Il governo del Ciad ha notificato ufficialmente al segretario generale dell’Onu la decisione di ritirarsi dallo Statuto di Roma, trattato istitutivo della Corte penale internazionale (Cpi). Lo ha reso noto il ministero degli Affari esteri di N’Djamena, precisando che la notifica è avvenuta ufficialmente ieri, lunedì 27 luglio, in conformità con l’articolo 127 del trattato.
Secondo quanto riferiscono le testate locali Journal du Tchad e Le Pays, le autorità hanno giustificato la decisione con l’esito di una valutazione sulle attività svolte dalla Corte dal 2002 a oggi, giudicate a «efficacia limitata» e viziate da «una indubitabile selettività». A sostegno della posizione, il governo cita i dati ufficiali dell’organismo aggiornati all’11 maggio scorso: su 13 inchieste aperte, nove riguardano Paesi africani e, tra le sette persone attualmente detenute, sei sono perseguite per vicende legate al continente. N’Djamena ha quindi invitato l’Unione Africana a rafforzare i meccanismi giudiziari continentali, ribadendo comunque il proprio impegno nella lotta all’impunità.
Come riporta TchadInfos, la decisione giunge quattro giorni dopo un colloquio telefonico, avvenuto il 23 luglio su richiesta statunitense, tra il ministro degli Affari esteri ciadiano, Abdoulaye Sabre Fadoul, e il sottosegretario di Stato americano per gli Affari africani, Frank W. Garcia Jr., durante il quale la parte americana aveva espresso perplessità sul funzionamento della Cpi, sollecitando un riesame dell’adesione.
Con la decisione del Ciad, cresce il numero dei Paesi africani che hanno scelto di allontanarsi dalla Corte penale internazionale. Nel 2027 diventeranno infatti effettivi anche i ritiri di Niger, Mali e Burkina Faso, dopo il completamento del previsto periodo di un anno dalla notifica formale del recesso. I tre Paesi dell’Alleanza degli Stati del Sahel (Aes), guidati da governi militari, avevano annunciato la loro decisione denunciando la Cpi come «uno strumento di repressione neocoloniale».



