Addio a Padre Vittorio Bonfanti, il missionario che aveva scelto la presenza

di Marco Trovato

È stato missionario in Mali per quasi vent’anni, dove ha scelto la strada dell’ascolto, della condivisione e dell’amicizia. Padre Vittorio Bonfanti, già direttore della rivista Africa quando apparteneva ai Padri Bianchi, ha dedicato la vita alla promozione sociale, al dialogo con le comunità locali e all’accoglienza dei più fragili. Un uomo discreto, capace di lasciare un segno profondo senza mai cercare il centro della scena.

I funerali saranno celebrati domani, mercoledì 8 luglio alle 9.30 nella chiesa parrocchiale di Vaprio d’Adda (BG), suo paese natale

di Marco Trovato

Non amava stare al centro dell’attenzione. Anche per questo la sua scomparsa è arrivata nel modo che più gli somigliava: con discrezione, senza clamore. Padre Vittorio Bonfanti si è spento domenica 5 luglio, dopo una lunga malattia, circondato dall’affetto di chi gli è stato vicino fino all’ultimo e aveva conosciuto la sua straordinaria umanità: la bontà d’animo, la generosità, la capacità di accogliere gli altri senza mai giudicarli.

Aveva 75 anni. Una vita, la sua, interamente dedicata agli altri, vissuta con uno stile semplice e autentico, fatto più di presenza che di parole, più di ascolto che di protagonismo. Missionario dei Padri Bianchi, aveva dedicato gran parte della sua vita al Mali, il Paese che amava profondamente e che aveva scelto come luogo della sua missione.

Ma il suo cammino si era intrecciato anche con quello della rivista Africa, quando ancora la testata apparteneva ai Missionari d’Africa. Per un periodo ne fu direttore, custodendo quello spirito di conoscenza, dialogo e vicinanza ai popoli africani che da sempre ne aveva rappresentato l’identità.

Gran parte della sua vita l’aveva trascorsa in Mali, il Paese che era diventato la sua seconda casa e che continuava a chiamare, semplicemente, “il mio Mali”. Lì era arrivato poco dopo l’ordinazione sacerdotale, avvenuta nel 1977, scegliendo una missione fatta soprattutto di ascolto, relazioni e condivisione.

Più che costruire opere, Vittorio costruiva legami. Da parroco, in particolare nella comunità di Kolokani, aveva promosso iniziative per i giovani, sostenuto vedove e orfani, accompagnato gruppi femminili nell’avvio di piccole attività economiche e incoraggiato progetti di sviluppo locale. Ma chi lo ricorda oggi, dall’Africa, non parla anzitutto delle opere realizzate.

Parla della sua presenza. Della porta sempre aperta della missione. Del tempo donato senza fretta. Della capacità di ascoltare. Dell’amicizia. Era questo, probabilmente, il dono più grande che sapeva offrire: esserci. Condividere la vita quotidiana delle persone, le loro preoccupazioni, le speranze, le fatiche.

Un modo di vivere la missione che gli aveva fatto guadagnare la stima e l’affetto anche di tanti musulmani, in un Paese dove l’islam è la religione largamente maggioritaria e dove Vittorio aveva imparato che il dialogo nasce prima di tutto dalla fiducia reciproca. Amava profondamente anche la cultura bambara, alla quale dedicò anni di studio. Insieme a padre Charles Bailleul contribuì alla valorizzazione della lingua locale attraverso pubblicazioni, strumenti linguistici e traduzioni, tra cui testi dell’Antico Testamento.

Per lui imparare una lingua non era un esercizio accademico. Era un gesto di rispetto, di vicinanza, di amicizia profonda. Un modo per entrare davvero nella vita dell’altro. Per questo si era impegnato anche nella formazione dei nuovi missionari, delle religiose e dei laici destinati al Sahel, insegnando il bambara con la convinzione che la missione inizi dalle parole con cui si saluta una persona, si entra in una casa, si condivide una storia.

Amava ripetere un proverbio bambara che era diventato quasi il riassunto della sua vita: «Mogoya ye juru ye». L’umanità è l’accoglienza dell’altro. Non era uno slogan. Era il suo modo di stare al mondo.

Quella conoscenza della lingua bambara sarebbe diventata preziosa anche molti anni dopo, in Italia. Quando i flussi migratori dall’Africa occidentale iniziarono ad aumentare, Vittorio mise gratuitamente le proprie competenze al servizio di decine di giovani maliani appena arrivati. Li accompagnava negli uffici pubblici, traduceva durante i colloqui con le amministrazioni, li aiutava a districarsi tra documenti e procedure spesso incomprensibili.

Per molti di loro fu il primo volto amico incontrato in Italia. Anche quando lasciò definitivamente il Mali, il Mali non lasciò mai lui. Ma negli anni successivi Padre Vittorio seppe aprire il cuore a una nuova terra di missione: la Sicilia.

A Modica, accanto ai migranti sbarcati sulle coste dell’isola, trovò un’altra comunità da accogliere e accompagnare. La considerava una nuova frontiera del suo impegno missionario, un luogo dove il Mediterraneo non era soltanto una linea di confine, ma uno spazio d’incontro tra storie, culture e sofferenze diverse. Anche qui seppe costruire relazioni profonde, stringendo amicizie sincere con tante persone che ne apprezzarono la semplicità, il sorriso e quella capacità tutta sua di far sentire l’altro accolto.

Ancora una volta non cercò incarichi di prestigio. Scelse il luogo dove c’era più bisogno di presenza.

Aiutava nelle pratiche burocratiche. Faceva da interprete. Accompagnava le persone nelle visite mediche. Ma soprattutto offriva qualcosa che nessun ufficio può garantire: tempo. Tempo per ascoltare. Per condividere un caffè. Per restare in silenzio accanto a chi aveva perso tutto. Per rassicurare chi non sapeva che cosa lo aspettasse il giorno dopo. Era una solidarietà fatta di piccoli gesti, di sorrisi, di una vicinanza concreta che non chiedeva nulla in cambio.

L’ultima tappa della sua vita missionaria fu alla casa dei Missionari d’Africa di Treviglio, dove accettò di prendersi cura dei confratelli più anziani e non più autosufficienti. Anche lì scelse il servizio nascosto, quello che raramente fa notizia ma che spesso racconta meglio di qualsiasi altra cosa una vocazione.

Lo fece con la stessa dedizione con cui aveva vissuto in Mali. Con la stessa pazienza. Con la stessa semplicità. Oggi, nei messaggi arrivati dal Mali, non si ricordano soltanto il sacerdote o il missionario. Si ricorda un amico. Una donna di Kolokani scrive: «Ha fatto tanto per gli orfani e per le vedove. Ha aiutato molte associazioni femminili, compresa la mia, ad acquistare macchinari per la macinazione del grano. Grazie per tutto quello che avete fatto». Sono parole semplici. Come semplice è stata tutta la vita di Vittorio Bonfanti. Una vita che non ha cercato riconoscimenti, ma relazioni. Che ha lasciato poche tracce rumorose e moltissime impronte nei cuori delle persone incontrate lungo il cammino.

I funerali saranno celebrati domani, mercoledì 8 luglio alle 9.30 nella chiesa parrocchiale di Vaprio d’Adda, il paese dove era nato il 19 settembre 1950. Il Mali, ne siamo certi, quel giorno sarà un po’ più vicino alla pianura lombarda. Perché certi missionari, anche quando tornano a casa, continuano ad appartenere ai luoghi e alle persone che hanno amato. E Vittorio Bonfanti apparteneva al Mali almeno quanto il Mali apparteneva a lui.

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