In Africa la libertà di stampa è in pericoloso declino

di claudia

La libertà di stampa non è mai stata così gravemente minacciata nell’Africa subsahariana, una regione afflitta dall’instabilità politica dai Grandi Laghi al Sahel, compreso il Sudan. Guerre, criminalizzazione del giornalismo e pressioni economiche sono i catalizzatori di questo declino, avverte l’organizzazione Reporter senza frontiere (Rsf) nella classifica annuale della libertà di stampa nel mondo, appena resa nota.

La situazione della libertà di stampa è “difficile” in 24 dei 48 Paesi della regione e “molto grave” in cinque: Ruanda (139°), Etiopia (148°), Sudan (161°), Gibuti (167°) ed Eritrea (180°). L’Eritrea, infatti, chiude la classifica per il terzo anno consecutivo, confermando la sua negazione del diritto all’informazione, proprio quest’anno in cui ricorre il 25° anniversario dell’arresto arbitrario del giornalista Dawit Isaak e dei suoi tre colleghi Temesgen Ghebreyesus, Seyoum Tsehaye e Amanuel Asrat.

Le leggi sulla “sicurezza nazionale”, o leggi contro la criminalità informatica, vengono utilizzate per ostacolare i giornalisti. È a causa delle giunte militari al potere nel Sahel che hanno ridotto lo spazio civico e distorto la legge che un paese come il Niger (120°; -37) ha registrato il calo più drastico al mondo. Il Mali (121°; -2) e il Burkina Faso (110°; -5) continuano a perdere terreno, a dimostrazione di una repressione sempre più coordinata della stampa nei Paesi dell’Alleanza degli Stati del Sahel. I regimi militari di questi Paesi detengono arbitrariamente i giornalisti con accuse quali “diffusione di false informazioni”, “danneggiamento della reputazione dello Stato” o “pubblicazione di articoli che potrebbero incitare al disordine pubblico”. Almeno cinque giornalisti sono detenuti in Niger, uno in Mali e due – Serge Oulon e Moussa Sareba – risultano ancora dispersi in Burkina Faso. A ciò si aggiungono le sospensioni dei media imposte dalle autorità che cercano di controllare la narrazione mediatica.

Il Benin, solitamente di medio livello, quest’anno è sceso in classifica (113°; -21). Questo declino è un segnale d’allarme in un Paese che ha appena eletto il suo nuovo presidente e dove le precedenti autorità hanno represso il giornalismo rapendo Hugues Comlan Sossoukpè, fondatore del media online Olofofo, in Costa d’Avorio (54°), per poi farlo “estradare” e imprigionare, dipingendolo come un “pericoloso cyberattivista” che glorifica il terrorismo.

È anche con il pretesto di accuse di minaccia alla sicurezza nazionale che i giornalisti vengono regolarmente incarcerati nella regione dei Grandi Laghi, come Stanis Bujakera nella Repubblica Democratica del Congo, Floriane Iraganbiye e diversi giornalisti del media Iwacu in Burundi (119°). In Ruanda, due professionisti dei media, tra cui Théoneste Nsengimana, sono detenuti con l’accusa di “incitamento alla rivolta”.

La Tanzania, citata come esempio, è scesa di 22 punti (117° posto), confermando il deterioramento delle condizioni di lavoro per i giornalisti e dell’accesso all’informazione, con leggi sempre più restrittive. Tuttavia, in Burundi, Sandra Muhoza è ora libera, nonostante una condanna ingiusta.

Paesi come la Repubblica Democratica del Congo (130° posto) hanno visto il loro indicatore di sicurezza (27,3 su 100) peggiorare. I giornalisti nella parte orientale del Paese, stretti tra gruppi armati e le forze armate, sono costretti a fuggire o ad andare in esilio. Anche in Sudan (161° posto), la guerra ha praticamente annientato il giornalismo indipendente. Negli ultimi tre anni, di fronte al rischio di arresto e tortura, i giornalisti non hanno avuto altra scelta che fuggire. L’Etiopia (148° posto), dal canto suo, non allenta la presa di sicurezza sulla stampa.

Anche la fragilità economica dei media, già evidenziata lo scorso anno, rimane una piaga. Nella regione del Sahel, la Mauritania (61°; -11), nonostante gli impegni del governo in materia di diritto all’informazione, ha visto la sua posizione in classifica peggiorare, soprattutto a causa dei ritardi nell’attuazione delle riforme necessarie a tutelare il settore e della sua precaria situazione economica. Tuttavia, nonostante un contesto socio-economico difficile, il Ghana (39°; +13) e il Sudafrica (21°; +6), i paesi con la posizione più alta in classifica nella zona, beneficiano di una situazione “abbastanza buona” per quanto riguarda la libertà di stampa.

Globalmente parlando, oltre la metà dei Paesi del mondo si trova in una situazione “difficile” o “molto grave”: si tratta di un dato senza precedenti nella storia del World Press Freedom Index. In 25 anni, il punteggio medio di tutti i Paesi esaminati non è mai stato così basso. Ciò significa che non solo il lavoro dei giornalisti non è mai stato così complicato e pericoloso, ma anche che il nostro diritto all’informazione non è mai stato violato in modo così grave. Il giornalismo viene criminalizzato a livello internazionale e il calo dell’indicatore legale lo dimostra: la strumentalizzazione di leggi sempre più restrittive sta erodendo il diritto all’informazione, persino all’interno delle democrazie.

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