attraversano le campagne del Ghana alla ricerca della madre. Arrivati ad Accra, entrano in contatto con i Jackals, una gang di adolescenti che vive di furti ed espedienti. La ricerca della madre assume così una direzione completamente diversa.
Opera prima di Armar, il lungometraggio ha ricevuto il Pardo for Change, del valore di 20.000 franchi svizzeri, mentre il suo protagonista Idrissu Tontie Jr. ha conquistato il Pardo per la migliore interpretazione nel Concorso Cineasti del Presente. È un doppio riconoscimento particolarmente significativo: da una parte premia la capacità del film di affrontare questioni sociali e ambientali, dall’altra riconosce la forza di un giovane interprete. Ego Reach We All diventa così uno dei titoli africani simbolicamente più importanti di questa edizione.
Khufu: dall’Egitto un cinema della dignità
Nei Pardi di Domani – Concorso Internazionale, l’Egitto ha ottenuto uno dei premi più importanti per il cinema africano con Khufu di Mahmoud Assi. Ambientato nell’area delle piramidi di Giza, il film segue Saeed, quattordici anni, e la madre Ekram, alle prese con il destino del loro vecchio cammello Khufu, ormai morente. La madre considera la possibilità di venderlo o abbandonarlo, ma sceglie infine di accompagnare il figlio in un percorso nel quale la sopravvivenza si intreccia con la dignità. A Locarno Khufu ha conquistato il Pardino d’Argento Arts3 Foundation per il Concorso Internazionale.
Il film possiede inoltre una storia produttiva particolarmente interessante: era stato selezionato come vincitore della prima edizione dell’Eish Short Film Competition, iniziativa nata in Egitto nel 2024 con il World Food Programme, Zest ed El Gouna Film Festival per sostenere giovani autori e raccontare temi legati alla sicurezza alimentare e alla dignità delle comunità vulnerabili.
Concrete Moves: la memoria di Dakar contro l’avanzata del cemento
Sempre all’interno degli Open Doors Screenings, il Senegal ha portato Concrete Moves di Fagamou Fama Ndiaye, un cortometraggio costruito a partire da un ricordo d’infanzia. La regista torna sul luogo, presso il faro delle Mamelles di Dakar, dove da bambina aveva avuto paura di un serpente. Decenni dopo trova un paesaggio profondamente trasformato dall’espansione urbana. La danza, le immagini d’archivio, la memoria e la metafora del serpente diventano strumenti per raccontare una città che cambia e nella quale il cemento cancella progressivamente natura e memoria. Il film ha ricevuto il Premio “L’ambiente è qualità di vita” per gli Open Doors Screenings.
Barni: una bambina scomparsa e la forza della comunità
Tra i lungometraggi di Open Doors, Barni di Mohammed Sheikh, dalla Somalia, parte da una situazione apparentemente semplice: durante una festa di matrimonio, Barni, nove anni, scompare da un tranquillo villaggio di pastori. La sorella maggiore e due amici si mettono alla sua ricerca, mentre la scomparsa scuote l’intera comunità. La vicenda diventa così un racconto sulla paura, sulla solidarietà e sui legami che tengono insieme una comunità in un territorio dove le risorse sono limitate e la produzione cinematografica deve confrontarsi con enormi difficoltà.

Sudan: Cotton Queen
Il Sudan è stato rappresentato da Cotton Queen di Suzannah Mirghani, ambientato in un villaggio produttore di cotone. La protagonista è Nafisa, adolescente cresciuta dalla nonna attraverso i racconti della resistenza contro i colonizzatori britannici. L’arrivo di un uomo d’affari straniero provoca una crisi che costringe Nafisa a scoprire la propria forza e a difendere la sopravvivenza della comunità. Il film mette in relazione memoria coloniale, identità femminile, sfruttamento economico e difesa della terra, mostrando come il passato continui a determinare le tensioni del presente.
Mozambico: O Profeta e Submergido
Dal Mozambico sono arrivati due lavori molto diversi. In O Profeta, di Ique Langa, un pastore la cui fede comincia a vacillare si avvicina alla stregoneria. La sua comunità cresce, ma la sua anima diventa il luogo di un conflitto sempre più profondo tra cristianesimo postcoloniale e spiritualità popolare.
Submergido, di Ariel Añez, affronta invece la guerra di Cabo Delgado attraverso una storia familiare. Amarildo è scomparso e si presume che si sia unito ai miliziani. Il fratello Sérgio porta la notizia in famiglia e comincia a intuire un legame misterioso tra il disperso e il nipote Pércio, di dieci anni. Proprio Submergido ha ottenuto l’AFP Critics Prize, assegnato da African Film Press: un premio di 500 dollari, un certificato e un programma di sostegno editoriale e promozionale continuativo.
Congo e Burkina Faso: Catcher e Katanga
Catcher (Wrestlers) di Derhwa Kasunzu, coproduzione tra Burkina Faso, Francia e Repubblica Democratica del Congo, racconta la morte nell’oblio di un ex campione di wrestling a Kisangani. I suoi compagni di ring affrontano numerosi ostacoli per organizzare un ultimo combattimento in suo onore.
Katanga la danse des scorpions di Dani Kouyaté, dal Burkina Faso, utilizza invece una struttura quasi mitologica. Katanga, dopo aver sventato un complotto contro la corona, viene nominato capo dell’esercito. Un veggente gli predice però che potrà diventare re oppure morire nel prossimo colpo di Stato.
Sono due film che, attraverso forme differenti, riflettono sul potere, sulla memoria e sulla necessità di costruire una propria leggenda quando la storia ufficiale tende a cancellare gli individui.
Kenya ed Etiopia: spiritualità e memoria urbana
Goat di Judy Kibinge, Kenya, parte da una situazione quotidiana: Suki accompagna il fidanzato in una fattoria isolata per acquistare una capra. Ma l’incontro con l’antico albero sacro Mugumo trasforma la vicenda in un racconto dalle atmosfere di folk horror, nel quale la protagonista scopre di dover pagare un debito che non sapeva di avere.
sKINs_Addis Abeba di Rediet Haddis Yalew è invece un documentario sperimentale costruito come un viaggio ciclico attraverso quattro momenti della storia della capitale etiope. Il punto di partenza e quello di arrivo coincidono, suggerendo una riflessione sulla ripetizione della storia e sulla necessità di comprendere il passato per poter scegliere il futuro.
Tanzania: Nadupa
Nei Pardi di Domani, la Tanzania è stata rappresentata da Nadupa di Daniel Samwel: opo la morte del padre, la protagonista si oppone alla tradizione dell’eredità vedovile e, insieme alla madre, lotta per difendere il diritto alla terra e alla propria indipendenza. È un film che porta al centro una questione fondamentale in molte società africane: il rapporto fra tradizione, diritti delle donne, proprietà della terra e autonomia individuale.

Altri sguardi africani
La selezione comprendeva inoltre La Kora de mon père di Ayeman Aymar Esse, coproduzione Benin-Svizzera-Germania e prima mondiale a Locarno, un film legato alla memoria musicale e alla trasmissione dell’identità attraverso la kora; Diya di Achille Ronaimou, coproduzione del Ciad, che affronta il tema del “prezzo del sangue” dopo un incidente mortale; e Crocodile di The Critics e Pietra Brettkelly, nato a Kaduna, in Nigeria, dall’esperienza cinematografica di due fratelli che trasformano il giardino di casa in un universo di avventure spaziali.
Tra le altre presenze africane figuravano Atcha Atcha di Mamadou Dia, dal Senegal, documentario dedicato alla danzatrice e coreografa beninese Germaine Acogny; BAKMA di Abdelhamid Bouchnak, dalla Tunisia; e Memory of Princess Mumbi di Damien Hauser, coproduzione svizzero-keniana-saudita.
Da segnalare anche la presenza, nella sezione Histoire(s) du Cinéma – Locarno Heritage, di Kaddu Beykat (Letter from My Village), il fondamentale film senegalese realizzato da Safi Faye nel 1975: una presenza che inserisce il nuovo cinema africano all’interno di una storia cinematografica più ampia.
Il sostegno del programma Open Doors
Più che una semplice vetrina per pellicole già concluse, il programma Open Doors di Locarno Pro si conferma un incubatore strategico per la nascita dei nuovi talenti. Nel 2026, l’iniziativa ha attraversato il secondo anno del ciclo quadriennale dedicato a 42 Paesi africani, intervenendo nel momento più delicato della vita di un film: la fase di sviluppo pre-produttivo. Dal 5 al 10 agosto, la piattaforma ha accolto a Locarno sei progetti di lungometraggio, sei produttori e cinque registi per un percorso intensivo fatto di formazione, mentoring e incontri chiave con finanziatori internazionali.
Questa missione di sostegno concreto si è tradotta in una serie di riconoscimenti fondamentali. L’Open Doors Grant (per un totale di 50.000 franchi svizzeri, 52.500 euro) ha finanziato tre storie emergenti: 20.000 franch svizzeri (21.000 euro) ciascuno sono andati a A Vineyard for a Lobster dell’ugandese Talemwa Pius e ad Accept My Plea for Burial di Mohammed Sheikh (Somalia/Gibuti), mentre 10.000 franchi svizzeri (10.500 euro) hanno sostenuto Too Much Music del ghanese Aseye Fiagbe. Tra gli altri finanziamenti allo sviluppo, il CNC Development Grant da 8.000 euro è stato assegnato a Chapa 100 del mozambicano Ique Langa, mentre il progetto The Ones with the Tempered Flowers di Neema Ngelime (Tanzania/Kenya) ha fatto doppietta conquistando l’ARTEKino International Award (6.000 euro) e l’accesso al Sørfond Pitching Forum in Norvegia.
L’edizione si è distinta anche per le numerose opportunità di crescita professionale e residenza artistica. Ugochukwu Azuya (Nigeria) ha ottenuto la residenza a San Sebastián con I Live in V.I., Adja Mariam Mahre Soro (Costa d’Avorio) si è aggiudicata il Rotterdam Lab Award, e la burkinabé Mamounata Nikiema ha ricevuto una borsa per l’EAVE Marketing Workshop. Completano il quadro il riconoscimento della Francophonie a Pocas Pascoal (Angola) per il progetto Sarah e il debutto del primo AFP Critics Prize, andato a Submergido del regista mozambicano Ariel Añez.
Un modello che guarda oltre il festival
Il dato più interessante di Locarno 79 non è dunque soltanto il numero dei film africani selezionati, ma il sistema di sostegno costruito intorno ad essi. Locarno ha messo in relazione film terminati, opere prime, cortometraggi, progetti in sviluppo, registi e produttori, creando una continuità fra visibilità artistica e possibilità concreta di produzione. È proprio questa la funzione più preziosa di Open Doors: trasformare il festival da semplice luogo di esposizione in uno spazio nel quale possono nascere collaborazioni, coproduzioni e nuovi percorsi professionali.
Il risultato è un’immagine del cinema africano lontana dagli stereotipi. I film di Locarno parlano certamente di guerre, colonialismo, disuguaglianze e marginalità, ma parlano anche di musica, adolescenza, amore, spiritualità, ambiente, memoria, immaginazione e desiderio di futuro.
Ed è forse proprio questa la caratteristica più forte emersa dal festival: un cinema africano sempre più capace di raccontare le proprie realtà senza lasciarsi imprigionare dalla necessità di rappresentare soltanto la sofferenza. Un cinema che chiede di essere guardato non come “cinema africano” in senso esotico o separato, ma semplicemente come una delle aree più vitali, inventive e necessarie del cinema contemporaneo.



