L’attivista maliano “Ben le cerveau”, all’anagrafe Adama Diarra, rischia una condanna a 10 anni di carcere. È questa la richiesta avanzata ieri dal pubblico ministero che rappresenta l’accusa nel processo contro Diarra, la cui sentenza sarà pronunciata il 3 agosto. Lo riporta l’agenzia stampa africana Apa.
Diarra è comparso dinanzi alla sezione penale della Corte d’appello di Bamako con l’accusa di «minacce e insulti commessi tramite un sistema informatico»: il pubblico ministero ha richiesto una condanna a dieci anni di reclusione, la pena massima prevista dalla legge maliana per le minacce online. Al centro delle accuse c’è una registrazione audio attribuita all’attivista che è stata riprodotta in tribunale durante l’udienza di ieri. Al termine, Diarra ha riconosciuto che una delle voci era la sua, pur contestando l’autenticità di alcune sequenze, che a suo avviso potrebbero essere state alterate o prodotte artificialmente.
La difesa di Diarra ha contestato le condizioni in cui è stata ottenuta la registrazione, l’identità della persona che l’ha effettuata e la sua integrità, chiedendo invano la non ammissibilità della prova. L’accusa, dal canto suo, ha ritenuto le imputazioni sufficientemente fondate e ha citato in particolare il passato militante dell’imputato, paventando il rischio di recidiva.
Diarra è una figura di spicco del movimento “Yèrèwolo – In piedi sulle mura” e ha sostenuto in particolare il ritiro delle forze francesi dal Mali e il rafforzamento della cooperazione militare con la Russia: dopo il colpo di Stato contro Ibrahim Boubacar Keïta, Diarra ha fatto parte del Consiglio nazionale di transizione (Cnt), istituito dopo il golpe del 2020, ma dopo avere appoggiato le autorità di transizione è stato arrestato, nel settembre 2023, per aver chiesto il rispetto del calendario che la giunta militare aveva promesso per il ritorno al governo civile. Condannato a due anni di reclusione, di cui uno con la condizionale, la sua pena è stata ridotta in appello a un anno, con sei mesi di sospensione condizionale.
Un altro processo svoltosi ieri in Corte d’appello a Bamako riguarda il giornalista Chahana Takiou, direttore editoriale del bisettimanale Le 22 Septembre, comparso davanti all’Unità nazionale per i crimini informatici con l’accusa di «aver minato la credibilità dello Stato attraverso l’istituzione giudiziaria». Per lui, l’accusa ha chiesto una condanna a un anno di reclusione, di cui sei mesi con la condizionale, mentre la difesa ne ha chiesto l’assoluzione.
Il caso ha avuto origine da alcune dichiarazioni rilasciate dal giornalista durante un forum sui media, criticando l’applicazione del diritto comune e della legislazione sui crimini informatici nei confronti dei professionisti della stampa, sostenendo che questi ultimi avrebbero dovuto essere soggetti alla normativa specifica per i reati contro i giornalisti. Queste dichiarazioni, registrate e poi diffuse sui social, hanno dato origine a un procedimento legale: gli avvocati di Takiou hanno invocato la libertà di stampa e contestato le accuse penali mosse dalla procura.
Il giornalista si trova in custodia cautelare dall’8 giugno 2026 e la sua richiesta di rilascio provvisorio è stata respinta prima che l’udienza principale venisse aggiornata al 27 luglio. La sentenza è attesa, anche in questo caso, per il 3 agosto.



