Niger, il delta avvelenato

di Tommaso Meo

testo di Lorenzo Bagnoli – foto di Marco Simoncelli / IrpiMedia

Nella regione più inquinata della Nigeria, le fuoriuscite di greggio continuano a distruggere fiumi e villaggi. Mentre le grandi compagnie petrolifere si ritirano e il governo tace, attivisti e comunità denunciano un disastro ambientale e umano senza precedenti. Tra corruzione, sabotaggi e promesse mancate, cresce la sfiducia e torna a montare la violenza

Si perde la cognizione del tempo a mano a mano che si penetra nella foresta. L’aria si fa sempre più densa e appiccicosa, la temperatura è insopportabile. Jim Dogo, attivista ambientale del Bayelsa, Stato nel sud della Nigeria, guida la comitiva di esploratori con passo spedito. La zona non è sicura. Brandisce un machete nel caso ci si debba aprire un varco nella vegetazione, o nella sventurata ipotesi in cui la situazione si complichi. Per fortuna non succederà nulla.

L’obiettivo è raggiungere un imprecisato punto tra le anse dei fiumi nella zona di Etiema, vicino a uno dei principali oleodotti che innerva le isole del delta del Niger. Due mesi prima, il petrolio fuoriuscito ha contaminato l’ambiente circostante.

I responsabili dell’incidente sarebbero uomini appartenenti a un gruppo di vandali, come li chiamano i report ufficiali della National Oil Spill Detection and Response Agency (Nosdra), l’agenzia governativa che identifica le fughe di petrolio e vi pone rimedio. I gruppi di questo genere tagliano gli oleodotti allo scopo di recuperare il petrolio in taniche o in alcuni casi addirittura in autocisterne improvvisate. Il greggio rubato viene poi raffinato illegalmente. Secondo Nosdra, le fuoriuscite di petrolio sono causate nell’83% da «interferenze di terzi», come scrivono nei report. Il Bayelsa è lo Stato in cui queste avvengono più di frequente dal 2014.

Giovani scavano nel terreno in prossimità delle abitazioni per mostrarne il colore annerito e come sia intriso di petrolio, a causa di una fuoriuscita lungo un oleodotto nella comunità di Ikarama. Bayelsa State, Nigeria (© Marco Simoncelli / IrpiMedia)

Tuttavia anche i dati di Nosdra sono contestati da attivisti ambientali e da rappresentati delle comunità, secondo cui sarebbero parziali, dato che i principali finanziatori dell’agenzia sono gli stessi gruppi petroliferi. Nosdra non ha concesso un’intervista ai giornalisti ma una delle ong che collaborano con l’agenzia per diverse attività spiega – sotto garanzia di anonimato – di non essere in grado di vagliare in modo indipendente i dati di Nosdra. Quello che è indiscutibile è il disastro ambientale: nel 2023 la Commissione petrolio e ambiente dello Stato del Bayelsa ha pubblicato un rapporto in cui si stima che per ogni abitante sia stato sversato un barile e mezzo dal 1958 ad oggi. Tra gli effetti c’è che l’aspettativa di vita nel Paese è di circa 50 anni.

A Etiema, l’intervento di emergenza per contenere la fuoriuscita è stato commissionato a giovani della comunità. Sono stati pagati per «recuperare del terreno e coprire il greggio», spiega Jim Dogo. «Nella mia esperienza», prosegue, «è già tanto se ricevono stivali da pioggia, figurarsi il resto dei dispositivi di protezione individuale e la formazione adeguata». Il risultato è che «il petrolio si dissolverà nel terreno nell’arco di anni, mentre è necessario impiegare il sistema corretto per il recupero dell’ambiente». A prescindere dalla causa.

Nello scacchiere di isole disegnato dai fiumi che si diramano dal Niger, il Bayelsa è il contesto più pericoloso. Qui l’oro nero è stato scoperto negli anni Cinquanta e, secondo una dichiarazione del segretario del ministero del Petrolio datata agosto 2025, il settore dell’Oil & Gas «rimane il principale motore dell’economia nigeriana, contribuendo in modo significativo alle entrate nazionali, anche in un contesto di crescente slancio globale verso la transizione energetica».

Coprire con la terra

Il sentiero della foresta s’interrompe d’improvviso. Non è del tutto evidente, ma il gruppo al seguito di Jim Dogo ha raggiunto una delle sponde da cui normalmente passa il fiume. Un sottile ponte – un tronco di palma lungo cinque o sei metri – conduce verso il suo letto. Non sull’altra riva, ma proprio nel luogo dove solitamente scorre. Per contenere l’espansione della fuoriuscita di greggio, l’acqua è stata coperta con la terra. Il manto, orlato di nero, è irregolare: affiorano tronchi a pozzanghere. Uno degli accompagnatori di Jim – un ragazzo della comunità di Etiema timido e che parla poco inglese – trova il fondo di una bottiglia di plastica: lo usa per recuperare un po’ di liquido a terra e versarlo su un pezzo di legno: è nero e denso, greggio quasi in purezza.

Un volontario mostra il petrolio fuoriuscito nel mezzo della foresta a causa di una recente fuoriuscita nella comunità di Etieama. Bayelsa State, Nigeria (© Marco Simoncelli / IrpiMedia)

Dopo circa mezz’ora trascorsa sull’isola di terra, si può notare che il terreno è sprofondato di qualche centimetro. Quando è avvenuto lo sversamento di petrolio mancava poco al momento in cui Oando, nel marzo 2025, subentrava alla Nigerian Agip Oil Company (Naoc), la controllata di Eni che opera in Nigeria, nella gestione di questa infrastruttura. L’operazione ha riguardato tutti gli impianti onshore un tempo in mano a Naoc e alla società petrolifera nazionale nigeriana, Nncp (Eni mantiene la sua presenza nei giacimenti offshore e in quelli di gas). La società italiana ha lasciato questi asset in concomitanza con le altre società petrolifere internazionali, inclusa Shell. L’infrastruttura che insiste sui terreni della comunità di Etiema è una delle principali linee che porta petrolio a Brass, porto cruciale per le esportazioni di greggio. Richard, lo zio settantenne di Jim, è proprietario di alcuni dei terreni ai limiti della foresta attraversati dall’oleodotto. Dice di aver stretto le mani a tutti i dirigenti di Eni ma di non aver mai incontrato nessuno di Oando. Spera che grazie all’interesse dei media internazionali possano arrivare delle compensazioni per i casi di fuoriuscite di greggio. «Ci dovete aiutare», implora.

Bruciare tutto

«Ho visto l’ambiente soffrire così tanto per le fuoriuscite di gas e petrolio e le esplosioni che ho visto balene, delfini ed esemplari di altre specie acquatiche morire. Ho visto morire coccodrilli e serpenti di taglie diverse nei laghi, nelle anse dei fiumi, nelle paludi e persino nell’Oceano Atlantico». Alagoa Morris, vicedirettore esecutivo dell’ong Environmental Defenders Network, parla con l’eloquenza di un profeta. È forse l’uomo che ha visto più sversamenti di petrolio nel Bayelsa e sa leggerne le conseguenze. Quando riesce ad avere accesso ai luoghi degli incidenti, con suoi collaboratori preleva dei campioni e li conserva nell’ufficio di Yenagoa, la capitale dello Stato. Hanno fatto dello scaffale in cui sono raccolti una specie di altare a futura memoria. I campioni, infatti, non sono tenuti in fiale o in provette, ma in bottiglie da mezzo litro di qualche bibita gassata. Il primo pezzo risale al 2007, l’ultimo a due mesi prima dell’intervista.

Alagoa Morris, attivista ambientale nigeriano e presidente di Environment Network, osserva un campione di petrolio raccolto da una fuoriuscita nel Bayelsa all’interno del suo ufficio a Yenagoa. Bayelsa State, Nigeria (© Marco Simoncelli / IrpiMedia)

Secondo l’attivista, le società petrolifere cercano in tutti i modi di cancellare le tracce di ciò che è successo. «Invece di ripulire», accusa, «le società hanno dato fuoco a molti dei luoghi dove ci sono state fuoriuscite. Si limitano a raccogliere ciò che si vede in superficie. Questa non è bonifica». Secondo Alagoa Morris, esisterebbero dei modi per ridurre il numero di sabotaggi. Per esempio aumentando la possibilità per le comunità rurali di accedere a petrolio raffinato, oppure legalizzando le raffinerie clandestine già esistenti, fornendo anche insegnamenti su come gestire le operazioni in sicurezza. «Abbiamo presentato le nostre raccomandazioni, ma il governo sembra non capire. Così siamo al punto in cui siamo oggi», commenta Morris amaramente. I portavoce dei ministeri dell’Ambiente e del Petrolio non hanno risposto alle richieste di commento dei giornalisti.

Robinson Kuroghobogha David è, prima che un attivista, un geologo. Viene dalla comunità di Etiema, ma lo incontriamo in una camera di un anonimo hotel di Yenagoa, un luogo dove si sente più sicuro a rilasciare l’intervista. Fuori, scende una pioggia torrenziale. «Molto spesso le multinazionali petrolifere dicono che tutte le fuoriuscite sono causate da sabotaggi», dice, «ma non è così in tutti i casi». Ci sono impianti che hanno perdite perché non hanno ricevuto manutenzione, altri che andrebbero sostituiti. In ogni caso, «quando c’è una fuoriuscita di petrolio, ti aspetti che venga attivato il protocollo di contenimento», aggiunge. Ma il protocollo, il cui scopo dovrebbe essere alla fine di riuscire nella bonifica di un terreno contaminato, «nella pratica si applica in ritardo. Poi si finisce per accusare i locali. Perché? Perché spesso la pioggia disperde il petrolio, così, quando i tecnici di Nosdra arrivano sul posto, non è più possibile quantificare con esattezza la quantità di greggio fuoriuscito e si evita di pagare i risarcimenti. E allora si assiste a continui rimpalli di responsabilità, a tentativi di dividere le comunità, per non essere ritenuti responsabili di quelle perdite di petrolio. Ma, nella maggior parte dei casi, per quelle fuoriuscite non c’è risarcimento». Nosdra non ha risposto alla richiesta di intervista dei giornalisti.

Veleni nella terra e nell’acqua

Lungo la strada per Ikarama, un villaggio vicino al confine con lo Stato di Rivers, si vedono cartelli gialli che riportano la scritta “Host Community Development Trust”. Dalla riforma del settore petrolifero del 2021, tutte le società dell’Oil & Gas che operano nel Paese devono versare il 3% dei loro incassi per finanziare le comunità che li ospitano. Il fondo è poi gestito da un board misto, tra persone legate alla comunità stessa e rappresentanti delle compagnie petrolifere e delle autorità statali. I loghi che spuntano sui cartelli del trust comunitario sono quelli di Eni, Shell e Total, ma sono in particolare le prime due le società citate più spesso dai leader locali. «Hanno venduto i loro asset ma hanno delle responsabilità», spiega Benjiamin Warder, uno dei leader di comunità. «Siete venuti qui, avete fatto le vostre operazioni, avete inquinato tutto e ora volete anche vendere a qualche compagnia nigeriana senza nemmeno pulire», dice.

Una delle principali fontane pubbliche del villaggio di Ogale, da cui in passato tutti gli oltre 40.000 abitanti prendevano l’acqua potabile. Oggi l’acqua viene utilizzata solo per lavare i pavimenti o come acque reflue, poiché la falda acquifera è stata contaminata. Le piastrelle della fontana si sono tinte di arancione per le sostanze chimiche presenti nell’acqua. Ogoniland, Rivers State, Nigeria (© Marco Simoncelli / IrpiMedia)

C’è una rabbia palpabile a Ikarama. Per il ritardo nella realizzazione di certe infrastrutture, prima di tutto la scuola. Per le ferite dell’ambiente, vecchie in alcuni casi di anni, mai sanate. «Se dicessi che la maggior parte degli sversamenti petroliferi di Ikarama  è dovuta a sabotaggi probabilmente avrei ragione», commenta Alagoa Morris, aggiungendo poi che, anche in un contesto simile, quando i giovani sono stati impiegati in società coinvolte nella filiera il numero di casi è sceso drasticamente. Sono stati i rinnovi contrattuali, i momenti in cui sono stati lasciati a casa da chi li impiegava nel settore, a riaccendere gli animi. E intanto negli anni il degrado ambientale è peggiorato sempre di più. Alla fine della visita a Ikarama, Jim Dogo confessa di aver temuto che un gruppo di giovani tra i 16 e i 20 anni potesse tentare un sequestro-lampo a scopo di riscatto. Li ha sentiti mentre si stavano accordando sul da farsi, fino a quando non è intervenuto uno dei leader di comunità per impedirlo. È questo, però, che rende il Bayelsa pericoloso: la volatilità dei contesti, la disponibilità a ricorrere alla violenza, anche se poco organizzata. La rabbia che si manifesta in azioni concrete.

D’altronde l’inquinamento ambientale segna profondamente le esistenze di chi abita questi posti. Etoga Smart Ebiemi, il presidente della comunità giovanile, un ragazzo sui 25 anni, racconta di aver contratto la tubercolosi. La sua casa si trova vicino a una palude dove ciclicamente avvengono sversamenti di petrolio. Un suo vicino, ancor più giovane di lui, ha la pelle segnata da una malattia dovuta anch’essa, spiega, agli inquinanti che hanno contaminato acqua e terra. Lungo i 160 chilometri del fiume Nun, a Lasukugbene o a Penemabiri, la situazione non è diversa. Entrambi villaggi di pescatori, non vivono né di pesca né di allevamento, dopo anni di disastri ambientali. Colpa di chi? «Problemi di manutenzione», risponde John Tonpre Daniel, leader di Lasukugbene, con cui parliamo a Yenagoa in quanto per motivi di sicurezza non è possibile raggiungere il fiume. Spiega che le infrastrutture petrolifere che passano per la sua comunità sono degli anni Settanta e hanno bisogno di manutenzione. La comunità è a processo con Eni per ottenere compensazioni e pulizia dei siti contaminati. «C’era sinergia, un tempo, tra ambiente e uomo. Ora non più, l’ambiente piange ogni giorno».

Un giovane della comunità di Ikarama soffre di una malattia della pelle, probabilmente causata dal contatto con le acque contaminate della zona. Bayelsa State, Nigeria. (© Marco Simoncelli / IrpiMedia)

Zion Kente è il capo del consiglio di Penemabiri, anche lui in trasferta per evitare ai giornalisti di attraversare il fiume. Non riesce a immaginare come poter rimettere a posto l’ambiente, né come vivere di altro che non siano pesca e allevamento. Sul disinvestimento delle compagnie petrolifere e le conseguenze ancora da sanare, si domanda: «Chi ha intenzione di curare le persone? Anche se bonificheremo la terra, chi lo farà con le persone?».

Monta la violenza

C’è enorme sfiducia verso il governo federale. Un piccolo segno tangibile dello scarso patriottismo nigeriano è che la bandiera non sventola mai, quasi da nessuna parte. I motivi sono profondi e partono dal processo dell’indipendenza, ma una causa più vicina nel tempo risale a quando Ken Saro-Wiwa, l’attivista del gruppo etnico ogoni che per primo aveva denunciato l’intreccio di interessi tra Stato e compagnie petrolifere, Shell in particolare, fu condannato a morte da una corte federale nigeriana, nel novembre 1995.

Ne parla Alagoa Morris, al cospetto di una galleria di ritratti di leader nigeriani: dal re Okoko che resistette alla compagnia britannica che deteneva il monopolio dell’olio di palma fino a Melford Okilo, il primo governatore del Bayelsa. Il volto sorridente di Ken Saro-Wiwa è al centro. «I giovani ijaw (gruppo etnico del sud della Nigeria, NdR) hanno capito che, se Ken Saro-Wiwa è stato ucciso nonostante avesse praticato la nonviolenza, era meglio decidere di imbracciare le armi». Così la violenza è montata, portando insicurezza in tutto il Paese. Ufficialmente quella fase è finita nel 2009, , con la firma dell’amnistia, negli Stati del delta del Niger. Nei fatti, continua fino a oggi, con intensità diversa. «La semplice reazione del nostro popolo si è trasformata in ciò che stiamo vivendo oggi». In questo quadro, immaginarsi un futuro – di giustizia per l’ambiente e per chi lo abita – sembra difficile anche a chi fa attivismo.

Il reportage, uscito sul numero 1/2026 di Rivista Africa, è stato realizzato nell’ambito di un progetto di IrpiMedia e ReCommon sul futuro del delta del Niger, a cui partecipano i giornalisti Lorenzo Bagnoli, Davide Lemmi e Marco Simoncelli. 

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