Mali, è ancora crisi di sicurezza: ma l’obiettivo non è un nuovo golpe

di Tommaso Meo
mali azawad

di Andrea Spinelli Barrile

L’offensiva coordinata di Jnim e indipendentisti mette in crisi la giunta e l’Africa Corps russo. Secondo l’analista Marco di Liddo, però, la strategia di questi gruppi è scardinare lo Stato, non sostituire i generali

Un attacco in grande stile, con centinaia o migliaia di uomini armati mobilitati contemporaneamente dal nord al sud del Mali. Un ministro ucciso, un presidente forse in fuga. Un Paese di nuovo in subbuglio, semmai abbia conosciuto pace negli ultimi anni. Questo fine settimana, i ribelli del Fronte di Liberazione dell’Azawad (Fla) e i jihadisti del Gruppo per il sostegno dell’Islam e dei musulmani (Jnim), affiliato ad al-Qaeda, hanno condotto attacchi coordinati in sette città maliane, tra cui Kati, una roccaforte militare a nord-ovest di Bamako, e Senou, altro sobborgo di Bamako, ma anche Gao, Kidal, Sevaré, Mopti e Segou.

A Kati, nel campo militare dove ci sono le residenze della giunta militare e dei ministri, l’abitazione del ministro della Difesa, Sadio Camara, è stata presa di mira da un attentatore suicida alla guida di un’autobomba. Altri miliziani hanno fatto irruzione nella sua residenza e ingaggiato uno scontro a fuoco: la giunta militare ha confermato la morte del ministro Camara, mentre non si hanno notizie ufficiali sul leader della giunta, Assimi Goita, che sarebbe stato esfiltrato in Niger con la sua famiglia e si troverebbe a Niamey. Poche settimane prima dell’attacco di sabato, alla fine di marzo, il governo maliano ha ricevuto un aereo privato acquistato dal ministero delle Riforme e in dotazione alla presidenza della Repubblica. Il velivolo, che era parcheggiato sulla pista del campo di Kati, non si trova più a Bamako.

L’alleanza tattica tra ribelli e jihadisti

L’intento dei miliziani, spiega ad Africa Rivista Marco Di Liddo, direttore e analista del Centro Studi Internazionali (Cesi), è creare un «terremoto politico a Bamako» per mettere a nudo la debolezza del governo centrale e rinegoziare l’autonomia o l’indipendenza del nord del Mali. L’obiettivo più sostenibile dei ribelli sembra essere il «rafforzare il loro potere nelle regioni settentrionali creando di fatto un autogoverno», seguendo l’esempio dei tuareg in Niger di vent’anni fa: «A differenza del passato, i jihadisti stanno mantenendo un profilo basso, lasciando che siano i movimenti indipendentisti (non marchiati religiosamente) a guidare l’offensiva». In questo modo, spiega Di Liddo, i jihadisti «agiscono come una sorta di organizzazione ombra», rendendo più difficile per la comunità internazionale motivare un intervento esterno non essendoci lo «spauracchio evidente del terrorismo».

I sospetti di appoggio esterno

Nel lungo attacco coordinato di sabato e domenica, ribelli e jihadisti hanno fatto ampio uso di droni e quadricotteri kamikaze, che tuttavia «non è una novità assoluta, avendo radici nelle tecniche dello Stato Islamico in Siria (2015-2016), e indica una crescita esponenziale delle competenze tecniche»: nell’ultimo anno, il livello tecnologico di questi gruppi è cresciuto enormemente. E, con esso, le accuse: da oltre un anno, il Mali e la Federazione Russa accusano l’Ucraina (e la Francia) di cercare di destabilizzare il Sahel, ed esiste il sospetto che Francia e Ucraina abbiano aiutato la preparazione tecnica dei miliziani indipendentisti, con una linea di demarcazione tra questi e i jihadisti che, spesso, sono imparentati tra loro, sono della stessa tribù o hanno legami molto forti: «L’Ucraina combatte la Russia non solo sul proprio territorio, ma in tutto il mondo» ha detto Di Liddo, citando come precedente l’operato dell’intelligence ucraina in Sudan contro la Wagner.

La caduta di Kidal e il ruolo dei russi

Tornando in Mali e agli attacchi del fine settimana, Di Liddo si è soffermato in particolare sull’abbandono di Kidal, nel nord del Mali, da parte delle truppe maliane e soprattutto dei russi dell’Africa Corps, che hanno potuto lasciare la città a seguito di un accordo con i jihadisti e gli indipendentisti Tuareg: Di Liddo sottolinea che il ritiro senza combattere indica che le forze governative erano «praticamente circondate e non avevano possibilità di rispondere» di fronte a una potenza di fuoco «soverchiante», un evento che rappresenta una «sconfitta gigantesca» sia per l’Africa Corps, rivelatosi incapace di mantenere le promesse operative, sia per la giunta militare, che ha investito tutto il suo credito politico sulla sicurezza: «Nessuno poteva pensare di abbandonare la principale città del nord del Mali senza combattere: se l’hanno fatto è perché erano praticamente circondati e non avevano possibilità di rispondere».

Secondo il think tank Carnegie Endowment, Mosca esercita una «forte influenza militare senza una strategia politica per affrontare le cause profonde della violenza» in Mali e questo è il grande problema dei suoi militari nel Sahara: l’assenza di un obiettivo chiaro. Con ripercussioni che possono essere un vero terremoto: «Questa è una sconfitta gigantesca per due soggetti: gli Africa Corps, che si sono dimostrati incapaci di tenere fede agli obiettivi operativi e alle promesse politiche connesse, e la giunta militare, che aveva investito buona parte del proprio credito politico sulla capacità di contrastare i fenomeni eversivi».

L’immobilismo dei vicini

Sullo sfondo c’è l’Alleanza degli Stati del Sahel, che al momento rilascia dichiarazioni ma nel concreto sta a guardare: nonostante l’esistenza di un protocollo comune ai tre Paesi Aes (Mali, Niger e Burkina Faso) che prevede esplicitamente l’invio di truppe in caso di eventuale aggressione o crisi interna a uno dei Paesi membri, nessun militare nigerino o burkinabé ha messo piede in Mali. E questo è un problema, politico prima ancora che securitario: «Il Niger e il Burkina Faso – è ancora l’analisi di Marco Di Liddo – dovrebbero inviare truppe per stabilizzare il nord del Mali, cosa che ad oggi non è avvenuta perché la coperta militare dei tre Paesi è estremamente corta. Se mandi gente lì, rischi di scoprirti in casa» e forse, per il Mali, non ne vale la pena.

Oggi, sul piano politico, la giunta militare maliana è macilenta, con il rischio che qualche colonnello zelante possa mettersi in testa di prendere il posto di Assimi Goita. Che poi, sarebbe la stessa idea avuta dallo stesso Goita a suo tempo. Un cerchio che rischia di chiudersi male.

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